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di Carlo Ridolfi

È cronaca social di questi giorni. Prima Christian Raimo, con una serie di post su Facebook e poi con un articolo su Jacobin, subito dopo Angela Pavesi e Michele Dal Lago su Dinamopress aprono una discussione – secondo me argomentata, documentata e in gran parte condivisibile – sul variegato mondo delle scuole parentali, degli asili all’aperto, della pedagogia libertaria e alternativa.

Apriti, cielo! Si scatena una congerie di commenti, reprimende, contestazioni, a volte veri e propri insulti, quasi mai estranei alla logica binaria – mi piace/non mi piace, amico/nemico – che non rende mai possibile una discussione seria e approfondita. Allora provo a chiedere: per favore, sì, il dibattito sì.

Da tempo credo di aver maturato una convinzione, accelerata in modo esponenziale dall’avvento della pandemia Covid. E’ in corso, mi pare che le evidenze siano acclarate, un deciso attacco al sistema di istruzione pubblica, che proviene da due fonti primarie. La prima è quella di un certo mondo imprenditoriale, che concepisce il sistema di istruzione come una serie di linee di accompagnamento al successivo inserimento nel mondo del lavoro.

Il più recente esempio è questo:

Obiettivo degli Steam space – sottolinea Gianni Brugnoli, Vice Presidente di Confindustria per il Capitale umano – è costruire in tutte le scuole medie una vera e propria finestra sul futuro ed in particolare sulle imprese, affinché i giovani e le loro famiglie, ma anche gli insegnanti, possano conoscere la qualità dell’industria italiana e le competenze che è necessario acquisire per vivere da protagonisti il lavoro del futuro.

La seconda è, come hanno descritto Raimo e Dal Lago/Pavesi nei due pezzi a cui rimando, quella tendenza – che la pandemia ha aumentato in modo considerevole e, a mio modo di vedere, preoccupante – a costruire esperienze didattiche su misura. Siano esse scuole parentali o asili nella natura, esse hanno come caratteristica comune una sfiducia dichiarata e irriducibile nei confronti del sistema di istruzione pubblica e, per scendere ad un esempio pratico, l’idea e anche la richiesta di finanziamenti pubblici (il buono-scuola) che dovrebbero permettere e incoraggiare l’iniziativa privata.

Io credo, a questo punto, che sia necessario ripartire da alcuni punti di chiarezza preliminare. Entrambe queste fonti di attacco, infatti, danno una risposta alla prima domanda che ciascuno di noi – come cittadini prima ancora che genitori, insegnanti, educatori, semplici curiosi – dovrebbe porsi:

A cosa serve la scuola?

Il mondo confindustriale ha una risposta molto netta: la scuola serve a dare competenze per il mondo del lavoro. Il mondo della pedagogia ‘alternativa’ – che di volta in volta si definisce “nuovo paradigma pedagogico”, “nuova pedagogia” etc. – ha una risposta un po’ più generica, in apparenza più suggestiva, a conti fatti non meno priva di rischi: la scuola serve a far sì che i bambini crescano felici.

Esplicitate in questo modo, le due risposte potrebbero sembrare o la definizione ultimativa della funzione della scuola o quelle affermazioni apodittiche che fecero la fortuna del personaggio interpretato da Massimo Catalano in Quelli della notte, tipo È molto meglio essere giovani, belli, ricchi e in buona salute, piuttosto che essere vecchi, brutti, poveri e malati.

Chi potrebbe, cioè, contestare che se si trovasse un lavoro (appagante e redditizio) per aver fatto gli studi giusti e se mentre si facevano gli studi giusti si fosse stati anche felici, la vita non può che averci sorriso da ogni alba fino ad ogni tramonto?

Naturalmente la realtà è un po’ più complessa di così. Potremmo dire a Confindustria che forse sarebbe anche il caso di discutere e approfondire la qualità delle politiche industriali in Italia, i radicamenti familistici spesso amorali, i modelli di inquadramento contrattuale e di organizzazione del lavoro che a volte, sull’enfasi di qualche politico che non smette col mantra del “dobbiamo uscire dal Novecento”, rischiano di riportarci a rotta di collo verso l’Ottocento.

Oppure potremmo dire a chi pensa che sia primo compito di un educatore di favorire la “tendenza all’anarchia” dei bambini, che forse, a guardar meglio oltre il proprio narcisismo di pifferaio magico, che un processo di crescita equilibrato comprende anche il fatto che i bambini hanno bisogno di punti di riferimento, di figure autorevoli, di rituali confermativi. (Montessori e Freinet, tanto per fare due esempi, che spesso non andavano d’accordo ma che erano certo tutt’altro che favorevoli al libero fanciullo in libero bosco. Che poi ci sia una nobilissima e seria tradizione di pensiero anarchico, dal Kropotkin del Mutuo appoggio a tutta l’elaborazione di Murray Bookchin o di Colin Ward, questo è tutto un altro paio di maniche)[1].

Ma non è solo così che si può entrare in un dibattito meno da tifoserie. Va proposta una formulazione diversa alla domanda iniziale. C’è una argomentazione che ricorre spesso nel recente libro Nello specchio della scuola (Il Mulino, 2020) di Patrizio Bianchi. Libro che ha, a mio parere, molti elementi di interesse e anche non pochi punti critici.

L’argomentazione del prof. Bianchi, che è un economista e incentra molta parte del suo ragionamento sul legame tra livelli di istruzione di un Paese e crescita dello stesso, è che uno dei compiti primari della scuola è la formazione della classe dirigente.

La questione non è nuova. Sul n. 2 se Il Politecnico, in data 6 ottobre 1945, si trova una intervista a Concetto Marchesi, nella quale il professore siciliano – eccelso latinista, comunista, antifascista, rettore dell’Università di Padova – alla proposta di otto anni di scuola pubblica e gratuita aggiunge questa considerazione:

“Dovranno compiere studi superiori solo coloro che hanno per lo studio una inclinazione naturale; e saranno certamente sufficienti per ora ai bisogni della società”.

Nessuno potrebbe imputare a Concetto Marchesi di aver avuto una concezione antidemocratica della scuola, come, forse, non ce l’hanno intellettuali come Ernesto Galli Della Loggia nei suoi interventi in proposito o Alessandro Baricco quando fa l’elogio delle èlites, che pure si ritroverebbero probabilmente a pieno in queste parole.

In calce all’intervista, tuttavia, interviene Elio Vittorini, che del Politecnico era anima e direttore. Interviene in dissenso col suo illustre compagno di lotta e di partito, e scrive:

“Certo il problema di formazione dei quadri sociali esiste, ma non è un problema che riguarda soltanto la scuola, riguarda tutta l’organizzazione della società. Riguarda la scuola solo perché la scuola può insegnare anche quanto occorre alla specializzazione tecnica di un uomo nella medicina, nell’ingegneria, nella chimica o semplicemente nella coltura dei piselli, nell’allevamento delle pecore. Ma vi è molto di più che la scuola può insegnare: la scuola può insegnare tutto quanto occorre all’uomo per diventare soggetto di cultura e di coscienza, cioè di libertà di capacità creativa e di fede nel progresso civile”. (Il neretto è della stessa impostazione grafica del Politecnico).

A me pare un’ottima risposta.

Ciò significa che la scuola pubblica – quella concreta, quella che conosciamo tutti i giorni come genitori o insegnanti o studenti o personale di collaborazione – non necessita di interventi di trasformazione pedagogica, didattica e anche edilizia? La domanda è ovviamente retorica. Per dirla in poche parole semplici: c’è bisogno di soldi (che sono stati negati e destinati ad altro in questi decenni), di personale (che dev’essere formato e aggiornato), di spazi più adeguati e di un rapporto costante e generativo fra il sistema di istruzione pubblica e il territorio, ad esempio valorizzando quelle esperienze di educazione all’aperto che studiose come Monica Guerra o Michela Schenetti stanno seguendo e facendo conoscere da tempo.[2]

Il nostro albero maestro, Mario Lodi, che fu in tutta la sua vita di insegnante, non sempre in idillio e armonia con le istituzioni, attivo e attivista nella scuola pubblica, diceva che aveva cominciato a porsi l’interrogativo su cosa servisse lui come maestro, quando aveva pensato che il suo compito doveva essere quello di far tornare in classe i suoi alunni con la stessa felicità e lo stesso interesse che mostravano quando ne uscivano per la ricreazione. (E, infatti, la sua classe diventò non solo l’aula o il cortile, ma tutto il mondo intorno).

Non per definire la struttura per essere classe dirigente. Non per favorire la costruzione di monadi estranee al legame sociale. Ma nella stessa direzione proposta da Vittorini nel 1945. Forse, come inizio di una discussione finalmente aperta, potrebbe bastare.

[1] Rimando all’ottimo libro: Enrico Bottero: PEDAGOGIA COOPERATIVA. LE PRATICHE FREINET PER LA SCUOLA DI OGGI. Prefazione di Philippe Meirieu. Armando Editore. Roma, 2021, e, in generale, alle riflessioni e alle analisi che si possono trovare sul sito www.enricobottero.com

[2] Su questo mi pare di grande rilevanza e con moltissimi elementi di interesse il documento elaborato dal MCE Italia che si può leggere in http://www.mce-fimem.it/per-una-scuola-costituzionalmente-solidale/

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2 commenti

  1. La scuola “pubblica”. Tanti se ne riempiono la bocca. Ma non era pubblica anche la scuola di Gentile e Mussolini? Non lo era quella sovietica o non lo sono quelle confessionali degli stati islamici o della Cina comunista neocapitalista? O quella americana negletta e ghettizzata? Pubblico non vuol dire di per sè libertà e garanzia di educazione autonoma e non asservita al potere.Non siamo ipocriti.Una società educante e diffusa è una via per libere scelte anche collettive e assenza di coercizione, controllo, competizione, classificazione, classismo ed esclusione, il superamento delle istruzioni, delle formazioni,degli addestramenti, del “dressement” dell’ educazione formale, informale e non formale.Il pubblico spesso è un falso mito come la meritocrazia e spesso non è né democratico né fondato sulla libertà di apprendere. Concludo con la fatidica domanda di Giancarlo De Carlo nel lontano 1969:
    “È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?
    – Le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?”
    Ma se pubblico significa libertà di insegnamento e apprendimento (cosa, dove, come e con chi) nel rispetto di una Costituzione dove “l’obbedienza non è una virtù” e l’obbligo diventa garanzia di un diritto, allora usiamo pure l’aggettivo pubblico. Un’alternativa dunque c’è. Una società educante che non è privata e individualista o peggio ispirata al liberalesimo e al liberismo ma che si avvalesse del concorso (anche economico) della collettività e che fosse autonoma rispetto ai governi che passano ed ai poteri finanziari. Esperienze rivoluzionarie tentate nel pubblico come Bimbisvegli e gli avvilenti strascichi burocratici e persecutori cui abbiamo assistito non danno un’immagine edificante del sistema statale. È non è l’unico esempio. La fuga crescente di cittadini anche verso forme “educative” che sono discutibili, elitarie, ghettizzanti e spurie è un segnale di tutto questo. Ostacolare le sperimentazioni di radicale e necessario cambiamento nella scuola statale o in prospettiva di un superamento di “questa scuola pubblica” è un errore che farà crescere l’ evasione verso il privato. L’educazione diffusa ha solidi riferimenti che vanno da Fourier a Montessori, da Freinet a Illich, da Freire a Milani…che nei loro aspetti realisticamente e modernamente rivoluzionari hanno tantissimo in comune e potrebbero costituire un repertorio da sperimentare senza dispersioni e separazioni corporative nella obsoleta scuola delle istituzioni per cambiarla radicalmente.Per difendere veramente la “scuola pubblica” occorre superarla e rifondarla radicalmente, magari anche dall’interno e tutti insieme con un’ idea rivoluzionaria di educazione. Importante è tutto il campo, non tanti orticelli autoreferenziali.

  2. Grazie per questo articolo. Portate avanti questa discussione anche in altri sede, è terribilmente importante.

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