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Questo pezzo è uscito su Robinson. (Fonte immagine)

C’è una scrittrice unica in Italia. Ha cinquantacinque anni, ogni giorno lavora nel suo studio dentistico a Penne, in Abruzzo, e per scrivere si alza molto presto al mattino e fra le cinque e le sette procede “per lampi”, come dice lei. Attraverso questi lampi, Donatella Di Pietrantonio ha scritto romanzi e racconti di grande potenza e l’ultimo suo libro è una perla. S’intitola L’Arminuta (Einaudi, pp. 168, euro 17,50) che nel dialetto delle sue parti significa “la ritornata”.

L’arminuta è una ragazzina neppure quattordicenne che nell’agosto del 1975 viene restituita ai genitori di cui nulla aveva mai saputo prima. La sua adozione verso i sei mesi è stato uno di quegli innumerevoli casi di “donazione” con cui le famiglie indigenti, fino a poche decine di anni fa, rispondevano ai desideri delle coppie sterili, spesso parenti più benestanti capaci di offrire un futuro migliore ai piccoli e magari compensare le famiglie di origine con aiuti economici oltre che con l’alleggerimento della prole. In questo caso, però, la “donata” (verbo che nel dialetto abruzzese è usato solo per donazioni di immobili o di figli) è costretta a tornare a casa. Perché?

È quello che si chiede la piccola protagonista di questo libro e con lei noi durante tutto il lungo bruciante anno destinato a segnarne per sempre la vita. Qual è stata la sua colpa? Ha dato un bacio proibito? Ha offeso i genitori? O forse la mamma (l’altra mamma, la seconda mamma, la zia – come chiamarla?) sta morendo? O forse il papà (l’altro papà, il secondo papà, lo zio) ha deciso di disfarsene per altre ragioni ancora? Perché nessuno la reclama più dopo anni di amore, vita condivisa, estati al mare, pranzi, gelati, dolcezza e religione, ma nel piccolo paese e nella casa in cui è finita arrivano soltanto denari di aiuto, e semmai materassi, vestiti, letti, e nessun tipo di affetto più? Cosa è successo?

Un senso di colpa pieno di strazio percorre la prima metà di questo libro commovente. Mentre lei, testarda silenziosa tenace, continua a cercare una risposta, la casa dei suoi genitori biologici si prende via via lo spazio che merita. Una madre dura, tutta presa dal compito di sfamare i figli. Un padre lavoratore perlopiù assente. Fratelli complicati tra cui una ragazzina curiosa che si chiama Adriana e un ragazzo appassionato e pieno di vita che si chiama Vincenzo. L’arminuta – “essa” come viene chiamata ora in casa – impara a difendersi da ciò che nessuno le ha voluto spiegare, si conquista la vita che le è stata imposta, riconosce i fratelli e se li fa amici, sfugge al dolore con l’aiuto dei libri e degli studi in cui eccelle.

Un nuovo mondo – un mondo antico e quasi mitico, quasi fuori dal tempo – diventa protagonista del libro e mentre soffriamo con questa ragazzina imprendibile, noi ci troviamo sempre più intrappolati in manifestazioni di affetto trattenute e dure che finiscono per aprirci l’anima, in piccole ricompense che dischiudono dimensioni ignote, nei dolori infiniti dei lutti più innaturali di fronte a cui neppure maghe centenarie sanno trovare parole di giustificazione. Scopriamo inattese dolcezze, superstizioni piene di senso, parole che nascondono affetti sublimi.

Del resto sono le parole che Donatella Di Pietrantonio sceglie per raccontare le vicende dell’arminuta a scolpire davvero la strada. Sono parole dure, pietrose, arcaiche. Parole che contengono tutte le contraddizioni e tutte le ambiguità senza giudicarle, senza offenderle. Queste parole così legate alla terra in cui la vicenda è ambientata (ma senza mai una sola allusione spaziale fuorché il veloce riferimento a una “coperta abruzzese”) non esauriscono la ricchezza del romanzo.

Dall’inizio alla fine, noi lettori siamo costretti a tener conto del fatto che chi racconta, la protagonista, adesso è adulta, è sopravvissuta a tutto e vive una vita di cui nulla sappiamo ma che possiamo immaginare dignitosa e forse felice. Non abbiamo alcuna notizia su di lei, ma sentiamo che è una donna matura a spargere brevi fugaci cenni su ciò che seguì quell’anno decisivo. E tuttavia la voce adulta non si mescola alla voce bambina e rocciosa in cui sembra confondersi nella narrazione.

Sentiamo sovrapporsi e intrecciarsi due voci, insomma. E questo ci getta nel panico delle emozioni. Le emozioni che solo la vera letteratura genera. Forse quelle che fanno dire all’arminuta una frase decisiva: “Non hai colpa se dici la verità. È la verità che è sbagliata”.

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Autore

matteonucci@minimaetmoralia.it

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L'abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L'eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L'Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

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