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di Christian Raimo
Oggi a Roma ci sono molte piazze: c’è quella del Globe occupato, quella del Nuovo Cinema Palazzo, c’è la piazza del Quadraro per l’anniversario del rastrellamento, c’è piazza del popolo con la protesta dei bauli, c’è piazza Sempione con una serie di iniziative proprio per la riappropriazione dello spazio pubblico.
 
Viene da dire finalmente! Questa città si comincia a ripoliticizzare. Le persone riprendono a stare insieme a partire dalle lotte e lo fanno in piazza.
 
In queste lotte e in queste piazze stanno emergendo tre temi.
1. Le politiche culturali, 2. Il reddito e il lavoro per tutti, 3. Lo spazio pubblico e il governo della città.
 
1. Sulle politiche culturali occorre una vera rivoluzione. Negli ultimi anni abbiamo immaginato che in Italia la cultura corrispondesse essenzialmente al turismo di basso livello. Si è pensato che si potessero trasformare città, paesi, paesaggi in un gigantesco parco a tema e i lavoratori della cultura tutti in animatori di villaggi vacanze. Sembrava questa la vocazione culturale dell’Italia: un airbnb diffuso su tutto il territorio con ristorante tipico non troppo distante.
Non è soltanto la pandemia che ha messo in crisi questo modello di monocultura estrattiva e grama, ma è evidente che era un modello che non regge in sé. Il tentativo di trasformare ogni paese depresso senza lavoro in Italia in un San Gimignano o in una Calcata con le botteghe tipiche è rivoltante e non funziona. Provate a andare a vedere Artena, “il paese a dorso di mulo”, quello da dove venivano i fratelli Bianchi, gli assassini di Willy Duarte. Dopo la crisi industriale e quella dell’edilizia, si è pensato di trasformarlo in un borgo a albergo diffuso radical chic tipo Santo Stefano di Sessanio. Non è andata bene. Non è rimasto aperto nemmeno un bar nella città vecchia. Intanto vicino hanno aperto l’outlet di Valmontone e il magazzino di Amazon e di Leroy Merlin. Willy lavorava come cuoco in un albergo alla periferia di Colleferro. Chi va in un albergo alla periferia di Colleferro? Intanto a Artena, 15mila abitanti, hanno tolto le scuole superiori.
 
Ci si potrebbe ispirare dalla tragedia di Willy Duarte per capire che l’unica vocazione possibile per le politiche culturali italiane è la formazione. Basta airbnb e giri con il pullman per i nuovi riccastri del globo; ma centri studi, centri di formazione artistica, accademie, biblioteche, scuole pubbliche superiori in cui formarsi e formare. Occorre una specie di Federal Art Project che finanzi opere pubbliche e formazione artistica e culturale: un piano strategico con cui Roosevelt finanziò migliaia di artisti e lavoratori della cultura perché producessero arte pubblica. Da quel piano sono rimaste 200mila opere e sono nate le carriere artistiche di gente come Jackson Pollock, Mark Rothko, Ben Shahn.
Occorre farla finita con la pseudocultura degli eventi, occorre lasciar depositare il lavoro artistico, dare agli artisti la possibilità di trovare una casa dove formarsi e sperimentare; occorre moltiplicare la possibilità di residenze, borse di studio, scambi internazionali. Occorre un piano per le scuole contro la dispersione culturale. Quanti ragazzi hanno smesso quest’anno di fare musica o teatro, danza o laboratori di cinema? Quanti ragazzi non sono mai andati a teatro in vita loro? Per quanti non è nemmeno pensabile avvicinarsi a un biglietto di un’opera? Cosa c’è di democratico e di culturale in teatri dell’opera che sono spazi sempre più pensati per i turisti e non per la città?
2.
Appena finirà il blocco dei licenziamenti, la questione del lavoro e del reddito esploderà ancora di più di come sta esplodendo ora. L’Istat dice che nell’anno della pandemia si è perso un milione di posti di lavoro. Meditiamo qualche minuto su questo numero: 110mila morti finora, e un milione di posti di lavoro persi. Le serrande abbassate, i cartelli di cedesi attività sono ovunque a Roma. Ma c’è chi invece sta fatturando come non mai. Amazon per esempio: 11 miliardi circa per il 2020, 30 magazzini e centri esistenti o in costruzione di Amazon Italia, Amazon è diventato il primo distributore italiano per centro di acquisti. Le stime Nielsen per il 2021 sono una crescita al 60 per cento, che vuol dire un fatturato potenziale per 16,48 miliardi di euro. Dedichiamo qualche altro minuto a questi numeri. Perché vogliono dire che Amazon di fatto sta diventando la più grande azienda privata italiana, dopo Eni, Enel e Fca, un fatturato doppio di Poste italiane. Quale è il prodotto di Amazon? Quale è la cultura del lavoro di Amazon? Quale è la formazione sul lavoro che si può avere lavorando per Amazon? Quale è la parte del lavoro di Amazon che non produce alienazione, sfruttamento, accumulazione di capitale?
Per questo l’unica risposta possibile, si è capito quest’anno in modo plateale è sindacalizzarsi. Si è capito con il contratto dei rider, con lo sciopero – il primo – dei lavoratori di Amazon. Ma occorre fare molto di più: è importante la lotta dei lavoratori dello spettacolo al Globe per il riconoscimento di reddito garantito, tutele, e anche lavoro di qualità. La presenza centrale delle Clap, le camere del lavoro degli autonomi e dei precari, della rete degli autorganizzati, della Risp, la rete intersindacale professionisti spettacolo e cultura, è l’elemento di novità importante e assoluta in questa battaglia nel decennale dell’occupazione del teatro Valle. Uno degli elementi di debolezza di quella lotta dieci anni fu sicuramente una mobilitazione per reddito e lavoro, una sindacalizzazione del settore dei lavoratori dello spettacolo ancora embrionale. Va detto un grande grazie alle compagne e i compagni che in questi anni hanno costruito queste organizzazioni.
E proprio per queste ragioni sono apparsi lunari gli interventi del ministro Dario Franceschini tre giorni fa, di Valerio Carocci del cinema America e di Tobia Zevi ieri. Forse pieni di buone intenzioni, ma completamente scollati da quello che è il merito delle rivendicazioni e delle lotte. La questione del reddito garantito universale, delle tutele sindacali, non è una delle questioni: è la questione. Quando Franceschini dice che si farà portavoce delle battaglie degli occupanti, dovrebbe almeno fare una grande autocritica per come ha gestito il ministero della cultura finora e come insiste a farlo: con un’idea bassamente turistica del patrimonio culturale. L’incomprensione parte dal fatto di concepire i teatri come piattaforme 3d e con come centri. L’uscita e poi la realizzazione della Netflix della cultura con Chili mostra proprio questa: i teatri e i siti culturali sono pensati come fondali, non come nodi fondamentali per i legami sociali, culturali sui territori, legati a scuole, università, associazioni, iniziative che ci sono nei quartieri. Nell’appello al ministro che lanciavano nella prima emergenza Massimo Marino, Andrea Porcheddu e Attilio Scarpellini c’era già questa consapevolezza: occorre finanziare il mondo del teatro, dandogli un protagonismo sociale e pedagogico. Occorre stutturale il rapporto tra chi fa attività di formazione artistica e le scuole. Molti artisti che avevano scelto negli anni di dedicarsi alla formazione dei ragazzi nelle scuole sono letteralmente alla fame.
Le idee di Carocci su un modello di impresa culturale finanziato in modo diretto dal pubblico e dal privato in nome del “dialogo con le istituzioni” non contempla le due questioni chiave di questo momento di lotta: un piano di mobilitazione collettiva, per cui il dialogo individuale con le istituzioni si capisce bene in che senso indebolisca la vertenza, e una concezione delle politiche culturali che o sono formazione o non sono. Su questo si può convergere.
Lo stesso si può dire dell’intervento di Tobia Zevi, candidato a sindaco di Roma, che ieri si è lanciato in un’analisi paternalistica e davvero fuori luogo dell’esperienza del Valle, misconoscendo completamento il livello di riflessione e di lotta che venne prodotta lì. Zevi qualche mese fa ha lanciato su Avvenire una proposta che va in una direzione completamente opposta rispetto alle rivendicazioni di questi giorni al Globe, cioè quella dell’estensione del servizio civile anche nel settore della cultura a Roma: “Proviamo a fare due conti, e una proposta fattibile: secondo l’Istat, vivono a Roma circa 130mila persone tra in fascia di età 19-24 anni. Immaginiamo un compenso di 400 euro al mese per sei mesi di servizio”. Occorre cominciare a chiamare queste proposte per quello che sono: promozione del lavoro gratuito. Basta leggere Christian Marazzi o Francesca Coin per capire che questo modello è irricevibile, e che occorre lottare per l’opposto: tassazione massiva dei grandi capitali, redistribuzione dei redditi, sindacalizzazione, reddito universale garantito.
3.
Roma. L’occupazione del Globe l’ha mostrato in modo ancora più clamoroso. A Roma c’è un enorme deserto di politica. Mancano le organizzazioni politiche, mancano le sedi, mancano i programmi, le mobilitazioni. Se qualcosa sta rinascendo è finalmente un buon segno, perché è un fiore nel deserto. Questo deserto è stato occupato da chi ha sostituito la politica: commissari, prefetti, privati. La parte di Roma governata dal pubblico è oggi pochissima. I prefetti decidono le politiche sociali, insieme alle corti dei conti le politiche culturali, i privati la trasformazione della città. Di due giorni fa è la notizia che nel 2023 a Roma invece di alloggi garantiti per gli studenti, prezzi calmierati, borse di studio, nascerà uno Student Hotel all’ex dogana a San Lorenzo dopo un progetto di rigenerazione guidato da Cassa depositi e prestiti, che di fatto si è trasformato in un’estrazione di valore per un privato.
Come spiega TSH in una nota, l’investimento è di circa 90 milioni di euro per una struttura “ibrida” da 21mila metri quadrati, “comprensiva di 444 stanze per studenti, ospiti hotel e giovani professionisti, nonché spazi per il co-working, meeting ed eventi, nei quali ospiti di ogni tipo possano incontrarsi  e scambiarsi idee.
C’è qualcosa di più terribilmente inutile e insultante per i bisogni della città in questo momento? Hotel per studenti e giovani professionisti? Mentre a nemmeno 500 metri, il nuovo cinema Palazzo è stato sgomberato ed è chiuso e il comune di Roma non si decide a realizzare quello che aveva promesso a gennaio: l’acquisizione dell’immobile? Davvero si pensa che chi fa politica a Roma vive in un mondo così scollato? Dove le riqualificazioni culturali portano reddito e privatizzazioni con progetti culturali e educativi risibili come quello dello Student Hotel mentre non c’è nessun investimento sugli spazi pubblici?
Per questo e per molti altri motivi occorre essere nelle piazze, a partire da oggi e per i mesi che verranno.
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3 commenti

  1. Chiarissima analisi di questi giorni e della direzione in cui dobbiamo procedere. Grazie!

  2. Ho una proposta.
    Certo è strana ma da valutare: Moneta Biologica.
    Si usura col tempo e lo scambio, in un modello, ogni anno e a ogni scambio un dodicesimo del suo valore è perduto. Ciò elimina tasse e connessi: evasione e paradisi fiscali e il fisco stesso. La pressione fiscale è incorporata nella moneta stessa e non c’è più bisogno di dichiarazione dei redditi. Detta moneta deve riemettersi altrimenti scomparirebbe e ciò consente di pagare la spesa pubblica e finanziare un Reddito Universale.
    Per approfondire: https://esogeomedismo.net/2020/09/03/considerazioni-su-moneta-biologica-equivalente/

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