Intuisco e desidero una lingua più fantasiosa, più precisa, con maggior rapimento, in grado di creare spirali per aria” (Clarice Lispector, Un soffio di vita, Adelphi 2019, p. 19). Così Lispector in Un soffio di vita, come in ogni suo scritto, dà seguito alla lotta con la lingua, di maglia sempre troppo larga per catturare le cose, per abbrancare un reale che scantona a ogni tentativo di più precisa determinazione. E come fosse un’introduzione in nuce alla metafisica degli ultimi due millenni, Lispector calca sullo scacco che il linguaggio già sempre subisce quando si accomoda su certi oggetti prossimi e non s’avvede di quelli che si lascia sfuggire in impercettibili granuli d’indicibilità. Come per la piccola Eugenia di Anna Maria Ortese, persa nel suo delirio cosciente di decifrazione del mondo con un paio di lenti sul naso, verso il linguaggio Lispector prova la tenera commiserazione dell’oculista: “Questa povera figlia è quasi cecata” (Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Adelphi 1994, p. 6). Commiserazione però che non si piega a misericordia, e anzi fa propria un’intransigenza metodologica che ricolloca l’esperienza su tutt’altro piano: “Indovino cose che non hanno nome e forse non lo avranno mai. Sì. Sento quello che mi sarà per sempre inaccessibile. Sì. Ma so tutto. Tutto ciò che so senza saperlo veramente non ha sinonimi nel mondo” (Lispector, Un soffio di vita, p. 79). E così Lispector rinuncia alla pretesa adamitica – pervicacemente maschile e patriarcale per commissione divina – di dare un nome a ciascun frammento del reale. Senza alcuna vellicazione nichilista, però, ché la conoscenza del mondo utilizza anche sempre frequenze non linguistiche, vibratili, tensive, come radiazioni cosmiche di fondo che portano all’origine dell’universo per tramite di canali inattesi, che reclamano strumenti nuovi, ancora tutti da immaginare.

Negli ultimi anni questa drastica incapacità del linguaggio di svolgere fino in fondo il proprio mestiere di dicitore del mondo è venuta a galla in un dibattito particolarmente vivace, che si snoda attorno a una domanda: la lingua riesce a cogliere le differenze che segnano le identità soggettive e ne riconoscono le reciproche distinzioni? Oppure, come ogni strumento di organizzazione dell’esperienza umana, ribadisce squilibri di forza e differenziali di potere? Secondo alcun* – e non certo da oggi, ché la critica al fallologocentrico è piuttosto risalente – il linguaggio ordinario è segnato dalla maschissima e sessista tendenza a sussumere ogni identità con un mezzuccio che dissimula la propria violenza sotto la forma innocente di abitudine inveterata: le desinenze maschili plurali, o maschile sovraesteso, che da secoli pretende significare anche tutto il resto del panorama di genere (e perfino chi in questa bipartizione del maschile e del femminile si ritrova poco o niente). La via d’uscita, secondo alcun*, è il ripristino di una situazione indefinita e di maggiore estensione linguistica, con un’autentica e indeclinata capacità di ricomprendere più individui senza forzature identitarie. Detto altrimenti, far cadere la desinenza maschile e optare per un qualche succedaneo che non prenda impegni sull’identità di genere del referente: il silente asterisco, la sinuosa chiocciola, la crocifera ics, la pronunciabile “-u” oppure il tormentato schwa, vale a dire quel simbolo simile a una “e” capovolta che, secondo Vera Gheno, gode di una sonorità che, a differenza della “-u”, potrebbe estendere il comparto delle vocali e indurre così il senso di una pluralità che risponde di più alla realtà delle cose1.

Il libro di Andrea De Benedetti, Così non schwa (Einaudi 2022), cerca di trovare una posizione mediana tra due schieramenti in lotta: il partito di chi ritiene che la lingua abbia le proprie regole, insensibile agli squilibri di potere e sovranamente capace di mondarsi dal puzzo acre della marginalizzazione, e quello di chi, all’opposto, propizia il messianico arrivo di una lingua capace di accogliere, se non riflettere, ogni differenza, e magari di dar opera al miglioramento dell’umanità. De Benedetti si auto-colloca nel novero di quegli uomini che “sono un po’ stufi di sentirsi etichettare come vecchi conservatori attaccati ai loro privilegi di maschi bianchi eterosessuali” (p. 7) e che, pur prendendo a cuore le ragioni della differenza, non sono disposti a rivalersi sul buon senso. Per difendere una posizione schierata ma non estremista, De Benedetti costruisce una macchina argomentativa di cinque brevi capitoli che operano su più livelli e sciorinano con tatto e vaglio le ragioni di un moderato ma fermissimo no allo schwa.

In quel che segue, vorrei rintracciare il doppio percorso dell’argomentazione, per sondarne la robustezza e indicarne alcuni limiti.

Il primo percorso è quel che potremmo definire uno strumentalismo senza zelo né belletto – ovvero tale da non considerare la lingua l’oggetto di devozione sacrale ma un mezzo che ha da funzionare. La prima e più probante ragione avanzata da De Benedetti ha infatti a che fare con l’utilizzabilità del linguaggio, il quale è (a suo avviso: innanzitutto; a mio: anche) strumento d’interazione più che tecnica di rivendicazione politica: “Le lingue sono organismi vitali che rispondono a bisogni pratici più che etici. Devono garantire una comunicazione fluida ed efficace prima di farsi veicolo di istanze simboliche e identitarie” (p. 4). Il linguaggio è una sorta di utensile dotato di superficie, su cui si depositano altre istanze, residui di lotte materiali e simboliche, il conto salato delle sperequazioni di una storia sociale che non fa prigionier*: “[L]e diseguaglianze risiedono essenzialmente nelle cose: nei diritti negati, nelle discriminazioni, nel gender gap, nella cronica mancanza di donne in posizioni apicali, nel sessismo quotidiano. La lingua è, il più delle volte, un sintomo” (p. 7). Parola, quest’ultima, che suona come vigorosissimo schiaffo anagnino a chi, in note tradizioni di pensiero, ritiene che la lingua sia proprio ciò che mette a nudo la tendenza all’impostura degli esseri umani, che ne scardina le tattiche dissimulatorie e ne rivela un nucleo di verità che sfugge persino a chi parla. Lo scrivente non si situa in suddetta tradizione, sicché transeat: prendiamo pure la lingua come un sintomo e proseguiamo nell’analisi del perché questo esito rivelatore di diritti mancati e battaglie perse non meriterebbe la clava di un revisionismo forte.

La strada dello strumentalismo, come dicevo, ha dalla sua il peso schiacciante del buon senso: “Di solito le riforme grammaticali sono pensate per facilitare la vita ai parlanti (e agli scriventi), come le vie di comunicazione che collegano località isolate” (p. 40). Lo schwa, ha ragione De Benedetti, certo non facilita la vita. All’opposto, la complica. Una pietra d’inciampo che rallenta la lettura e crea insormontabili problemi di dosaggio e valutazione a chi scrive, nel timore costante dell’immancabile ricaduta nel dominio precosciente del maschile sovraesteso – immancabile almeno per l’estensore della presente nota. Per non parlare della traduzione orale dello schwa, che richiederebbe l’apprendimento di un suono ulteriore, da porre al posto giusto al momento giusto, pena la ridda di improperi castigamaschi. Ma proprio l’accenno alla zoppia che si produrrebbe nella lingua parlata apre nel libro il sentiero che porta alla seconda strada, una strada parallela, che s’intreccia e corrobora l’argomento della funzione agile. Si tratta della solidissima strada della morale, che inclina la seconda parte del libro verso l’ermeneutica del sospetto e i suoi strumenti di denuncia delle nefandezze velate dalla coltre delle buone intenzioni.

In prima battuta, De Benedetti nota che il neutro cade in una forma di atavismo reazionario: “Il paradosso è che, con la riesumazione del neutro, la lingua non va avanti, ma torna indietro di quasi due millenni, complicando i paradigmi e aggiungendo regole là dove i parlanti erano riusciti, con grande fatica, a semplificarle” (p. 49). La semplificazione, secondo l’autore, non è solo questione di uso spedito e snello, ma anche segno di emancipazione evolutiva. Male, perciò, tornare indietro. Persino le/i migranti avrebbero maggiore difficoltà nell’apprendimento della lingua – vedi tu se sotto sotto lo schwa non vota Lega. Ma questa è morale semplice, ordinaria, un’etica spicciola per la vita di tutti i giorni. La tendenza sospettosa di De Benedetti emerge più recisa e netta quando raschia via la patina moraleggiante della difesa dello schwa e ne fa emergere quella che egli legge come tentativo di iniettare un intero impianto valoriale, tutt’altro che sensibile al pluralismo delle opinioni.

Seguiamo il doppio movimento con cui la critica del sospetto di De Benedetti s’impone come fil rouge della seconda parte del libro. Primo movimento: “Davvero la prima cosa che una persona gender fluid vuol far sapere di sé, in qualunque contesto, è di essere gender fluid? Davvero qualcuno pensa che sia questa la strada giusta per ‘normalizzare’ (virgolette d’obbligo) la percezione sociale del fenomeno? Non suona piuttosto come un perenne richiamo all’irriducibile ‘eccezionalità’ di una condizione? Non è l’ennesima, e ridondante, sottolineatura di una diversità?” (p. 58). Tento una parafrasi: la caduta del maschile sovraesteso è una sorta di outing a getto continuo, che obbliga la/il parlante a rivelare la propria identità di genere. Ma se questa/i non volesse? Se questa/i preferisse perdersi in un anonimato di genere privo di marcatori? Il rischio è che chi non si riconosce nel maschile sovraesteso sia costrett* a farne ragione di un costante richiamo alla propria condizione di irriconosciut* e quindi a rendere il genere un tema inutilmente polemogeno. Secondo movimento: De Benedetti si fa latore dei “timori di coloro che vedono da parte dei sì-schwa più irriducibili un tentativo di imporre non tanto lo schwa in sé, quanto la cornice morale e filosofica di riferimento” (p. 67). Ecco che qui suona la campana per lo schwa: campana di denuncia e smascheramento: sotto la timida vocale centrale media si nasconde un Jules de Polignac in gonnella arcobaleno che vuol riscrivere i valori di un’intera società!

In sintesi, da una parte la natura strumentale del linguaggio e dall’altra il dubbio intento di giustizia linguistica, che potrebbe invero celare il piano strategico per un Kulturkampf, inducono De Benedetti a dire no allo schwa. L’invito conclusivo è quello a prendere atto dell’irriducibile “ostilità” del linguaggio e dei suoi limiti nella significazione del reale (p. 91). Se un tale esito può sembrare lo stesso di Lispector, proprio nel rapporto asintotico con la posizione della scrittrice ucraina sta la chiave del mio dissenso con le tesi di De Benedetti.

Non c’è alcun dubbio sul fatto che la pretesa di una significazione onnideterminata e ultraspecifica sia destinata a naufragare sulla costa inospitale di una realtà che almeno in parte sfugge sempre, come Giorgio Manganelli nel suo Pinocchio ha saputo indicare con estro senza eguali: “Si suppone che una certa parola, scelta dall’autore, come per comodità diciamo, abbia il senso che quel tal signore abbia voluto. Insensatezza più insensata non potrebbe darsi. Se qualcuno avesse voluto mettere un qualsiasi senso in quella parola, quel senso non ci sarebbe affatto. Che idea che le parole abbiano un senso! Che fantasticaggine che si possano rendere significanti! Per riassumere in modo elementare la questione, direi che le parole hanno tutti i sensi, meno quell’unico che eventualmente qualcuno abbia cercato di ‘mettervi’” (Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Adelphi 2002, p. 44). Eppure, mi chiedo se prendere atto della tendenza sovversiva del linguaggio, della sua ostilità selettiva ed escludente, del suo sfuggire come strumento di precisione, comporti davvero l’adesione a uno status quo rispettoso delle concrezioni culturali. La risposta di Lispector, e di molte autrici che hanno fatto leva sulla forza di un linguaggio asignificante sonoro corporeo, come Adriana Cavarero, Hélène Cixous, Luce Irigaray e altre, è proprio quella di creare inciampi, procurarsi cadute, aumentare una difficoltà che richiama sempre i limiti della significazione: far balbettare la lingua, secondo l’adagio di Gilles Deleuze, per complicare un poco la vita a chi tramite il linguaggio, consapevolmente o meno, esercita un dominio.

Con meno filosofemi: la difficoltà di una scrittura macchinosa e di una pronuncia difficile, o persino impossibile, è il richiamo a una sorta di auto-etnografia: perché il maschile per indicare tutt*? Perché il maschile come standard? Cosa nasconde nel profondo e cosa impedisce in superficie? Se certo non è questo lo spazio per neppure sbozzare una risposta a domande che hanno segnato settant’anni di dibattito, quel che qui rileva è tessere l’elogio di una impossibilità: l’impronunciabile che obbliga all’atto di riflessione, il non-dicibile che chiama altri e più rovinosi non-detti. Che il linguaggio, nella sua funzione di strumento, ne esca appesantito, non c’è dubbio: la lettura soffre quando è obbligata a far di conto con slash, asterischi, ics e schwa, mentre il numero di batture potrebbe ammalarsi d’inflazione proprio quando la carta si rende meno reperibile e più costosa. Inoltre, ha certo ragione De Benedetti quando insiste sul rischio incipiente di un’ossessione perbenista che vuole conchiudere l’orizzonte di una nuova morale nello spazio angusto di una desinenza; ma l’antidoto più efficace, da che mondo è mondo, è quella di un pluralismo senza briglia: rigettare l’omogeneità di uno modello (solo maschile, solo schwa, solo asterisco) e rendere possibile un’alternanza non pianificata, non intimata, rispondente al caso. È quel che ho provato a fare io, amante del silenzio scoglioso cui costringe l’asterisco e però piegato al caso dello slash quando altri ausili avrebbero obbligato a troppe contorsioni. Se certo non possiamo riporre le speranze di una civiltà rinata sulle ceneri del fallologocentrismo nella correzione imposta della grafia, sono raccomandabili saltuarie e imprevedibili operazioni di sabotaggio di un linguaggio che conserva in sé predilezioni e stigmi e che, come ricorda Manganelli, “non serve a conoscere una eventuale realtà, ma a sfiorarla, a ‘non vederla’”.

1 https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Schwa/4_Gheno.html

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Autore

marianocroce@minimaetmoralia.it

Mariano Croce insegna Filosofia politica presso Sapienza Università di Roma. Si occupa di critica sociale, postcritica, battaglie LGBTIAQ+ e politiche della trasformazione sociale.

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