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di Christian Raimo

“Sono andato al cinema da solo a vedere Quando di Walter Veltroni. Anche in sala ero da solo, finché non sono arrivati due pischelli che hanno pomiciato molto.
Quando è prodotto con il contributo del ministero della cultura (di cui Veltroni è stato titolare), della Regione Lazio, di Sky e di Primevideo.
È davvero difficile rendere l’esperienza estetica di questa visione, perché Quando assomiglia a una scena di due ore degli Occhi del cuore con il ritmo di un film di Andy Warhol. La mancanza di senso filmico e narrativo, di qualunque mordente della sceneggiatura, della più elementare espressività di montaggio a un certo punto fa sì che Quando si trasfiguri in una caricatura che è al tempo stesso un’opera d’avanguardia non voluta: i colori saturissimi di una fiction di Rai vengono estenuati da dialoghi interminabili di pura didascalia emotiva. Campi e controcampi in cui i personaggi sospirano e dicono cose tipo: “Non possiamo torturarci così, non è colpa nostra”, “Io ho paura”, “A me fa paura la libertà”, “L’ideologia era sbagliata, ma i sentimenti no”, “Ma ti rendi conto che…?”.
La trama di Quando è talmente esigua che difficilmente sarebbe sufficiente persino per un corto, coincide con un’idea di soggetto che non reggerebbe a una conversazione distratta. Un uomo di nome Giovanni Privasco si risveglia a Roma nel 2015 dopo 31 anni di coma; gli è caduta addosso un’asta durante il funerale di Berlinguer nel 1984. Già.
Al suo risveglio in ospedale c’è – in maniera del tutto immotivata – una suora, Giulia, che decide di prendersene cura con dedizione assoluta, anche qui non si sa perché.
Il resto del film è il progressivo e telefonatissimo riconoscimento da parte di Giovanni del mondo contemporaneo: internet, la fine del Pci, i tablet, i mondiali del 2006, etc…
Oltre a questo c’è un unico nodo: Giovanni, quando era studente al Mamiani, aveva una fidanzatina, Flavia, che però nel frattempo ha sposato il suo migliore amico, Tommaso. I due, saputo del risveglio, si straniscono, come se avessero un segreto oltre al segreto che già sappiamo. Il segreto è che la loro figlia Francesca è in realtà figlia di Giovanni; Flavia era incinta al momento dell’incidente.
Fine, nel film non c’è letteralmente altro.
Per colmare questo vuoto, una sfibratura per cui ogni scena ha una durata decupla rispetto a qualunque altro film, Veltroni usa tutti i riempitivi possibili,.Giovanni entra in un bar a prendere un tè freddo? Quattro minuti. Giovanni e Giulia vanno al ristorante per festeggiare la dimissione dall’ospedale? Quattro minuti del cameriere (Stefano Fresi) che snocciola il menu del ristorante stellato, “carbonara destrutturata”, “osmosi di pesce” – in una scena che Veltroni ha voluto costruire come comica provando semplicemente a mettere degli emoticon alla fine delle battute in sceneggiatura.
Non c’è un solo momento di Quando che sia evocativo, allusivo, ellittico. È come se fosse un film interamente girato con il metodo “O’ dimo” di Boris 4. Quando per esempio Flavia rivela il segreto della figlia a Giovanni, la scena è un biblico riassunto di come sono andate le cose da quando loro due erano adolescenti a oggi. Quando Giovanni rincontra la figlia Francesca, lei gli urla piangendo tutte le volte che Tommaso le è stato vicino e lui – in coma – no. Nel finale, i comizi moralisti in bocca a Giovanni si moltiplicano: fa i conti con la storia e con il futuro, nulla – né la crisi della politica postideologica né quella climatica – lasciano che Giovanni esiti nel prendere parola.
Ma asserire che Quando è enfaticamente didascalico non rende il livello di autodichiarazione permanente che Veltroni riesce a propalare. È come se vedessimo il registra entrare in campo ogni secondo con l’immagine di Magritte Questa non è una pipa per dirci: Ma no, è proprio una pipa, invece. Quando non è solo uno spiegone, è un metaspiegone, si ferma a spiegare quello che abbiamo appena visto, sottolinea in ogni modo possibile il messaggio che vuole esprimere, e nel momento in cui arriva a spossare il senso nella sceneggiatura, decide di farlo ancora e ancora. È come se qualcuno ci raccontasse una barzelletta che non fa ridere, e poi provasse a spiegarci perché dovrebbe fare ridere, e poi ce la raccontasse di nuovo scandendo una parola alla volta, e dicendoci Ehi, capito?
La parte principale in questo estremismo della tautologia è lasciata all’interpretazione di Neri Marcoré (Giovanni) che satura di parole ogni scena; a lui sono affidati una serie di monologhi sentenziosi, voci fuori scena, scene che dovrebbero essere sempre scene madri, dialoghi da Gpt versione Playmobil. Non c’è una sola scena, un solo secondo, che Veltroni senta che il suo film può reggere solo con le immagini.
“Fino adesso ti ho protetto dalla storia, ma sei diventato un ometto”, dice suor Giulia.
“Il mondo è cambiato in meglio o in peggio?”, chiede Giovanni.
“Solo tu ce lo puoi dire”, chiosa suor Giulia.
“Berlusconi è diventato prima presidente del Milan e poi del consiglio”
“Meglio se non mi svegliavo”.
“Qui c’era la libreria Rinascita”
“Ora c’è un supermercato”.
“La rinascita delle cotolette”.
La non credibilità del personaggio di Giovanni (la commedia che non fa ridere si alterna al dramma inverosimile, un mash up degli sketch di Antonello Fassari che faceva il compagno Antonio a Avanzi e di Goodbye Lenin, ovviamente) è tale che Marcoré mostra in controluce la sua involontaria comicità: per fare un personaggio che dovrebbe essere un adulto non del tutto cresciuto, Marcoré mette in scena sempicemente un coglione.
(Che parla schizofrenicamente un po’ come il suo Maurizio Gasparri e che si muove sbilenco un po’ come il suo Alberto Angela).
La non credibilità del personaggio di suor Giulia invece è talmente determinata dalla dolorosa incapacità di pensare al suo personaggio che si ha un po’ di pietas per Valeria Solarino. A lei Veltroni concede solo un sorriso ortodentale per ogni sentimento che è chiamata a portare sullo schermo. Felicità, rimpianto, dubbio, speranza: suor Giulia – Solarino sorride con composta sobrietà, per poi rimettersi nella sua casta impossibile inespressività.
Basterebbe già questo a rendere imbarazzante o autoparodico il tono del film, ma Veltroni è come se volesse evitare l’ipotesi più scontata, che lo spettatore si distragga o molli, che non ne possa più a un certo punto, che non riesca a farsi incantare da una bruttezza edwoodiana, e quindi affastella ogni momento di musica da piattaforma gratuita di campioni audio straziata per sottolineare in modo ridondante la sensazione elementare che vorrebbe trasmettere. C’è tensione? Piano con note basse. C’è il sole della primavera? Una ballata. C’è un momento di sollievo? Allora si canta in macchina insieme.
Ma questo sovraccarico sonoro non basta a riempire il vuoto anestetico che riguarda le quasi due ore del film, per cui appena si ferma la musica parte un pedante rumore di fondo: l’andirivieni di un pendolo, un gocciolio di una flebo, il ticchettio delle macchine ospedaliere o di un computer, lo sciacquettio delle bolle di un acquario, il miagolio di un gatto, il frinire onnipresente delle cicale, muzak, chiacchiericcio: ognuno di questi rumori è un chiaro segnale dell’accento che si vorrebbe mostrare nella scena, tensione, ritmo, paura, tenerezza, ma anche una rammemorazione costante di quel realismo da manuale di elettrodomestico che Veltroni è convinto forse sia la verosimiglianza.
Costretto a muoversi in un montaggio tra scene che è meno fluido dello scorrere di slide di un powerpoint, Veltroni prova a movimentare l’andamento della narrazione interruzioni di totale nero o di totale bianco. Del resto, non si capisce quali istruzioni siano state date al direttore della fotografia, ma i contrasti tra le scene drammatiche (quindi di notte o nello scuro di una stanza) a quelle più elegiache (quindi al sole) sono talmente polari che sembra che la palette sia stata ridotta a un interruttore.
Non meglio va agli operatori di macchina che hanno avuto istruzioni di usare le camere per i piani sequenza e per i dolly in maniera così incongrua da pensare che sia un progetto artistico surrealistico. La macchina, per esempio, segue in piano sequenza Francesca che passa da una stanza e l’altra e va al computer a lavorare, perché? Dentro il film ci sono così tante scene di raccordo in cui i personaggi si dicono: che mangiamo stasera?, fa caldo fa freddo, che il genere filmico a cui si avvicina di più Quando sono le lezioni di lingua o i tutorial. Altrimenti, se non si ossifica in un campo e controcampo sfinente da panchina o da bordo del letto, Veltroni alza la camera quando può e dove può: dolly e musica in crescendo si ripetono ogni sei sette minuti. Il cinema, secondo Veltroni.
Ancora: gli interstizi. Per dover spiegare il passaggio del tempo, la perdita, il rapporto inciampato tra generazioni, metà film è esattamente l’elenco di cose che c’erano e non ci sono più e cose che non c’erano e ora ci sono. Un album di figurine che non vuole assumere nemmeno il fascino della curiosità inesausta. A un certo punto Giovanni chiede al ragazzo che condivide con lui la lungodegenza di fargli una sintesi molto sintetica di tutto quello che s’è perso. E quello? Gliela fa. Meno di una decina di foto, meno di un paio di aneddoti.
Molte volte ci si chiede: siamo dalle parti di un Occhi del cuore con la luce ancora più sparata o dalla parte di Boris con gli attori che per un buon cachet ripetono sciattamente le loro macchiette? La presenza di Ninni Bruschetta o di Massimiliano Bruno ridotti a un ahò e un anvedi porta all’improvviso lo spettatore a estraniarsi e riflettere sui contributi pubblici che sono serviti a finanziare Quando.
Ma la domanda più onesta che ci si può fare invece è: perché occuparsi in maniera così accurata di un film di Veltroni? Per il piacere di stroncarlo?
La vita è breve, e c’è ovunque – anche nell’attesa di un idraulico – di meglio.
L’assoluta insipienza nel distinguere la dimensione poetica da quella informativa che riguarda il Veltroni produttore di testi e di immagini è effettivamente significativa tanto da essere un esempio di come qualunque linguaggio artistico, politico, giornalistico, narrativo, possa essere ridotto a uno spieghino o uno spiegone. Potremmo dire che il veltronismo è precisamente questo: la coincidenza pura di connotativo e denotativo.
Però non è solo questa terribile verità, che non riguarda solo Veltroni, che si dispiega platealmente a chi si mette di buzzo buono a vedere per intero Quando.
L’incoscienza della dimensione estetica fa di Veltroni regista o scrittore un caso paradigmatico e significativo anche per un’altra ragione. L’artista che usa solo letteralità in quello che fa, diventa interessante quando questa letteralità lascia il passo a quello che Veltroni non sa dire eppure dice.
C’è una scena del tutto slegata dal resto in cui Giovanni bambino alla festa dell’Unità viene chiamato sul palco a giocare insieme a un mago comunista, interpretato dal Mago Forest. Prende una carta e il mago dovrebbe indovinarla. Noi spettatori vediamo che non è così, ma Giovanni risponde che invece l’ha azzeccata.
Ecco che qui noi possiamo ritrovare il cuore del veltronismo: il pensiero magico eletto a ideologia politica.
In ogni romanzo o film o documentario di Veltroni c’è una scena o una dichiarazione del genere.
Del resto più volte Veltroni cita come suo film preferito L’uomo dei sogni.
È la storia di un uomo a cui una voce dal cielo dice di costruire un campo da baseball. L’uomo obbedisce alla voce, e alla fine non solo vede comparire da un passato fantastico i giocatori di baseball di una squadra mitica, ma anche la folla degli spettatori, e infine suo padre. Come scrive Veltroni a pag. 107 dell’Inizio del buio: “Quel campo diviene il luogo in cui passato e presente si toccano, in cui realtà e desiderio si conoscono”.
Realtà e desiderio nell’immaginario veltroniano non si conoscono, ma si confondono, riscritti in una versione edulcorata, in cui ciò che manca sono sempre gli elementi di conflitto – ossia il principio di realtà.
L’interpretazione psicanalitica dell’intera produzione veltroniana si potrebbe riassumere nella mancata elaborazione del trauma della morte del padre (Walter aveva solo un anno); ci sono continui ritorni su questo tema in ogni film o romanzo, e anche in questo. Il mancato conflitto edipico con il padre diventa in ogni produzione veltroniana anche il mancato conflitto in sé, il mancato conflitto con la Storia, con le contraddizioni del presente, con il reale.
In Quando il padre di Giovanni è morto ma questo non sembra causare nessun dolore, come se Giovanni non ne prendesse veramente coscienza – e del resto è l’unica figura che non va a trovare (al cimitero o in altre forme) nel suo ritorno al mondo. Così anche la fine del comunismo, la morte di Berlinguer, la caduta del muro, etc… sono interpretate dal coma di Giovanni come eventi non traumatici, che hanno lasciato un’idea totalmente adolescenziale della storia politica del novecento. Giovanni lo dice proprio: non mi piacevano le ideologie, ma i sentimenti, e i sentimenti sono nel mondo una confusa nostalgia giovanile, le bandiere rosse e i primi baci, il jukebox e Italia Germania 4-3. Il correlato oggettivo di questo discorso finale è, in un crescendo di cringe, la figura di un vecchio militante interpretato da Pierluigi Battista.
Noi spettatori dobbiamo essere incantati dall’incubo veltroniano, alla lettera un trauma che né lui né noi vogliamo affrontare, e che continuiamo a portare avanti con la coazione a ripetere di chi sa che ci saranno altri film e altri romanzi di Veltroni che corrisponderà alla pigrizia tenace, alla pervicacia di non elaborare nemmeno un conflitto della Storia”.

 

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64 commenti

  1. Sono completamente d’accordo. Di fatto Veltroni ha vissuto tutta la sua vita al di sopra delle proprie possibilità. Credo sappia riconoscere la qualità quando la vede, ma non sappia riprodurla neppure in forma di maniera. Quello che vale per il film può essere detto dei libri, degli articoli sul Corriere, degli articoli sulla Gazzetta dello Sport, degli interventi politico da padre del PD. Veltroni è consustanziale al sistema che vorrebbe criticare. Infatti è innocuo. Secondo me è tempo perso tanto seguire le sue cose quanto occuparsi di lui.

  2. Signore, grazie per la recensione, non sarei andata a vederlo ne ho mai acquistato i libri di veltroni. E mi chiedo perché abbiamo permesso che diventasse segretario del partito che ci ha portato allo sprofondo.abbiamo anche noi delle volpe!! Grazie

  3. Non l’ho visto, il film, e non lo vedrò. Questo dovrebbe spingermi ad astenermi dal commento secondo i miei principi. Ma in queste righe ha preso forma esattamente il Veltroni che ho conosciuto in altri contesti, pubblici e politici chiaramente, che non posso che fare i complimenti a Raimo: Bravo!

  4. Litigavo sempre con mio fratello che era della fgci, mentre io ero una maledetta extraparlamentare, finché un giorno non uscì dal partito. Gli chiesi: come mai? È rimasto solo quel cretino di Veltroni, mi rispose…
    Ancora mi chiedo come mai non sia in Africa, come ci aveva annunciato. E non capisco perché tu sia andato a vedere il suo film e gli abbia regalato una tal recensione (anch’essa un bel po’ didascalica), caro Christian.

  5. Purtroppo Veltroni è quel che è.Sogna di essere un grande regista,scrittore, così come sognava di essere un grande sindaco di Roma. noi romani sappiamo comeVeltroni ha lasciato le periferie della città .un grande degrado. Ora lo sentiamo intervistare il cardinali Zuppi e Ravasi e parlare di condivisione, di solitudini.ecc Con queste persone e necessaria una severità che li aiuti a crescere, a superate quel complesso di inferiorità cultura tanto presente in
    nell’ex sindaco di Roma.

  6. Due ore passate a vedere un film senza né capo, né coda. Grazie per l’articolo che spiega in modo dettagliato ed esauriente il perché della noia e del fastidio provati.

  7. D’ accordo….. Veltroni non è né uno scrittore né un politico né un giornalista né un cineasta: è il figlio scemo di papà Veltroni

  8. Grazie. Le sono veramente grato. Grato a Lei e al sito che, coraggiosamente, pubblica il testo. Le sono veramente grato perché le persone come Walter Veltroni non sono state e non sono affatto “innocue”. Alle persone opportunamente consapevoli dei propri limiti potrebbe riuscire di essere meno attive, oppure di essere iperattive, ma in altri ambiti. Ci si può rendere molto utili agli altri esseri umani con azioni molto semplici, alla portata di chiunque, o quasi. Finalmente immemori. Finalmente lontani.

  9. È possibile che il film sia brutto e Veltroni un incapace totale, ma a metà recensione (È una recensione? O è un trattato sul linguaggio cinematografico, magari è un’invettiva post veltroniana. Boh?) ho iniziato a pensare che oggi c’è il sole e forse è meglio prendersi una bella boccata d’aria buona. Rubarsi troppo tempo nella ridondanza, alla mia età, è sciocco. Magari l’altra metà della recensione o quel che l’è, è una pagina immortale di letteratura e me la sono persa. Pazienza.

  10. conosciuto come compagno PCI alla scuola di via pinciana.ho notato la vuotezza e la sua autorevenzialita’. è un bambino ciccione e niente più.peccato che un lungometraggio dedicato al mondo dei bambini aveva un suo veloce. si doveva fermare lì.

  11. Ecco, ci siete tutti i figli spocchiosi e saccenti della sinistra colta , compagni di merende di D’Alema e quello che per ultimo ha rappresentato il pcus ….forse Natta? Gelosi e irriverenti per la storia corretta e rispettosa di un dirigente che ha si rivoluzionato e modernizzato la sinistra italiana …
    Avete distrutto con i vostri dietrologismi il grande progetto di sinistra occidentale e moderna . Attraverso le sue opere giornalistiche e cinematografiche trovate sempre il modo per contestare il suo pensiero ,la sua visione antesignana della sinistra europea e occidentale .

  12. a parte che l’idea non è originale per nulla, visto che Goodbye Lenin era già uscito diversi anni prima con ben altri esiti. Vogliamo parlare poi della pubblicità che parla di un film tratto dall’opera” letteraria”(?) di Veltroni che è è rimane un modesto tuttologo abbastanza ipocrita e finto buonismo.

  13. d’accordo con “Sante”: non so se vedrò e reggerò un film forse noioso, ma la recensione prolissa e ridondante di Christian Raimo proprio non sono riuscito a leggerla tutta.
    La comunicazione efficace è spesso quella più sintetica…

  14. chi ha scritto questa critica al film di Veltroni non ha assolutamente il dono della sintesi e soprattutto dimostra un odio interiore nei confronti di Veltroni allucinante.
    Non ho visto il film ma lo andrò a vedere per curiosità perché tale lunghissima e noiosissima recensione dimostra solo la cattiveria e l’odio che ha nei confronti di Veltroni chi l’ha scritta al quale o ai quali consiglierei una bella visita da un buon psicoterapeuta.

  15. Io il film l’ho visto. Certo non è un capolavoro.
    Mi è comunque piaciuto. Parla al nostro cuore, tocca certe corde di noi ex. Forse per voi questo è poco, forse per voi questa è retorica…e va bene voi sparlate sparlate e sparlate

  16. Grazie Raimo
    Una recensione importante.
    Condivido quasi tutto.
    …..
    Secondo me Walter Veltroni ti chiamerà….
    Perché è un signore.
    E vi parlerete.
    Peccato per noi che non sapremo mai della vostra conversazione.

  17. Non ho visto il film e sicuramente lo andrò a vedere, ma non ho mai letto una recensione così astiosa a prescindere, così certosina nel giudicare dal piedistallo chi comunque, bene o male, ha provato a fare un po’ di cultura. Recensione pessima non tanto per il contenuto cui peraltro non posso confutare poiché ancora devo vedere il film e per il fatto che mi sia fermato a un quarto della lettura visto che avevo gli zebedei frantumati, scusate il francesismo, ma soprattutto per la gramigna distribuita copiosa e gratis. Umilmente consiglio al recensore di dedicarsi ad altri hobby oppure di frequentare una scuola di giornalismo.

  18. Ho visto il film, che consiglio, e ho cercato di leggere questa colata di livore e autocompiacimento nella critica.
    Probabilmente chi l’ha scritta è anche stato l’unico in grado di leggerla tutta. Chi l’ha scritta deve covare qualcosa di grosso perché prodursi in tale esercizio di odio è una cosa che non si vede molto spesso. Triste.

  19. ….eppure ” Piano, solo”, il bel film diretto da Riccardo Milani, fu tratto da un bel libro di Walter Veltroni ” Il disco del mondo – Vita breve di Luca Flores”. Questo ho pensato uscendo dal cinema dopo aver visto “Quando”: deluso per la narrazione banale, la superficialità tecnica e la ridondanza esplicativa che non hanno lasciato in me una densità emozionale e di pensiero durante e soprattutto dopo la visione del film. L’articolo di Raimo ha dato sostanza alla mia delusione ed alla mia irritazione.

  20. Non é un film per tutti ci vuole un minimo di conoscenza storica e di cultura.
    Comunque il fil quando é una perla, consigliata a i nostalgici di Berlinguer e sconsigliata a i nostalgici del Berlu.

  21. Impossibile leggere tutta questa astiosa, malevola e ridondante recensione. Ho visto il film e non l’ho trovato così tremendo, anzi, ritengo che abbia il dono di una sintesi che sicuramente manca all’estensore del rabbioso articolo.

  22. Cosa ne penserebbe Hegel, cosa penserebbe forse di tutti noi, vegani, vaccinati, di buoni sentimenti? Registi e critici, italioti al quadrato?

    “L’Uomo-dal-cuore-tenero non può vivere il suo ideale (utopico): in realtà, egli vive nella società, in e grazie a quello stesso ordine che critica. C’è dunque una radicale contraddizione interna; di qui, la follia. Egli considera ciò che è irreale come reale, e la sua vita quotidiana come irreale. Nel suo isolamento si oppone al mondo intero, egli è <> del mondo: mania di grandezza. La Società, il Mondo sono cattivi perché io non me ne compiaccio, perché io non vi trovo il mio piacere. Uomo-dal-cuore-tenero = Uomo-del-piacere-mancato: fuga nell’utopia moraleggiante.”

  23. Ho letto tutta le recensione e mentre leggevo mi sono emozionato. Finalmente qualcuno che ha il coraggio di fare una critica vera . Finalmente qualcuno che ha il coraggio di parlare e dire le cose come stanno .
    Sono completamente d’accordo su tutto .

    Gian Paolo Mai

  24. Un pelino cattiva la recensione, in alcuni punti inesatta, ad esempio quando parli di tecniche di ripresa e montaggio, è evidente che non ne capisci niente, ma comunque in parte condivisibile. Ora, sparare su Veltroni è facile, sembra davvero soffrire di una forma acuta di masochismo. La sua ostinazione a voler fare il regista è incomprensibile. Tu, però, dovresti usare lo stesso metro di giudizio anche quando recensisci altre boiate, cosa che non fai, e ciò ti rende poco credibile, o peggio in malafede.

  25. Io penso solo che a chi attacca questa recensione dovrebbe essere vietato di andare a cinema, anche a vedere questo film pessimo. Anzi, andrebbe proprio emrginato visto che confonde il sarcasmo (che evidentemente non conosce) con l’astio.
    In Francia gli appassionati critici cinematografici hanno messo su la nouvelle vague.
    Noi come amante del cinema ci ritroviamo Veltroni e vi piace pure.
    Come avrebbe detto (una volta) Moretti, ve lo meritate Veltroni.

  26. Carissimo Raimo, la domanda è una sola…ma lei, chi sarebbe? Le consiglio, dato il suo livore e la sua ignoranza cinematografica, di fare un completo studio del significato di cinema, veda, se non li ha visti, tutti i film di Chaplin, Bergman, i film della Nouvelle Vague, i film di Zavattini e di Tarkovskji. Faccia un bel ripasso della storia sociale e politica italiana. Poi forse potrà, seppur con rispetto ed obiettività, parlare di questo film e del suo regista.
    Accetti un consiglio, lasci stare le recensioni dei film e si iscriva ad un corso di yoga per mandare via il suo livore e la sua bassa autostima. E, soprattutto, rinnovo la domanda…ma lei, rispetto a Walter Veltroni, chi sarebbe?
    Cordialmente.

  27. Dillo, Raimo. La tua vita è triste. Vai in libreria, compra La tranquillità dell’anima di Seneca e leggilo. Poi spegni lo smartphone. Fai una passeggiata. Canta una canzone, un De André, un Dalla…anche un Banco del Mutuo Soccorso, ma forse chiedo troppo. Il libro, mi raccomando, non e-book, ma cartaceo. Così lo sfogli con calma. Poi, riposati e magari sognerai che la tua recensione è solo un brutto incubo incattivito. Poi, forse, prova a ripensare a questo film. Magari qualcosa arriva anche a te.
    Hola amigo

  28. Più che una recensione rancorosa, questo sembra il grido d’odio di un figlio trascurato che reclama attenzione pur essendo da tempo maggiorenne. Mentre esce l’ultimo autoritratto di Narci Moretti, nonno Citto ha chiuso la porta salutando. Si è risparmiato la tristezza di questa sinistra autocentrata, autoreferenziale e autolesionista.

  29. Bisognerebbe spendere tutte queste parole, e anche di più, per parlare della mediocrità del cinema italiano odierno. In quanto a Veltroni, penso sia una brava persona.

  30. non ho visto il film dura più o meno quanto la tua critica. Dopo i primi tre minuti di lettura mi sono esplosi i testicoli. Io non ti conosco. E ne sono felice. Veltroni mi stava sul, finisci tu la frase. Da oggi non più.

  31. l’idea l’ha copiata da un film tedesco, la madre che si sveglia dopo la caduta del Muro, e che tutti abbiamo visto. Mi stupisco che nessuno lo abbia fatto notare
    notare.

  32. indipendentemente dal valore del film Non comprendo il perché di tanto astio e precisione in una recensione inutilmente lunga e dettagliata

  33. ho visto il film. se fosse stato cosi’ brutto,non interessante ed inguardabile non ci sarebbe stato bisogno di fare una recensione cosi’ complessa.
    e” un bel film che con la sua lentezza ti fa entrare nei personaggi scoprendo una parte di te stesso.
    mi e’ piaciuto molto.
    profondo e delicato allo stesso tempo.
    bravo Veltroni e bravo il protagonista.

  34. Ma perche’ prendersela tanto con Veltroni, che e’ palesemente un regista “outsider”? L’odio atavico mostrato dal recensore nei suoi confronti e’ quello tipico di tanti “rivoluzionari alle vongole”. Veltroni e’ stato un ottimo sindaco di Roma, e questo non lo dico io, ma tanti osservatori anche stranieri che presero la Capitale a modello quando venne amministrata da lui. E’ stato anche un pezzo di storia del PD e della sinistra italiana, nel bene e nel male, e questo non va giu’ a molti dei suddetti rivoluzionari. Sul fatto che poi sia o non sia un bravo regista, si puo’ discutere. Ma, a giudicare da certe recensioni, mi sembra che, cosi come ci sono registi “improvvisati” ci sono anche tantissimi critici “improvvisati”…

  35. Però anche tu… per dire che è brutto, il ché probabilmente è vero, si potevano usare un quarto delle parole.

  36. io ho visto il film con in sala Neri Marcore, che trovo una persona intelligente che sa fare sarcasmo e battute intelligenti. Ha spiegato un pó il personaggio e l’ha fatto entrare nel cuore dei presenti.
    io credo che il film lo dovrebbero vedere in molti è ricco di bei sentimenti, puliti ensinceri… racconta un pó la vita delle persone “normali” che devono affrontare le difficoltà di tutti i giorni… basti pensare alla mamma di Giovanni, che ha l’Alzheimer, della fidanzata che ha dovuto aggiustare la sua vita per andare avanti. Lo trovo veramente ricco di sentimenti, quelli buoni che non si vedono più! Andate a vederlo e fatela voi la vostra personale critica, a volte vale la pena!

  37. Ovviamente quando si vede un film si può essere soddisfatti o meno. Qualcuno prima di me ha già detto ciò che penso di questa chilometrica recensione. Aggiungo solo che il re-censore è un “poveraccio”.

  38. Signor Raimo,
    Non la conosco ma la sua critica al film di Veltroni l’ ho trovata logorroica, rancorosa e direi solo autoreferenziale.
    Non amo Veltroni ma il suo film contrariamente a quello che lei ha scritto mi è piaciuto.
    Forse un po’ lento, ma nel complesso ha risvegliato in me tanti ricordi di un periodo storico ormai finito con politici,non solo di sinistra, che si davano da fare per cambiare in meglio il nostro paese.,pura utopia, visto l’ attuale situazione politica.

  39. A me viene da commentare i commenti, scusate per questo. Non capisco: chi dice che la recensione è logorroica, inutilmente lunga e dettagliata, noiosa, astiosa e via dicendo ha idea di cosa sia una ‘recensione critica’? Perché non sono le dieci righe a film del Mereghetti, e nemmeno le venticinque di un qualsiasi articoletto online o cartaceo. Sì Prende un film, se ne analizzano forme e contenuti, si prova a valutarlo sullo sfondo della produzione dell’autore, dei suoi contemporanei, dei suoi eventuali riferimenti artistici e intellettuali. Sì dà il proprio parere sulla qualità complessiva a partire dai singoli punti di forza e debolezza, si può trarne infine una riflessione più ampia sul contesto culturale, sociale…quel che si voglia. A maggior ragione il dettaglio della critica è necessario se essa è stroncatura: ci si prende la responsabilità del proprio giudizio e lo si motiva. Viviamo in un’epoca in cui giudizi negativi sono ritenuti indici di spocchia, acrimonia, pura cattiveria, addirittura gelosia o senso di inferiorità, eppure solo quello sono, giudizi negativi. Legittimi e se onesti anche necessari. possibile che abbiamo la pelle tanto sottile? E ci sentiamo feriti se il nostro giudizio non combacia con quello altrui, al punto di sentirci quasi offesi invece di, al limite, spiegare perché e dove le nostre valutazioni e sensazioni divergono? Perché commentare che Raimo di cinema non ne capisce niente invece di ribattere che, che so, i dolly di Veltroni sono motivatissimi e come mai, e il montaggio è azzeccatissimo e perché? Io ho studiato e lavorato nel cinema, leggo questa recensione e capisco benissimo tutto quello che mi sta dicendo. Può sempre capitarmi di vedere il film (non credo) e godermelo ma a quel punto saprò precisamente cosa, di questa recensione, fosse esatto, cosa non tanto (dal mio punto di vista) e perché ne ho un giudizio simile o diverso. Avete mai letto riviste di settore, specializzate? La critica cinematografica seria (Raimo è uno scrittore, non un critico cinematografico, parlo in generale) è quasi sempre un discorso pregno di complessità, perché il mezzo cinematografico è inerentemente molto complesso.
    In questa recensione non ho trovato tanto ridondanza quanto scrupolo di motivare il più possibile un giudizio abbastanza categorico e senza sfumature. Veltroni è, vuole essere, un intellettuale? Va trattato come tale e valutato con gli standard appropriati.

  40. Ho visto il film e l’ho trovato bello, a tratti commuovente, sicuramente nostalgico.
    Ed ho trovato la critica al film astiosa e totalmente di parte!

  41. mr Raimo, in tanti troppi anni da lettore, mai avuto il piacere di avere per le mani una stroncatura così totale appassionante e soprattutto divertente come la Sua. Ovviamente NON vedrò mai qualcosa fatta dal signor Cialtroni ( ma mi sono avvelenato la vita con le sue antiche demenziali recensioni cinematografiche) ma mi fa piacere che ci sia qualche Uomo che abbia ancora voglia e capacità di incazzarsi per il male che questo signore ha fatto e vorrebbe fare ancora. Grazie mr Raimo, le voglio bene

  42. A me il film non è piaciuto. Avrebbe potuto seguire un filone comico, uno drammatico, uno politico sul rapporto genitore biologico e genitore adottivo (la figlia urla piangendo il suo risentimento verso l’assenza negli anni della sua giovinezza di Giovanni che, come Raimo stesso fa notare, era suo malgrado in coma) e non fa nessuna di queste cose. Avrebbe almeno potuto parlare di come si è trasformata una Sinistra e il suo elettorato (dall’alto del suo ruolo, per competenza) nei decenni, e mi ha dato l’impressione di non aver fatto neanche questo. Mi è parso metterci dentro di tutto un po’, come i 5 secondi di dialogo ambientalista sulla siccità, tanto perché “tutto fa brodo” e la bandierina ce la mettiamo pure qua, così siamo contenti tutti, “questo tema non mi è mica sfuggito compagni verdi”. Non mi ha dato stimoli, mi è parso vago e insufficiente. Il che fa il paro con una tecnica cinematografica palesemente approssimativa anche per chi, come me, è ignorante al riguardo (se suoni una canzone con uno strumento scordato anche chi non ha studiato musica capisce che c’è qualcosa che non va, e così è per il film).
    Per questo la recensione mi è piaciuta.
    Sorpresa positiva del film, il ragazzo esordiente con cui fa amicizia il protagonista nel centro di riabilitazione, mi è piaciuto molto, lo vorrei rivedere.
    Good Bye, Veltroni!

  43. Noia, retorica, prevedibilità, lentezza, superficialità, insensatezza, banalità, trama nell’insieme già vista e rivista, trita e ritrita ma stavolta confusionaria e insipida, pessimo film.
    Ormai ero in sala e, pur volendomene andare dopo una mezz’ora, forse meno, mi sono imposta di rimanere sperando in un qualsiasi guizzo di spunti minimamente interessanti, cosa che non è avvenuta.
    Soldi pubblici spesi bene, al solito. Complimenti per la recensione

  44. Scusatemi Tutti ,ma il grande limite e’ che il solo parlare di Veltroni da parte nostra e’ grave . Un uomo ” tutto fumo ma……” con un Padre che ha cercato di sistemarlo meglio possibile; un partito al quale deve tutto che ha ” rinnegato ” ; una certa stampa che gli fa credere che e’ un esperto di cinema,e mi fermo qui.
    La soluzione e’ IGNORARLO per quello che scrive, che dice inTV (spesso sfortunatamente ) e per le “regie” dei suoi orripilanti ” film” spesso pagati con le nostre tasse.

  45. Chi non ha avuto un vissuto di ideali e battaglie sociali che ad oggi sembrano collocarsi nella preistoria, difficilmente può commuoversi guardando questo film. Ho pianto in silenzio dal cinema fino a casa. Non ci sono velleità da Oscar ma solo il ricordo di un mondo che a molti ha dato tanta speranza.

  46. il film di Veltroni è brutto e non passerà alla storia. Ma certo l’ego del recensore è ipertrofico

  47. il film non l’ho visto e non so se lo andró a vedere. Di Veltroni ho visto solo quello sui bambini e mi è piaciuto. Certo che una stroncatura simile si poteva fare anche in modo più sintetico. Sarà una pizza il film ma pure la recensione non scherza. Non sono riuscita a leggerla tutta.

  48. “sono andato al cinema da solo” …chiediti xkè sei solo Raimo…pure io come te ma al contrario di te cerco di spargere gramigna in modo più equilibrato, diciamo così …Non dico di aver ragione ma nemmeno torto …il dubbio Raimo voglio affermare a fronte di una tua linea o tesi granitica, apodittica o ‘semplicemente’ suprematista, figlia di quella vecchia presunta supremazia culturale che in questi ultimi decenni solo sventura ha portato. Chirurgicamente feroce nello stanare il dettaglio con bocca di squalo, concedimi l’ossimoro per una recensione che trovo ossimorica, a tratti incomprensibile, troppo (sul) personale. Una occasione perduta a mio parere. Mi dispiace. Ah dimenticavo ..! A me il film, uscita sala, ha dato buone sensazioni (parenti strette dei tanto vituperati buoni sentimenti ..chissà?!) e a questo proposito volevo sapere il titolo e l’artista dell’ultima canzone che corre (insieme alla Solarino) sui titoli di coda. Chi lo sa me lo scriva gentilmente. Grazie!

  49. Ma i commenti sopra filo-Veltroni, tutti uguali, li ha scritti Veltroni? Chiedo.

  50. Perche’ non ha trovato da pomiciare anche lui era necessario tirar fuori tutto questo livore?

  51. L’andro’ a vedere sicuramente, se il film si è meritato questa lunghissima recensione significa che ha lasciato un segno indelebile nello spettatore e vorrei coglierlo anch’io.

  52. Ho impiegato un pò di minuti per leggere un inutile lista di critiche come se fossero dogmi assoluti senza mai leggere che sono pareri personali forse dettati da diverse idee politiche tanto al giorno d’ oggi funziona così i giornalisti o pseudo tali vengo pagati per questo, ma per carità ci sta pure tutti dobbiamo campare, ma c’è un però lei ha scritto un articolo semplicemente per dire che il film non le è piaciuto senza pensare minimame che sta scrivendo un articolo quindi dovrebbe essere un giornalista che dovrebbe seguire un codice deontologico e che le suo parole potrebbero causare danni non solo economici e non solo all’odiato regista ma anche a chi ci ha lavorato al film, questo va messo in conto e se lo ha fatto fregandosene spero almeno l’abbiano pagato bene.
    Detto questo a parere mio il suo è il più brutto articolo di sempre e sempre a parere mio a cambia mestiere o lo impari a fare, ma è pur vero che siamo in Italia dove chi lavora viene criticato da chi non fa ma sopratutto non sa far niente.
    saluti

  53. Certi giudizi sprezzanti come il suo su un film mi fanno sempre pensare. Ho trovato questo film molto bello sia nel modo come è stato raccontato che nell’argomento. Sembra che dobbiamo sempre dare addosso alle persone che creano qualcosa piuttosto a ciò che è stato creato. A me il film è piaciuto molto, l’interpretazione dei due attori molto bella.

  54. Caro Raime mi piacerebbe capire il Suo concetto del bello e del brutto. Di brutto non ci vedo un bel niente nel film. Viva la democrazia che permette a tutti di dire ciò che si pensa.
    Buona fortuna per le Sue recensioni!!

  55. Non sono assolutamente d’ accordo con questa recensione stroncante. Non è un capolavoro ma a me è piaciuto. Saluti.

  56. Stupisco per l’infantilismo e la regressione mentale dei commentatori, che non so quanto si fingano quindicenni spauriti di fronte all’infamia del mondo; e dunque per la loro ottusità priva di senso critico, o priva di senso e basta, e l’impermeabilità cerebrale nei confronti di un qualsiasi fenomeno che si possa definire “arte”. Secondo questa visione da oratorio delle monache non solo non si deve essere “cattivi”, cioè non si deve scrivere una critica negativa, perché indica un animo malevolo e tendenzioso, ma il buon sentimento (le buone intenzioni) bastano all’arte, così come la brava persona è già un artista. Rimango abbastanza scioccato. Mi vengono in mente moltitudini di personaggi dalle vite sbagliate, cattive e immorali, gente falsa e sporca che ha fatto in vita sua anche cose bruttissime e zozzissime, eppure ha creato opere d’arte incredibili (letterarie, musicali, pittoriche ecc).
    Oppure moltitudini che non hanno mai creduto nella bontà, nell’empatia o nell’ottimismo, e sono stati dei geni. Ognuno ha dovuto lottare, a suo tempo e modo, contro la critica e l’arte alla Veltroni, della quale esistono milioni di perniciose varianti.
    Si può dunque sputare bile su Walter Veltroni, anche a caso voglio dire? No, un attimo: pensate a tutti quelli che avevano in mente un film capolavoro o un romanzo da nobel e che non sono stati creduti, finanziati, stampati.
    Che non hanno avuto alle spalle nessuna macchina da guerra ideologica, che non hanno avuto potere, né grana, e non sono mai stati retorici, vani, o così falsi da non ammetterlo.
    È questa posizione di forza della paccottiglia morale che va combattuta e contestata, ogni volta che si presenti; e, ogni volta, è soprattutto necessario sputare sui Veltroni. Il perbenismo, il politicamente corretto, il volemose bene: l’arte non è una lacrimuccia che rientra subito nel sacchetto, è uno specchio ambiguo che deve fare crepe e sospendere la nostra etica abituale, anche per una sola frazione di secondo. Altrimenti non è nulla, non ci fa fare un passo avanti, solo accettare lo stesso schifo che gli altri tentano di coprire, dentro e fuori di noi, con giganteschi muri d’ovatta.
    Insomma, a dispetto dei tempi l’arte è divisoria, crea fratture; oppure non è nulla. Lo stesso vale per la critica.

  57. ho guardato il film e a me è piaciuto, provando a mettermi nei panni dei protagonisti. secondo me una riflessione l’ha trasmessa allo spettatore ed è lo scopo del film.
    Stimo Neri Marcorè e così pure Veltroni,

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