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Caro Claudio, un poeta persiano ha paragonato l’universo ad un antico manoscritto, del quale la prima e l’ultima pagina siano andate perdute; due problemi gli si presentano, e cioè quale sia il significato della sua vita e quale la natura dell’universo che egli vede intorno a sé. Riantropomorfizzare la voce reperto del cro-magnon è materializzazione di un godimento impossibile”.

È l’inizio di una lettera che Demetrio Stratos scrive all’amico e artista Claudio Costa il primo giorno dell’anno 1979, l’ultimo della sua vita. In quella lettera che affronta l’essenza della voce e critica aspramente il “balbettio” dei musicisti del tempo, Stratos si congeda citando una frase dello stesso Costa, “in ogni caso, amorevolmente progredire, amorevolmente regredendo….”. Il titolo della mostra inaugurata lo scorso 6 dicembre nei meravigliosi spazi di Palazzo Malagola a Ravennacentro di ricerca vocale e sonora nonché scuola di formazione e documentazione sulla voce artistica – arriva proprio da questa lettera. 

La mostra dal titolo Amorevolmente progredire, amorevolmente regredendo. La ricerca vocale di Demetrio Stratos 1970-1979, curata dai due co-direttori di MALAGOLA, Enrico Pitozzi e Ermanna Montanari riguarda la presentazione – in forma espositiva – di una selezione di materiali dell’Archivio Demetrio Stratos, acquisito dal Comune di Ravenna grazie ad un co-finanziamento della Regione Emilia-Romagna.

Sviluppata su sette sale al piano terra del settecentesco Palazzo Malagola, luogo d’elezione per la voce già dal suo nome, la mostra racconta con cura e amore il percorso intrapreso da Stratos su cosa fosse la voce, sull’esplorazione vocale come forma di libertà. Una testimonianza che diventa anche una forma di responsabilità nel tramandare la parabola artistica e umana di uno straordinario musicista e intellettuale, un ricercatore, un avanguardista: fra partiture, manoscritti e dattiloscritti, appunti di lavoro, documenti, memorabilia, immagini video e tracce audio, siamo immersi in una realtà affascinante, a tratti sicuramente complessa per i neofiti, che riesce a illuminare doverosamente il valore e l’intransigenza testarda della sua impavida creatività e di un’eredità artistica la cui investigazione sembra non finire mai.

La vita artistica di Stratos si è dispiegata dentro la ricerca, arrivando a toccare più campi – dal musicale al teatrale, dal popolare all’avanguardia all’inaudito -, fino a comprendere e dimostrare come lo strumento-voce richieda la partecipazione di tutto il corpo per esistere e rendersi performante. Il nervosismo creativo di Stratos unito alla consapevolezza del corpo come risuonatore acustico e della bocca come luogo in cui la stessa voce alberga, si materializzano nella ricchezza di una satura lanx che è puro godimento per gli amanti del compianto musicista per il quale è impossibile accettare la qualifica di cantante per i suoi prodotti sonori, ma bisogna rivendicare il titolo di strumentista vocale. Perché Stratos propone il corpo – nel risuonatore boccale e polmonare, nella danza di lingua e faringe – come unico strumento vocalizzatore umano e fusionale.

La prima sale, dal nome Le bocche, raccoglie documenti vari, appunti, splendide fotografie in bianco e nero di esibizioni e momenti privati oltre a un’enorme riproduzione delle famose fotografie di Silvia Lelli, dal Lelli e Masotti Archivio, che colgono le espressioni, i contorcimenti delle labbra, le pressioni della lingua su denti e palato per emettere suoni. Quegli scatti, ormai simbolo di un’idea artistica, mostrano concretamente la volontà di cantare la voce esattamente come si suona una strumento oltre a liberare l’uso della vocalità dall’obbligo di veicolare significati verbali ed esprimersi secondo norme prestabilite.

Accanto alla prima sala si trova una vetrina immersa nell’oscurità contenente oggetti personali e memorabilia come una fibbia tradizionale greca, numeri di Fluxus Magazine, bamboline in ceramica comprate nei mercatini, la scultura-marionetta che campeggia sulla copertina di Arbeit macht frei (1973), pubblicazioni di John Cage, un flauto di pan e altro ancora. Segue una sala con altri documenti, carteggi, lettere, appunti manoscritti in greco, cartoline, schemi preparatori per lezioni e frammenti audiovisivi con spezzoni di interviste; tutto parla la lingua di Demetrio, tutto diviene ascolto e viaggio. In principio era la voce, ed era quella di Demetrio Stratos.

©Marco Caselli Nirmal

E poi i manifesti, testimonianza estetica di una ribellione che fu anche politica, che campeggiano nella quarta sala della mostra: da Metrodora a Il treno di Cage – che fece tappa anche a Ravenna – le locandine di concerti ed eventi del periodo Area e post-Area raccontano una cura al dettaglio visivo, alla comunicazione musicale che si è tristemente perduta. A chiudere due sale in cui poter sperimentare l’ascolto immersivo ora con i Mesostics di John Cage – spartiti verticali – ora con brani e sequenze di voci estratte dall’archivio della Cramps Records, creata dal sesto elemento degli Area, Gianni Sassi, musicista, produttore discografico, grafico e fotografo. Il rapporto con Cage torna quasi in ogni spazio della mostra, a dimostrazione di un’amicizia preziosa nata dalla stima del giovane Stratos per gli studi del compositore americano: Stratos infatti si avvicina alle opere di Cage interpretando i suoi Sixty–Two Mesostics Re Merce Cunningham (1971) per voce non accompagnata e microfono, parzialmente inclusi nel disco antologico di John Cage pubblicato dalla Cramps Records, nato in collaborazione con Juan Hidalgo, Walter Marchetti e Gianni Emilio Simonetti. La voce di Stratos, che ci arriva in cuffia mentre siamo liberi di muoverci nella sala semi buia alla ricerca del nostro mesostico, danza virtuosa in mezzo ai differenti dinamismi visuali e ai silenzi delle composizioni. Si tratta di sessantadue blocchi vocali, composti da parole scelte in base allo I Ching. Una partitura vocale impegnativa in cui Stratos è chiamato a leggere le parole e a interpretarle, non in base al tradizionale spartito, ma seguendo particolari accorgimenti grafici.

Sebbene Amorevolmente progredire, amorevolmente regredendo possa dare l’idea di un lavoro di non semplice fruizione, la fascinazione che la narrazione limpida è capace di trasmettere anche al visitatore digiuno di nozioni sull’espressività vocale, la trasforma da mezzo a obiettivo: l’idea fondante della filosofia-scienza artistica di Stratos era seguire una sorte di liberazione dalla condizione di ascoltatore passivo ricercando un ascolto nuovo, attivo e creativo che non si concentrasse soltanto sull’analisi del virtuosismo ma che fosse capace di tornare alle origini di quel suono e viverlo pienamente, con ogni muscolo del corpo. Un tipo di ricerca che rifugge modalità estetiche comode, preferendo democratizzare lo spazio musicale anche alla tradizione dello spoken-word, del recitato, del comunicabile umano tutto.

La bisogno di studiare la voce rivela un’urgenza di stampo intellettuale ed etico: nulla era destinato a migliorare le tecniche canore, ma tutto lo studio, tutti gli esperimenti che Stratos portava avanti erano rivolti a ogni singolo individuo, indipendentemente dalle capacità o propensioni artistiche, per avere consapevolezza delle risorse di cui ogni uomo è dotato. Uno degli obiettivi principali di Stratos è sempre stato quello di liberare l’uomo dallo stato di pressione schiavizzante cui è ridotto dal contesto sociale nel quale è inserito; ogni sua volontà di ricerca deve essere letta in questa prospettiva.

A tal riguardo risultano illuminanti le parole contenute tra le note di copertina di Metrodora:

“Oggi si parla della voce come di uno strumento difficile da suonare, ma contrariamente a qualsiasi altro strumento che può essere riposto dopo l’uso, la voce non si separa mai dal suo proprietario e quindi è qualcosa di più di uno strumento. L’ipertrofia vocale occidentale ha reso il cantante moderno pressoché insensibile ai diversi aspetti della vocalità, isolandolo nel recinto di determinate strutture linguistiche. È ancora molto difficile scuoterlo dal suo processo di mummificazione e trascinarlo fuori da consuetudini espressive privilegiate e istituzionalizzate dalla cultura delle classi dominanti […]. I materiali qui registrati vanno intesi come proposte di liberare con la maggior naturalezza possibile l’uso della voce. Per questo non si sono presi in considerazione ‘trucchi tecnologici’: per modificare il timbro della voce sono stati adoperati soltanto una corda, una cartina Rizla per sigarette e un bicchiere di acqua. Se una ‘nuova vocalità’ può esistere dev’essere vissuta da tutti e non da uno solo: un tentativo di liberarsi dalla condizione di ascoltatore e spettatore cui la cultura e la politica ci hanno abituato. Questo lavoro non va assunto come un ascolto da subire passivamente, ma come un gioco in cui si rischia la vita”.

Passeggiando per le sale della mostra, avvolti costantemente dal rimbalzo di una nota o dallo stridore di un acuto, sembra di ascoltare nella ricerca vocale di Demetrio Stratos quell’appello dadaista che incitava a reinventare un linguaggio ormai privo di senso, figlio di una società rotta e senza più vigore. La sua, un po’ come la nostra. A chiudere il viaggio fra le antiche mura di Palazzo Malagola troviamo una sala cinema in cui potersi fermare nel tentativo di riavvolgere il nastro e comprendere meglio lo sguardo selvaggio, profondo, talvolta violento di Stratos: in questo ci aiutano tre video fondamentali, ovvero una lezione di Stratos sulla voce, un estratto del 1977 da Vedo, sento, parlo. Rubrica di vita musicale uscita dalle Teche RAI e infine un estratto da Cantare la voce. Demetrio Stratos dieci anni dopo di Massimo Villa.

Come un trapezista del suono, Demetrio Stratos ha unificato le acrobazie della lingua con il concetto e la tradizione popolare, ha frantumato la monodia demoltiplicando lo specchio acustico fino ad arrivare a triplofonie, se non addirittura quadrifonie dopo aver studiato le doppie voci dei monaci tibetani. Stratos studiava con impeto e lucidità, non accontentandosi mai di mezzi risultati, aveva una consapevolezza assoluta del proprio lavoro sul linguaggio, fino al punto da dialogare direttamente con scienziati ed esperti di foniatria, psicanalisti, antropologi ed etnomusicologi, gli stessi che per anni hanno indagato come vera e propria materia di studio le infinite possibilità della sua voce. Si rimane annichiliti dall’intimità del suo canto, e dalla potenza assoluta del suo corpo, dotato di una forza sempre così controllata anche nello sforzo psico-fisico necessario per arrivare lassù, dove nessuno aveva mai tentato di arrivare: 7000 Hertz.

“Cerco di prendere tre o quattro note alla volta, di lavorare sugli armonici. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la tecnica di espressione, è più che altro una tecnica di controllo mentale, è un microcosmo ancora da scoprire”.

Demetrio Stratos aveva il desiderio di capirsi, di comprendere a fondo lo sviluppo vocale di cui era capace e da questo poter padroneggiare determinate strutture che noi utilizziamo automaticamente; è proprio la bellezza espressiva compiuta, la poesia profonda e straniante dei suoi vocalizzi, la dimensione lacerante in cui si pone come uomo solo davanti all’universo che ci regala un corpus sonoro di possibilità infinite. Cosa avrebbe significato, per lo stesso Stratos, per noi, per la scienza, per la musicologia, continuare ad ascoltare la  Voce che ricerca i propri confini, la propria appartenenza, che crea nuovi codici espressivi? Le possibilità interpretative con Stratos restano infinite, inimmaginabili, con una sola possibile conclusione: Demetrio Stratos è la voce che canta la voce, una cabina di controllo per la il caos della vita.

C’è una foto fra le tante che mi è rimasta in mente e, mentre passeggio fra le viuzze di una gelida Ravenna illuminata dal sole d’inverno, cerco di fissare nella mia memoria visiva: è un bianco e nero, Stratos è catturato in lontananza mentre sperimenta un esercizio, a terra ci sono corde, oggetti vari, forse un orsacchiotto, il microfono lontano dalla bocca, la postura fisica di un gimneto greco e l’unicità di un momento in cui l’uomo esprime il meglio di sé, in cui anche la voce è una sfida alla memoria. In quell’attimo Stratos supera lo stato delle cose, con lo sguardo imperioso e sempre vigile di chi gioca con il mondo facendolo a pezzi

 

Amorevolmente progredire, amorevolmente regredendo. La ricerca vocale di Demetrio Stratos 1970-1979 è aperta al pubblico (ingresso gratuito) fino al al 22 dicembre al piano terra di Palazzo Malagola, in via di Roma 118 a Ravenna, dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18, la domenica dalle 10 alle 13. Informazioni: info@malagola.eu, tel. 348.1382632.

immagine di copertina © Marco Caselli Nirmal

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Autore

beatricepagni@minimaetmoralia.it

Beatrice Pagni vive e sopravvive nella campagna toscana, figlia della miglior provincia cronica. In redazione a minimaetmoralia dal 2021, ha scritto e continua a scrivere di musica e cultura per diverse testate (Sentireascoltare, Il Mucchio Selvaggio, Il Foglio Letterario), oltre ad aver esplorato il mondo della web tv con l'esperienza targata Decamerette.

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