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Foto di Jr Korpa su Unsplash

Leggendo una poesia di Roberto Bolaño, per il canale streaming di «Decamerette», ho involontariamente sostituito in piedi ci sono solo i cordoni / della polizia con in piedi ci sono solo i cordoni / della poesia, mi è parso da subito uno dei più bei refusi di sempre. L’idea di una nuova rubrica è nata quel giorno, un appuntamento che facesse l’esatto contrario di ciò che fanno i cordoni della polizia: avvicinare. Accorciare le distanze. Per ogni numero si parlerà di una, due o più poesie, di vari poeti, cercando un filo comune, facendo sì che versi lontani si tengano per mano.

*

Prendiamo un modo di guardare a caso, un modo che è tanti modi. Andiamo là dove guardare è definire, e l’attimo dopo è fare a meno delle definizioni. Prendiamo una luce e guardiamoci attraverso, usiamola, prendiamo un confine e poi facciamone a meno. Prendiamo la notte e il giorno, troviamo le differenze. Se guardiamo con attenzione non le troveremo. Cosa sia il giorno cosa sia la notte nessuno lo sa, solo alcuni poeti, alcune poete forse lo sanno, perché sanno scivolare dalla veglia al sonno, dal sogno all’incubo, sanno prendere una parola e modularla fino a che il suo significato non cambi e se muta il senso di una parola anche noi cambiamo. Diventa differente il nostro modo di usare quel termine, di associarlo a una persona quando la descriviamo, quando la chiamiamo. Alcune poete sanno suonare una lingua che ci arriva sempre nuova, anche se parlano del loro fatto più intimo, anche se raccontano una storia distante da noi – per ragioni territoriali, o temporali che siano – con quella lingua ci parlano, e ci dicono sei tu, proprio tu. Ogni poesia più riuscita si rivolge sempre a una lettrice o a un lettore solo, sempre diverso volta dopo volta e lo trova. Oggi leggiamo con gli occhi di ragazza, attraverso tre poesie di Grace Paley, di Forugh Farrokhzad, di Ada Limón. Due morte, una vivente, due nordamericane, una iraniana, due che scrivono in una lingua che molti conoscono, la terza in una che è ai più sconosciuta. Eppure, i loro versi partono sempre da un mondo sconosciuto, un pianeta in cui il traduttore le scova, chi legge le trova. Occhi che sorridono come una nonna, quelli di Grace. Occhi che ti tirano fuori dal buio come quelli di Forugh. Occhi che spingono verso di noi il suono della California, come quelli di Ada.

«Quel che restava  prima del crollo
era la dolcezza nella foglia d’acero

nel nostro amico George   una brillante
premurosa dolcezza

sulla foglia dell’acero rosso selvatico
prima dell’inverno   nel nostro amico
George Dennison   prima della morte»

Ecco Grace Paley in tutta la sua luminosa semplicità, che conosciamo da sempre, che riconosciamo nelle sue poesie e nei suoi racconti. La capacità acuta di guardare il mondo e di saperlo raccontare, che si tratti di un problema sociale o di un fatto intimo, personale, come quello racchiuso in questo breve testo, tratto da Una donna ha inventato il fuoco e lo ha chiamato ruota (Sur, 2023, traduzione di Paolo Cognetti e Isabella Zani) Chi legge, riconosce gli occhi di ragazza di Paley, un po’ ingenua e un po’ malinconica, capace di creare una similitudine – all’apparenza molto semplice – tra la foglia d’acero e la morte di un amico.

Ma non è la foglia che prima o dopo cadrà, e non è la morte, non lo è mai, non lo è mai da sola. È la dolcezza, premurosa nella foglia, premurosa in George; è la forza dell’attacco: Quel che restava prima del crollo. Abbiamo letto solo il primo verso, non sappiamo cosa resta prima del crollo, non sappiamo di che crollo si tratti, ma entriamo facilmente là dove Paley ci porterà. Siamo nella sua atmosfera e pronti a ricevere quello che verrà nei versi successivi. La foglia dell’acero rosso, prima dell’inverno, e l’amico George, prima della morte, sono tutto ciò che resta, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per avvertire la premurosa dolcezza, per fare memoria dei nostri prima, contare le nostre foglie cadute e guardare nello specchietto retrovisore i nostri George perduti nel tempo. In un’altra poesia, Paley, scrive: «caro amico  gli chiedemmo / che cosa vedi / rispose vedo solo ciò che è già / stato visto». Ecco, noi leggendo lei vediamo ciò che avevamo visto, solo che non ci avevamo fatto caso.

*

«La rondine disse: “Ma che profumo che sole, ah
la primavera è giunta infine
e io mi avventuro alla ricerca di una compagna.”

La rondine spiccò il volo
dal bordo del portico
come un messaggio
prese il volo e se ne andò.
La rondine era piccola
la rondine non pensava
la rondine non leggeva il giornale
la rondine non aveva debiti
la rondine non conosceva gli esseri umani.

Nell’aria la rondine
si levava oltre i lumi del pericolo,
elevazione spensierata,
e si godeva la follia
di ogni istante azzurro.

La rondine ah                     era solo una rondine».

Lei è Forugh Farrokhzad, una delle maggiori poete iraniane, paragonata per importanza a Sylvia Plath, giusto per fare un nome. La sua opera completa arriva in Italia per la prima volta con il titolo Io parlo dai confini della notte, edita da Bompiani, e curata e tradotta magnificamente da Domenico Ingenito, che a questo lavoro ha dedicato molto tempo, devozione e passione. Forugh è morta molto giovane, Paley molto anziana, eppure questa poesia mette i loro sguardi l’uno accanto all’altro. La rondine che si leva oltre i lumi del pericolo è ogni donna iraniana che ha lottato per la propria libertà, ed è ogni donna iraniana che non è riuscita a farlo. Ma quella rondine è capace di volare molto lontano, al di sopra di ogni cielo del mondo, là dove la voce di una donna s’alza per rivendicare i propri diritti, la propria libertà. Il suono della poesia di Farrokhzad ci rimanda al suono melodioso del persiano – i versi in quella lingua, quando recitati, ci catturano anche se non conosciamo il significato di nessuna parola – e, al contempo, ha in sé la decisione, la necessaria durezza della migliore tradizione europea, o la capacità di raccontare l’indicibile partendo dal quotidiano che è tipica della poesia nordamericana più riuscita. Avere tra le mani i suoi occhi di ragazza ci consente di attraversare il buio che separa la notte dall’avvenire, e di desiderare di lottare come lei lottava, di sperare come lei sperava. In un’altra poesia, Forugh, scrive: «Io non mi pento, / e penso a questa rinuncia, questa rinuncia dolorosa», e no, non si è mai pentita e ha messo la penna – prima ancora del cuore – davanti a ogni dolorosa rinuncia; per compiere un passo verso il futuro, per essere rondine almeno un istante. Così ci si ribella, così si scrive, così si vive.

*

«Perché non l’ho mai visto per quel che era?
Abbondanza. Due famiglie, due diversi
tavoli da cucina, due insiemi di regole, due
torrenti, due strade, due genitori putativi
con i loro acquari o registratori a otto piste o
fumo di sigaretta o maestria con le ricette o
la lettura. Non lo posso girare il disco
graffiato che s’impunta su quell’originale
solco del caos. Ma lasciatemi dire che venivo portata
avanti e indietro le domeniche e non era facile,
ma ero amata in entrambi i luoghi. E così ora
ho due cervelli. Due cervelli del tutto diversi.
Quello a cui manca sempre il posto dove non sono,
quello così consolato dall’essere finalmente a casa».

Avere due case, due famiglie, crescere in due posti diversi, avere il doppio di ogni cosa, non averne nessuna, essere nel luogo tuo, non esserci mai. Questa poesia è tratta da Nuova poesia americana, Volume IV (Black Coffee, 2022, cura John Freeman, traduzione Damiano Abeni. Gioca, Ada Limón, e scrive Abbondanza e nel primo verso si domanda perché non se ne fosse mai accorta prima. Di nuovo un prima, di nuovo una serie di fatti che precedono il testo che stanno fuori dal testo. Eppure, anche qui subito capiamo, subito vediamo la donna che racconta, che sarà stata bimba, e poi ragazza, che ha fatto avanti e indietro per anni da una casa all’altra di genitori separati. Limón prova a tradurre quello sfacelo sentimentale attraverso uno dei formidabili elenchi di situazioni / oggetti che vengono usati spesso e bene nella poesia nordamericana. Poi si ferma e scrive di non poter girare il disco, che si impunta sul solco del caos. Questa è la chiave, in quell’abbondanza non c’è alcuna scelta ma solo una doppia situazione familiare imposta dall’alto – la bambina, la ragazza, la donna non fa altro che subirla, non può far altro che provare a resistere – che influisce sul presente e sugli anni a venire. In pochi versi, la poeta californiana Ada Limón mette a fuoco un problema sociale attualissimo, una situazione domestica, intima ma che ancora una volta riguarda tutte e tutti. I suoi occhi di ragazza ci portano in due case, due famiglie, due vite, doppi desideri di libertà, per arrivare a chiudere con due cervelli, uno a cui manca sempre la casa, l’altro che si autoconsola chiamando ogni abitazione: casa. In un’altra poesia scrive: «Giallo su giallo, due cose / che irradiano la vita. Ho bisogno di entrambe / per continuare a vivere». E quel giallo chiama ad alta voce il rosso acero di Paley, e chiama l’azzurro rondine di Farrokhzad.

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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