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di Monica Capuani

Guardare “al di là”. È qualcosa che bisognerebbe fare costantemente, ovunque. E invece si fa, mi sembra, sempre meno. Soprattutto qui da noi. Quest’anno ho potuto assistere nella sua interezza alla Biennale Teatro appena conclusasi. Quella dei festival che invitano in Italia rassegne di spettacoli internazionali è un’ottima occasione per osservare ciò che accade oltre i confini nazionali. Tre spettacoli in particolare – nella panoramica molto varia per temi e linguaggi della selezione dei direttori Ricci e Forte – mi hanno suscitato alcune riflessioni, che si allargano a quello che sta diventando il teatro in Italia.

Ha aperto la Biennale Teatro 2022 la regista brasiliana Christiane Jatahy, che ha vinto il Leone d’Oro di quest’anno. Nel ricco programma del festival Presente Indicativo del Piccolo Teatro di Milano, Jatahy aveva presentato a maggio Entre chien et loup, un lavoro del 2021 che sulla falsariga di Dogville di Lars von Trier racconta la fuga di Graça dal fascismo del Brasile di oggi, modello ineluttabile che si ripropone a poco a poco tra le “brave persone” della piccola comunità in cui altrove ha trovato asilo. Quello visto a Venezia, The Lingering Now, è uno spettacolo del 2019 che partendo dall’Odissea ha portato la regista e film-maker in Palestina, Libano, Grecia, Sudafrica e infine in Amazzonia. L’epos di Omero è un pretesto per raccontare il dramma degli infiniti migranti che in questi anni hanno vissuto, stanno vivendo e sempre di più vivranno una moltitudine di drammaticissime quanto purtroppo insignificanti odissee. Jatahy fonde in modo personale cinematografia e teatro, facendoli dialogare nei suoi spettacoli. Gli spettatori della Biennale hanno assistito a momenti di vita apparentemente quotidiana nei paesi sopra citati (cene o raduni di vario tipo), occasioni propizie allo storytelling, al racconto delle proprie umane vicissitudini. Per poi scoprire, sparsi in mezzo agli spettatori, gli attori che usando a loro volta la telecamera cominciavano a interagire e a dialogare con loro o con i personaggi (a volte loro stessi) sullo schermo. Come Yara Ktaish, siriana, fuggita in Libano ma poi rientrata per vedere il padre e incarcerata per sette mesi. Per quanta gente, oggi, tornare a casa è un sogno impossibile? Jatahy si muove (e a volte è anche lei in scena) in un travalicare di generi che mi ha fatto l’effetto di un “aprire”, di un tentare di “allargare” la platea e i suoi interlocutori, mescolandoli, fondendoli, abbattendo muri e quarte pareti. Il momento per me più liberatorio è stato quello in cui una festa africana in cui nel film si comincia a ballare ha contagiato la platea. La compagnia multietnica e multilingue di Jatahy in sala ha cominciato a suonare, cantare, ballare, incoraggiando il pubblico a unirsi e fare lo stesso. Poco a poco, oltre la metà degli spettatori ha risposto all’invito, e la festa africana è dilagata a Venezia, al di là del tempo e dello spazio, in uno dei rari momenti dionisiaci cui mi è capitato di assistere negli ultimi anni a teatro. Già, parliamo di Dioniso. In Italia il teatro, sempre più soffocato dalle direttive ministeriali, fa fatica a connettersi con Dioniso. Con la trasgressione, con l’estasi, con la catarsi. Il teatro di Jatahy, che pure non è quello che io personalmente seguo e mi sforzo di portare qui da noi – che è un teatro di parola, di matrice per lo più anglosassone – ha però catturato il mio interesse. Mi è piaciuta la sua forte impronta politica, che in Italia il teatro ha perduto da tempo, a eccezione di quello di narrazione, in cui l’autore/interprete – quasi sempre in solitaria – è una specie di grillo parlante spesso inascoltato. Quello di Jatahy, al contrario, è un teatro di ampio respiro, di respiro globale, eppure anche fortemente personale. Verso la fine dello spettacolo la regista mette in scena se stessa e una sua vicenda familiare. Suo nonno precipitò nella foresta amazzonica in un incidente aereo e sembra sia sopravvissuto grazie agli indios e si sia unito a loro senza fare ritorno. Nel film vediamo lei che racconta agli indios la propria storia, in una ricerca forse più spirituale che realistica. In quel momento anche noi spettatori eravamo nel cuore dell’Amazzonia, in quella foresta che potrebbe ancora salvarci dall’emergenza climatica inascoltata. Gli attori hanno chiesto a tutti gli spettatori di battersi sul polso con due dita. E all’improvviso abbiamo sentito il rumore della pioggia, che faceva da colonna sonora alle immagini di quella natura salvifica. Un semplice gesto, latore di un’emozione potente, che mi ha ricordato l’abbraccio con il vicino di posto che in Nelken di Pina Bausch sorprendeva gli spettatori cui era stato chiesto di eseguire una semplice coreografia. Il perseguire un’indagine dello spirito tramite il teatro mi ha commosso in The Lingering Now. La dimensione rituale di un pubblico stretto intorno a una storia è quella che a undici anni mi ha guadagnato al teatro per sempre. È quella che oggi dovrebbe restituirgli un senso che, soprattutto dopo il trauma del Covid, sta fortemente vacillando. Il teatro non può e non deve più essere semplice intrattenimento o showcase della tradizione, non nell’epoca tragica che stiamo vivendo. È uno strumento potente, il teatro, e ci implora di impugnarlo.

Un altro spettacolo di cui ho parlato per giorni con gli amici che lo hanno visto a Venezia è Seek Bromance di Samira Elagoz, che ha vinto il Leone d’Argento. È stato un viaggio in un futuro che è il presente, in un altrove quasi distopico per qualcuno della mia generazione (considerando che, in Italia, una persona come me sui cinquanta è uno spettatore giovane…). Difficile descrivere le quattro ore di questo film, spezzato dai commenti dell’autore in scena che, nel frattempo, ha compiuto una transizione F2M e da Samira è diventato Sam. Sam era seduto davanti al suo pc, dove seguiva quello che noi vedevamo sullo schermo gigante. Ogni tanto il film si interrompeva e lui raccontava, commentava, con una sincerità timida, quasi disarmante. Il film comincia con una danza mutuata dal porno in cui Samira gioca con una siringa e si fa un’iniezione che poi scopriremo essere di testosterone. La storia di Seeking Bromance è quella dell’incontro tra Samira e Cade Moga, modella brasiliana molto attiva sui social che aveva aperto un finto profilo maschile online. Dopo aver chattato a lungo con Samira e averle poi confessato di essere una donna in corso di transizione F2M, la invita a Los Angeles, dove vive. Samira, finlandese di origini egiziane, che oggi è tra Amsterdam e Berlino, accetta l’invito. Ma a LA scoppia la pandemia e comincia il primo lockdown. Nella reclusione comincia una storia d’amore a tre: il terzo interlocutore è la telecamera, che filma tutto quello che accade (o quasi). Nel corso di quelle settimane, Samira si farà iniettare da Cade il testosterone e comincerà la sua transizione. Il montaggio del film inanella interminabili conversazioni su una ricerca di identità difficilissima da perseguire, tentativi artistici che vanno da momenti performativi e di poesia a un’avventura on the road a Las Vegas appena le restrizioni si allentano. Nel frattempo, nonostante tutte le difficoltà del caso – Samira ha subito uno stupro e da anni non mette in gioco il corpo, Cade sta negoziando con le modificazioni fisiche e psichiche dettate dal bombardamento di ormoni – si sviluppa la relazione. Che si conclude presto e sulla quale poi gli interlocutori riflettono separatamente, fino a una sorta di straniante confronto finale. L’uso che Elagoz fa della telecamera è molto diverso da quello di Jatahy, eppure non è un caso che oggi il linguaggio filmico sconfini così spesso nel teatro. La telecamera qui è l’occhio onnipresente (che fa il paio con quello dei social) senza il quale oggi l’esistenza sembra non consistere e non sussistere. C’è una lunga sequenza, verso la fine di questo viaggio di quattro ore, che ha avuto su di me un impatto estremamente perturbante. Dopo essere scomparso per un po’ di tempo dalla vita di Sam, che le ha scritto un’e-mail-fiume mostrata sullo schermo e letta da una voce robotizzata nello spettacolo, Cade risponde inviandole un lungo video di riflessioni. È una di quelle conversazioni che a volte si fanno dopo che una relazione si è conclusa ed è passato un tempo di metabolizzazione che consente un’analisi più lucida. Tra Sam e Cade questo avviene “in differita”. Nel senso che Sam spezza il filmato di Cade e lo monta inserendovi le sue risposte e reazioni, quindi in realtà il dialogo è solo virtuale perché non avviene in maniera sincronica, ma grazie a un intervento in fase di editing. Nel filmato vediamo un Cade meno maschile di quanto non fosse nel periodo vissuto con Samira/Sam. La mascolinità che ha idealizzato e inseguito – con la complicità di un padre chirurgo plastico che, dopo averle impiantato a 17 anni le protesi al seno giudicandolo insufficiente, si presta in seguito ad appoggiare la transizione della figlia e ad asportarglielo del tutto – non le corrisponde e ha deciso di considerarsi una persona non-binary. La ricerca dell’identità avviene outside-in invece che inside-out. È il corpo che guida, che detta. Le sue modificazioni tentano di catturare i movimenti interni e di cristallizzare un’identità che le generazioni precedenti forse cercavano con l’aiuto dell’arte, della letteratura, del cinema, e sì, del teatro. È lì che andavamo a cercare i rispecchiamenti, le emozioni che ci muovevano e che cercavamo fuori per via di affinità elettive: parole e immagini in cui ci ritrovavamo e attorno alle quali cercavamo di consistere. Per Sam, Cade e la loro generazione, i riferimenti sono per lo più le riflessioni estenuanti sul gender, il porno e i social, con la loro imprescindibile presenza. Mi mostro, dunque sono. Ma l’immagine sui social dura un istante e dunque va riproposta continuamente, in un costante ed estenuante inseguimento di sé. Un gioco narcisistico che alla fine di Seek Bromance mostra il suo lato oscuro, distruttivo, disperato. Quello che forse il Covid ha messo in luce nei picchi di anoressia e hikikomori degli adolescenti. Il viaggio che Elagoz ha fatto compiere agli spettatori che, pazientemente, hanno assistito al suo racconto ha il pregio, nella sua dichiarata imperfezione, di mostrare una generazione che conosce perfettamente se stessa ma poco si mostra alle generazioni precedenti, che percepisce come aliene. Questo mi ha toccato profondamente. In Italia questi temi si sono timidamente affacciati con i libri di Paul B. Preciado e con il teatro di Liv Ferracchiati, che il precedente direttore Antonio Latella aveva invitato alla Biennale Teatro. Ma in generale il teatro italiano ha la responsabilità pesantissima di aver esiliato da lungo tempo i giovani, che lo considerano un’arte da museo, noiosa e obsoleta. Questo “oggetto” che Elagoz ha confezionato con il suo dolore esageratamente esibito, con un ego ipertrofico, d’accordo, ha però il pregio di parlare a tutta una fascia di persone con cui il nostro teatro non sa più e forse non vuole neanche più parlare. Una colpa enorme. Quando vado a teatro a Londra c’è tanta gente giovane a teatro. In tante città d’Europa c’è tanta gente giovane a teatro. In Italia, se c’è gente giovane a teatro spesso è gente che desidera ardentemente farlo, il teatro. Gli altri non ci vanno più. E per fortuna i ragazzi che vogliono fare teatro ci sono ancora. Dovremmo coccolarli, dargli spazio, dargli modo di coltivare quella passione. Sono loro la sostanza del teatro di domani, e se esiste una speranza che in futuro in Italia si possano riportate le generazioni giovani a teatro, questa speranza risiede in loro. Quindi ben vengano spettacoli come Seek Bromance, che parlano di loro e a loro. E anche a noi, se ci disponiamo ad ascoltarli e ad accoglierli.

Il terzo spettacolo che mi ha estremamente divertito (e non solo) per l’estrema libertà dei codici è Brief Interviews with Hideous Men – 22 Types of Loliness di Yana Ross. È andato in scena la scorsa stagione allo Schaulspielhaus di Zurigo, provocando una discreta tempesta. Purtroppo, per un orario insolito a Teatro India che non mi era stato comunicato, sono arrivata tardi e non sono riuscita a vedere la versione italiana di Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace, che da noi hanno messo in scena Lino Musella e Paolo Mazzarelli, due teatranti che stimo. Sarebbe stato bello, in questa sede, mettere a confronto i due spettacoli. In quello visto alla Biennale e diretto dalla Ross – nata a Mosca, cresciuta in Lettonia, che si definisce una “nomade culturale” e dal 2023 sarà a Berlino con il Berliner Ensemble – la mascolinità tossica presente nell’opera di Foster Wallace viene declinata in maniera del tutto personale, radicalmente femminista e irresistibilmente permeata di senso dell’umorismo. Wallace scriveva dell’estrema solitudine di cui soffre il mondo contemporaneo, ma sottolineava l’esigenza di un contrappunto ironico. In questo, lo spettacolo della Ross è molto coerente. Il pubblico della Biennale è entrato nel Teatro alle Tese dell’Arsenale attraversando il palcoscenico. Da una parte, era in atto un rapporto sessuale tra due attori porno, o “intrattenitori adulti” come hanno voluto essere citati nei materiali promozionali. Disseminati sul palcoscenico, gli altri interpreti erano come morti, in varie posizioni da “scena del crimine”. E sono esattamente scene del crimine spirituali quelle che abbiamo visto nello spettacolo di Yana Ross. Anche se alcune delle situazioni, ispirate dal libro-cult di DFW, erano anche esilaranti. Come il talk show televisivo dove sono invitati degli intellettuali, che si trasforma poco a poco in una specie di orgia in cui l’animalità di ciascuno emerge come fosse una seconda pelle nel corso di una muta. Un’altra scena irresistibile è lo strip-tease dell’“intrattenitrice adulta” (peraltro ottima attrice) che, dopo aver deliziato il pubblico con vari tutorial hardcore, esegue una danza a luci rosse davanti a una coppia borghese sempre più in imbarazzo. La qualità degli interpreti fa sì che quando il testo affonda nella disperazione e nell’orrore del racconto di stupri, torture e varie declinazioni dell’umana oscenità (in confronto la scena porno iniziale diventa un atto del tutto innocente), il pubblico si lasci schiaffeggiare e ferire. Inutile dire che le varie rappresentazioni della famiglia sono agghiaccianti. E la scena del vecchio nella casa di riposo, della sua demenza e delle deiezioni spalmate su un vetro in faccia agli spettatori forse sarebbe stata inaccettabile senza aver compiuto con la guida di una compagnia di interpreti straordinari un viaggio in cui si era anche riso, aprendosi all’accettazione dell’orrore. Questa spudorata libertà di Yana Ross, la sua ammirevole autorevolezza e il suo talento di regista mi hanno messo allegria. Spero che le generazioni degli scambi interscolastici all’estero e degli Erasmus, abituate a viaggiare e a vedere quello che c’è in giro per il mondo, presto dilaghino e portino nuova linfa vitale sui palcoscenici pavidi delle nostre città italiane disperatamente bisognose di nuovo.

 

 

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