di Enrica Fei
L’uccellino ha abbandonato il nido. Era un giaciglio di “sottili rametti intrecciati” che il passerotto aveva costruito sul davanzale del centro di accoglienza Arcobaleno. Ogni tanto si riempiva di piccoli doni – un uovo, per esempio – che uno degli ospiti del centro, il maliano Makamba, lasciava per lui. L’uccellino non sapeva che farsene, probabilmente, ma non è per questo che se ne è andato via. Non ha che continuato il suo volo, come è nella sua natura, e si è spostato verso altri nidi.
Una notte Makamba non riesce a prendere sonno. Accanto a lui dorme l’amico Fagadan e Makamba è preoccupato perché non sa come aiutarlo. “Il peso specifico dell’odio può corrispondere a quello di una mazza da baseball di circa novecento grammi”; la stessa con cui, qualche settimana prima, i due sono stati aggrediti fuori da un pub. Da allora Fagadan “non si muove, non parla”; “è sempre imbrigliato tra idee semplici da desiderare, ma mai da vivere, e ciò che rimane”. Per questo Makamba prova a distrarsi guardando fuori dalla finestra e realizza che il nido è vuoto. Makamba è triste. Gli piace pensare che l’uccellino si sia posato su qualche ramo di un albero in Mali, che si sia allontanato per tornare presto, ma sotto sotto sa che non è così. L’uccellino, “che ride e piange con un cinguettio o un battito d’ali”, “deve avvertire pesante anche una sola risata o una singola lacrima”. Troppa tristezza e speranza nel centro Arcobaleno, “per preservare il suo volo leggero”. “Tra il rumore di un sogno spezzato e le nuvole senza pensieri, ha preferito le nuvole. Tra le due migrazioni, ha scelto quella del cielo”.
Con il romanzo d’esordio Il rosso e il blu. Una comune favola di migrazione, (effequ, 2020), Luca Giommoni racconta una favola che ne contiene tante altre e che parla di migrazione, accoglienza, odio, razzismo; l’Italia della speranza e la Libia dell’inferno. È una favola ma anche il racconto di una realtà – quella delle migrazioni contemporanee, del sistema di accoglienza italiano, la burocrazia, le commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale. Come è stato spiegato brillantemente qui, “è una favola quasi documentaristica”, che “del reale cambia più il registro che i contenuti”. Racconta la realtà e non solo, perché, come tutte le grandi favole, racconta una storia e parla della natura umana, valori e disvalori, giustizia e sopraffazione, le sponde del bene e del male e l’imperativo di scegliere da che parte stare.
Il baricentro narrativo ruota intorno al centro d’accoglienza Arcobaleno. Ciascun personaggio porta una storia che si intreccia alle altre in una “comune favola di migrazione”, piena di surreale magia. Makamba è partito dal Mali, ha viaggiato il mondo intero ed è approdato in Italia. Ha una missione: ridare armonia al mondo attraverso i rubinetti ottenendo il giusto rapporto tra acqua fredda e acqua calda. Makamba è “un pensiero”, “un’idea di solo bene”; dinanzi al suo eroismo, gli interrogativi si sfaldano. La sua voce non conosce dubbi: per questo, quando fa una domanda, disegna in aria un interrogativo. Benedict è stato detenuto nelle carceri libiche.
Quello che ha vissuto non è umano, e per questo si è convinto di essere stato vittima di un rapimento alieno e di un terribile esperimento per capire fino a che punto si può sopportare il dolore. Fagadan, per correggere il mondo, ha una gomma da cancellare. In un pub irlandese si occupa del Trattato di Dublino, che rispedisce i richiedenti asilo nel primo paese d’approdo. Kirmani, una bambina di otto anni sudanese, è stata data in sposa ad un “torto signore proprietario di uno stabilimento di pollame”. Kirmani, però, non è una sposa-bambina; è un’eroina. Addomestica la faraona Fawziya, le insegna a giocare a dama, e scappa lontano, raggiungendo la capitale. Tikidà, la madre di Makamba, è stata data in sposa a 13 anni un uomo dell’età di suo padre, o forse di più. “Per occupare intere giornate, in cui la famiglia dell’uomo si dimenticava completamente di lei, ha iniziato a scrivere le parole che sentiva alla radio”. Non sa leggere e scrivere, ma “si ispirava ai segni che vedeva”. “A ogni parola sentita provava ad abbinare un simbolo a suo parere adatto”; “restava così immobile in mezzo ai ricordi e all’immaginazione”. Le manca moltissimo il suo Makamba, e a lui manca lei, ma “hanno trovato un sistema per parlarsi. Di notte alzavano la testa al cielo, e quando passava una di quelle lucine rosse lampeggianti le affidavano un pensiero l’uno per l’altra”.
Assieme a loro e molti altri, ci sono gli eroi che lavorano al centro. E così, tra gli altri, abbiamo Manfredi, fondatore del centro di accoglienza Arcobaleno. “Ve lo faccio vedere io che muro vi tiro su, si è detto, e il suo muro è un muro fatto di idee. Dentro, l’attenzione per l’ospite. Tutto il resto, fuori”. Fuori e con le fialette puzzolenti, che lascia a tutti coloro che intralciano la sua missione. Valerio, l’insegnante di italiano, è l’impegno per il cambiamento e la tristezza per non riuscirci come si vorrebbe, “i sensi di colpa per la sua inadeguatezza nel gestire l’amarezza degli altri, nell’affrontare quella rassegnazione con cui accettano le delusioni e il dolore, come se non fossero abituati ad altro”. Malang, senegalese, è l’esempio felice di integrazione; migrante anche lui, lavora nel centro Arcobaleno che lo ha aiutato a rimanere in Italia. Combatte ogni giorno le frustrazioni degli altri lavoratori del centro e anche qualcuna in più, più grande e irrisolvibile. Quando a lui e Makamba gettano una banana, ripensa a tutte le volte in cui, “di ritorno dalla questura, in autobus” e in altre occasioni, “gli hanno fatto lo scherzo delle banane”.
Ciascun personaggio è testimone e simbolo. Testimone del proprio viaggio, delle prigioni libiche, di quelle europee, di uno dei molteplici aspetti della questione migratoria, e simbolo di qualcosa che va al di là e investe temi come la giustizia e la responsabilità individuale. Le loro imprese eroiche e impossibili ci permettono, con la fantasia, di correggere questo mondo immaginandone altri. Al contempo, però, si riempiono di tutto il suo dolore e se ne fanno testimoni. “Nessuno, a parte Benedict, era preoccupato di quel mare (…) Per Benedict quella tutta quella massa sconfinata d’acqua non era altro che un simulacro fatto da tutte le lacrime versate. Una gigantesca, bagnata, biblioteca di dolore”. Il rosso e il blu è una favola piena di amore, speranza, eroismo; ma anche paura, dolore, addii irrecuperabili.
Il romanzo è stato oggetto di numerose discussioni, negli ultimi anni, in Italia e non solo: fiction o non-fiction, romanzo “ibrido”, impegno o non impegno nella letteratura. Giommoni ha offerto una soluzione che, riallacciandosi alla tradizione, si impone come nuova e originale nel panorama contemporaneo. Se il bellissimo La frontiera, di Alessandro Leogrande, ha raccontato le migrazioni seguendo la grande tradizione della non-fiction narrativa, l’ottimo Nel mare ci sono i coccodrilli, di Fabio Geda, lo ha fatto dallo sguardo di un bambino. Giommoni non solo ha fatto entrambe le cose e ha coniugato il realismo impegnato con la libertà narrativa della favola; ha anche elevato il romanzo a genere letterario più “vero” del reale, perché vero in senso poetico. Se il genere de Il rosso e il blu ricorda Baudolino di Umberto Eco, il surrealismo simbolico i racconti di Dino Buzzati, i toni favoleschi e infantili Favole al telefono di Gianni Rodari, le tinte esasperate e grottesche sono quelle che Calvino, nella prefazione de I sentieri dei nidi di ragno, chiamava “neo-espressionismo”: “smorfie contorte, oscuri drammi visceral-collettivi (…) i miei cari compagni (…) Mi studiavo di renderli contraffatti, irriconoscibili, «negativi», perché solo nella «negatività» trovavo un senso poetico.” I personaggi sono irriconoscibili in senso realistico, ma veri perché poetici – rappresentativi della natura umana e della realtà nel suo senso più profondo. Anche per lo stile che adotta, Giommoni brilla per originalità. Autore di racconti apparsi in numerose riviste, la sua prosa si discosta molto da quella prevalente nella letteratura online: le descrizioni realistiche e al contempo evocative, lo sguardo delicato e sentimentale ma mai retorico, i toni saggi e antichi della favola.
Un ragazzo, ne Il rosso e il blu, “lenisce le ferite” di un olivo che sta morendo raccontandogli una favola. L’albero, forse, si può leggere come il ciclo della parola, che è quello della vita, e non muore mai. “Questo mondo ha bisogno di storie e di qualcuno che ci creda, che ci creda veramente”, spiega Tikidà a Makamba bambino. Giommoni ha dimostrato di crederci, ne Il rosso e il blu, e il ragazzo che racconta la storia all’olivo, forse, è proprio lui. La sua storia passerà dalle radici dell’albero alle muffe, dalle muffe ai batteri, dai batteri alla terra, e poi all’acqua, e al cielo.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

uno dei libri peggiori del mondo
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