Questo pezzo è uscito sul n. 22 del magazine di “Artribune”. (Nella foto: Spencer Elden, il neonato della copertina di Nevermind dei Nirvana, nel 2008.)
“What’s the problem with focusing on the long run? Part of the answer — although arguably the least important part — is that the distant future is highly uncertain (surprise!) and that long-run fiscal projections should be seen mainly as an especially boring genre of science fiction. (…) …influential people need to stop using the future as an excuse for inaction. The clear and present danger is mass unemployment, and we should deal with it, now” (Paul Krugman, Fight the Future, “New York Times”, 17 giugno 2013).
Il sistema-mondo dell’arte contemporanea (e, più in generale, il sistema-mondo della cultura contemporanea) appare sempre più strutturato secondo lo schema concettuale – e ideologico – dei futures. Alla previsione del futuro, infatti, subentra la “predeterminazione” di un futuro programmato sulla base delle caratteristiche, dei valori, delle esigenze presenti. Futuro come programma, e non come progetto. La sostanziale “disumanità” di una scelta di questo tipo è qualcosa che naturalmente sopravanza il territorio della speculazione finanziaria (tanto più, quello del mercato artistico). Che esonda, che esorbita – forse anche al di là delle intenzioni iniziali dei programmatori e dei controllori. È chiaro che questa mentalità ha infettato la capacità stessa di immaginare, articolare e dunque di costruire il futuro. Persino, a livello sia politico che letterario, di raccontarlo.
Ora, esiste una contraddizione enorme e insormontabile tra l’arte come produzione culturale, creativa e immaginativa contemporanea (come produzione “vivente”) e un tipo di programmazione che richiede come sua precondizione lo “stare mortale” di cose, opere, individui, idee. Il futuro non è più qualcosa che per definizione non-esiste (“highly uncertain”), ma è qualcosa di predefinito. Il futuro è diventato così un presente, identico a quello attuale nelle sue condizioni di base e nei suoi presupposti, che di volta in volta si incarna, si invera nel presente: un presente che “sta” in un’altra zona temporale, e che burocraticamente accade. Un futuro come tempo che si fonda sul medesimo sistema di valori e di convenzioni che regola il presente, e che non se ne discosta invece radicalmente. La differenza rimane una differenza, per così dire, “geografica”: una distanza tra qui e lì, che si accorcia sempre più fino ad annullarsi e a svanire, più che una differenza irriducibile, inconciliabile e incommensurabile di identità e di modelli. Il futuro non è un tempo ulteriore ma semplicemente un tempo “che-sta-dopo”, che si situa dopo (e questo dopo si avvicina sempre più a noi per mostrarci il suo volto grigio e smorto…).
I controllori sono in questo modo chiamati a convalidare la correttezza dell’intero processo: il futuro è divenuto una procedura. Si tratta di mera amministrazione del presente, e di un’estensione di questa amministrazione nel futuro. È chiaro dunque che all’interno di questa procedura, arte intelligenza cultura immaginazione critica non sono che ostacoli, intralci, orpelli inservibili. Ciò che però è dichiarato inservibile (cioè: che, letteralmente, “non serve” a espletare la pratica, a oliare il meccanismo, a far andare la macchina per il verso giusto) potrebbe rivelarsi a sua volta – e non sarebbe affatto una novità – dannoso per il processo stesso. È il motivo per cui le operazioni artistiche e culturali sono state ridotte in larghissima parte a decorazioni, tinte qui e lì di esotismo e di elementi identitari e di rivendicazioni nostalgiche: perché ciò che si vuole è annullare, ridicolizzare, esorcizzare il potenziale trasformativo degli oggetti culturali. La loro capacità latente di intervenire nel tessuto della realtà e delle relazioni umane, per illuminarli e modificarli.
L’immaginario non discende dalle condizioni pratiche che caratterizzano la nostra esistenza quotidiana: è piuttosto vero il contrario. Il controllo sociale, il gatekeeping, la conservazione dei rapporti di forza e delle strutture di potere si reggono innanzitutto, e principalmente, sulle idee che agiscono i cervelli delle persone. Sulla qualità, sulla temperatura di queste idee – che modellano i comportamenti, e preesistono ad essi. L’arte ha scelto da qualche tempo – diciamo da un trentennio circa – di fornire giustificazioni (di ordine estetico?) all’ideologia che innerva l’Occidente; di convalidare e supportare questa ideologia che è un sistema prima di tutto morale. Questa arte verrà ricordata, con le dovute eccezioni, per questo: per l’accettazione incondizionata.
Christian Caliandro (1979) è storico, critico d’arte contemporanea e curatore. Insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Tra i suoi libri: La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-‘83 (Mondadori Electa 2008), Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco), Italia Revolution. Rinascere con la cultura (Bompiani 2013), Italia Evolution. Crescere con la cultura (Meltemi 2018), Tracce di identità dell’arte italiana. Opere dal patrimonio del Gruppo Unipol (Silvana Editoriale 2018), manuale Storie dell’arte contemporanea (Mondadori Education 2021) e L’arte rotta (Castelvecchi 2022). Dirige la collana “Fuoriuscita” per l’editore Castelvecchi. Dal 2004 al 2011 ha diretto le rubriche inteoria e essai su “Exibart”; dal 2011 cura la rubrica inpratica su “Artribune”. Collabora inoltre con “minimaetmoralia” e “che-Fare”, e dal 2017 dirige insieme a Angela D’Urso La Chimera–Scuola d’arte contemporanea per bambini presso TEX, ExFadda, San Vito dei Normanni (BR). Ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati, tra cui: The Idea of Realism/L’idea del Realismo, American Academy in Rome, Roma (2013); Concrete Ghost/Fantasma Concreto, American Academy in Rome, Roma (2014); Amalassunta Collaudi, Museo Licini, Ascoli Piceno (2014); Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958), CUBO-Centro Unipol Bologna (2015); Cristiano De Gaetano: Speed of Life, Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (2017); Now Here Is Nowhere. Six Artists from the American Academy in Rome, Istituto Italiano di Cultura, New York (2017); le quattro edizioni de La notte di quiete, ArtVerona, Verona, quartiere Veronetta (2016-2019); le sei edizioni del progetto Opera Viva Barriera di Milano, Flashback, Torino (2016-2021); il progetto Artista di Quartiere, Torino (2020); Z/000 GENERATION. Artisti pugliesi 2000>2020, AncheCinema, Bari (2020); Fragile, galleria Monitor, Roma (2021); Cantieri Montelupo, programma di residenze artistiche, Museo della Ceramica, Montelupo Fiorentino (2021).

Marcuse lo diceva nel 1964, Montale lo dice in “Auto da fé”, Adorno pure. L’oggetto artistico da più di trent’anni non ha la funzione o la forza che gli viene attribuita in questo articolo. Belin! o è tradotto male. Mi sembra un articolo scritto 40anni fa.
“il potenziale trasformativo degli oggetti culturali” in effetti non esiste più, la cultura che trasforma oggi è la tecnologia. non siamo più in un sistema sociale che attribuisce alla cultura letteraria o storica un valore così ampio. caliandro gira un po’ su temi già noti, come dice il Montecristo75. Suggerirei testi più scorrevoli e qualche analisi approfondita sul fatto che il futuro non è dato certo dall'”arte trasformativa” – le immagini visivamente condivise da tutti i mass e social media (e spesso schifate dalla cultura “alta”) hanno molto più potere.
purtroppo, aggiungo, ma sembro un vecchio conservatore…
Cercare di predeterminare il futuro per ridurre l’incertezza è sempre stato molto umano, come lo sono d’altra parte la speranza utopica o il pessimismo irrazionale, il salto nel buio ecc. Sono modi diversi di proiettarsi in avanti, con esiti variabili. Non è strano che queste situazioni siano presenti nel mondo dell’arte, oggi con uno sbilanciamento verso la riduzione dell’incertezza, anche a prezzo del grigiore. Non è così? Quanto al potenziale trasformativo, perché negarlo all’arte se è presente nelle altre forme di consumo (la vecchia nozione di consumo produttivo) ? Ma è un potenziale, appunto…