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kurtschw

…abbandonandosi ancora al potere di una visione
che una volta aveva percepito con chiarezza, e ora
doveva cercare a tentoni tra siepi e case e madri e figli –
il suo quadro. Il problema, si ricordò, era come connettere
quella massa sulla destra con quel volume a sinistra.
Virginia Woolf, Al Faro

L’opera come “stato”, e non più – finalmente – come prodotto, frutto di un’imposizione: come stato scavato e ricavato nel presente, scagliato in esso, e non più emesso da una zona estranea e sterilizzata; come campo di possibilità e punto in cui precipitano le relazioni umane; come processo vitale. (Uno stare come, gravemente implicato nel rumore bianco dell’esistenza, con tutte le sue imperfezioni e tare – e non più ipoteticamente e ipocritamente fuori da esso.)

E in quanto tale dunque una non-opera, una non-forma assolutamente e radicalmente incoerente con ciò che vediamo attorno a noi, con ciò che è diventata nella stragrande maggioranza l’arte contemporanea – simulazioni linguistiche.

***

Opere che per costituzione non sono propriamente tali – piuttosto, elementi che all’interno della mostra compongono una narrazione, un mood, un’atmosfera. Segnano, cioè, una temperatura. Sono oggetti al di sopra e al di sotto, al di là e al di qua dell’opera d’arte: provano a sfuggire al proprio statuto (tradizionale?), e anche al proprio tempo.

Possiedono una natura mobile, mutevole, transitoria, e volentieri tendono alla condizione di “non-più-opere”; sono piuttosto stati. Sistemi costruiti dall’artista per preservare un “sentimento” indefinito e sfuggente; strutture labili, animate da una forma di leggerezza pachidermica.

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Opere del XXI secolo che guardano di traverso, in tralice – che non vogliono essere opere, che non si fanno afferrare se non di sfuggita, come un cane che attraversa la strada o come un gioco di riflessi e riverberi lucenti per strada, sulle carrozzerie delle auto – e artisti che non vogliono essere chiusi, né rinchiusi – artisti che interpretano in continuazione e di continuo infiammati il mondo vivendo pienamente al suo interno e non (al sicuro?) nell’area del recinto – paludosa, paludata –  artisti che si relazionano con gli altri in molti modi (economici, sociali, esistenziali, creativi), e ciò che sembra “opera” è solo una traccia di questa relazione, un esito possibile di questo processo – neanche il più importante o il più pregnante, se è per questo.

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Opere che sono fatte e recepite di sbieco, di striscio.

Non è un problema di percezione: il centro, semplicemente, non sta più lì: esse non sono più il fuoco.

Se sono “stati”, condizioni, atmosfere, allora i capolavori di oggi sono quelli che rimandano continuamente e ossessivamente ad altro da sé, al fuori: non certo in chiave di citazione, ma come costante INTERSEZIONE di piani. Un’opera d’arte riuscita, oggi, suggerisce: non dice apertamente. È un sistema che suggestiona.

(La difficoltà principale risiede ovviamente nel riuscire a “dire” chiaramente in questa modalità laterale, marginale, liminale: nel rifiutarsi categoricamente di essere inutilmente oscuri, elitari, esoterici – mentre tutto congiura contro l’apertura. Nell’evitare l’esclusività come scorciatoia. Nell’essere luminosi e al tempo stesso magmatici.)

Opere che stanno, che stanno come, ma senza per questo adottare una “fissità” otto-novecentesca. (Opere che consistono forse di “sguardi-in-movimento”?) Opere che vivono una trasformazione organica: opere che vivono. E che attraversano coraggiosamente, elegantemente questa vita come un vuoto.

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Il limite è forse ancora la funzione, o piuttosto il ruolo, che gli artisti si attribuiscono. L’idea un pochino stantìa (e romantica) che debbano essere gli autori unici della propria opera, anche e soprattutto quando materialmente altri contribuiscono alla sua realizzazione pratica; o meglio, che un’opera per esistere debba avere un singolo autore; che lo spettatore, per esempio, non possa intervenire in quest’opera se non a livello di “partecipazione” o di “coinvolgimento” sempre piuttosto retorici, e comunque in ogni caso a cose fatte, per così dire; e che l’opera abbia bisogno di essere “mostrata” all’interno di un contesto espositivo, all’interno dunque di un codice e di un regime convenzionale.

I migliori tra gli artisti attuali iniziano dunque a comprendere come ci sia solo da guadagnare nel cedere a poco a poco la propria autorialità, con tutti i suoi addentellati: come sia utile ed efficace immaginare e praticare una dimensione realmente collaborativa non solo per la fruizione, ma per la produzione di un’opera. Che sia realizzata cioè insieme a scrittori, urbanisti, registi, artigiani, imprenditori, cittadini, politici, ecc. Non dunque l’opera dell’artista costruita con l’aiuto di, ma piuttosto un’opera che abbia un vero respiro collettivo – in cui tutti gli “autori” siano sullo stesso piano, e a cui collaborino con le proprie capacità e visioni specifiche.

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È ora necessario, dunque, che gli artisti si diano una svegliata anche dal punto di vista economico. Non è possibile infatti immaginare che un’opera riuscita, bella, anche magnifica, funzioni all’interno del vecchio sistema del mercato (vecchio se lo guardiamo proiettandoci in avanti; nuovissimo se lo guardiamo sprofondati nel presente). Anche l’opera più azzeccata, infatti, se immessa nel circuito gallerie-fiere-musei-collezioni annulla istantaneamente tutto il proprio potenziale: non esiste cioè opera d’arte al di fuori della coscienza politica del contesto a cui essa si riferisce, e in cui vive immersa (insieme al suo autore, ovviamente, con tutti i suoi piani di esistenza).

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Autore

christiancaliandro@minimaetmoralia.it

Christian Caliandro (1979) è storico, critico d’arte contemporanea e curatore. Insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Tra i suoi libri: La trasformazione delle immagini. L'inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-‘83 (Mondadori Electa 2008), Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco), Italia Revolution. Rinascere con la cultura (Bompiani 2013), Italia Evolution. Crescere con la cultura (Meltemi 2018), Tracce di identità dell’arte italiana. Opere dal patrimonio del Gruppo Unipol (Silvana Editoriale 2018), manuale Storie dell’arte contemporanea (Mondadori Education 2021) e L’arte rotta (Castelvecchi 2022). Dirige la collana “Fuoriuscita” per l’editore Castelvecchi. Dal 2004 al 2011 ha diretto le rubriche inteoria e essai su “Exibart”; dal 2011 cura la rubrica inpratica su “Artribune”. Collabora inoltre con “minimaetmoralia” e “che-Fare”, e dal 2017 dirige insieme a Angela D’Urso La Chimera–Scuola d’arte contemporanea per bambini presso TEX, ExFadda, San Vito dei Normanni (BR). Ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati, tra cui: The Idea of Realism/L’idea del Realismo, American Academy in Rome, Roma (2013); Concrete Ghost/Fantasma Concreto, American Academy in Rome, Roma (2014); Amalassunta Collaudi, Museo Licini, Ascoli Piceno (2014); Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958), CUBO-Centro Unipol Bologna (2015); Cristiano De Gaetano: Speed of Life, Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (2017); Now Here Is Nowhere. Six Artists from the American Academy in Rome, Istituto Italiano di Cultura, New York (2017); le quattro edizioni de La notte di quiete, ArtVerona, Verona, quartiere Veronetta (2016-2019); le sei edizioni del progetto Opera Viva Barriera di Milano, Flashback, Torino (2016-2021); il progetto Artista di Quartiere, Torino (2020); Z/000 GENERATION. Artisti pugliesi 2000>2020, AncheCinema, Bari (2020); Fragile, galleria Monitor, Roma (2021); Cantieri Montelupo, programma di residenze artistiche, Museo della Ceramica, Montelupo Fiorentino (2021). 

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