La terza pellicola del terzo esperimento cinematografico con protagonista Spider-Man si intitolerà No Way Home e arriverà a fine anno. In teoria. Lo abbiamo appreso circa un mese fa, dopo qualche gag social sui falsi titoli a opera di Tom Holland, Zendaya e Jacob Batalon, ormai la linea comica stile dottor Zingler del Marvel Cinematic Universe. Simpatici sono simpatici eh, funzionano anche piuttosto bene nei primi due film, godibilissimi. E però il terzo è sempre un tasto dolente. La trilogia di Sam Raimi fu uccisa dal terzo capitolo, quella di Marc Webb invece non ci è neanche arrivata.

Le aspettative quindi sono alle stelle, anche perché da tempo si susseguono indiscrezioni che vorrebbero coinvolti, insieme a Holland, Tobey Maguire e Andrew Garfield, configurando all’orizzonte l’arco narrativo del cosiddetto Ragnoverso. Ai più il termine è noto grazie allo splendido film d’animazione del 2018 Spider-Man: Un nuovo universo, ma si tratta anche di una delle ammucchiate fumettistiche più apprezzabili del passato recente, scritta da Dan Slott e Christos Gage e disegnata da Olivier Coipel e Giuseppe Camuncoli sulle pagine di Amazing Spider-Man.

Ovviamente, come già successo con Civil War, il prodotto sarà fortemente ridimensionato nel passaggio dalla carta alla celluloide. E non è necessariamente un male, perché con i supereroi il rischio dell’effetto episodio reunion di tutti i Red Rangers è sempre dietro l’angolo. Ma la verità è che più del terzo film in sé, conta cosa accadrà dopo il terzo film. Questa versione super teen e high-tech dell’aracnide funziona bene nel tessuto del Marvel Cinematic Universe, ma un po’ tradisce la vera forza narrativa delle storie di Spider-Man, subordinandolo alla dipendenza dal brand Avengers.

Lo Spider-Man di Tom Holland perde la rotondità tipica dell’eroe, a vantaggio di una dinamica padre-figlio con il Tony Stark di Robert Downey Jr. che è stata la star indiscussa di tutto il progetto sesquipedale messo in piedi dai Marvel Studios. Magari il terzo film darà un taglio netto a questo cordone ombelicale, chissà. Però finora nella testa di questo Spidey c’è sempre stato Iron Man, mentre dovrebbe esserci Peter Parker. E non è una questione da poco.

Le storie migliori di qualunque ciclo fumettistico ragnesco sono infatti quelle in solitaria, quelle in cui mentre Spider-Man agisce nei disegni, Peter pensa nei baloon. E si fa mille paranoie perché su di lui incombono sempre temi fortemente tragici quali la perdita, l’emarginazione, la solitudine, il senso di impotenza davanti alle avversità che ti toccano anche se ti arrampichi sui muri e svolazzi appeso a una ragnatela tra i grattacieli di New York. Ebbene sì, Spider-Man è il più greco dei supereroi. Ed è un personaggio che funziona proprio grazie ai suoi problemi, alle sue insicurezze, perché centra totalmente il target adolescenziale a cui, in prima istanza, fanno riferimento le storie di supereroi.

Un po’ dispiace che sia stato ridotto a macchietta nel calderone del MCU. Sta’ a vedere che alla fine avevano ragione gli 883, e m’hanno ucciso l’uomo ragno? Speriamo di no. Magari la salvezza risiede insperatamente nella vituperata contesa dei diritti cinematografici con Sony, che potrebbe portare a qualcosa di nuovo e slegato dal MCU nel prossimo futuro. Qualcosa che spero possa somigliare alla trilogia di Sam Raimi, primo punto di contatto con l’arrampicamuri per intere generazioni e – forse sarò di parte – miglior trasposizione cinematografica di Spider-Man, nonostante il terzo capitolo.

Io, ad esempio, il personaggio lo conoscevo principalmente grazie alla serie animata del ‘94, ma è dopo aver visto il primo film al cinema da adolescente che sono corso in fumetteria. Ne volevo ancora, e ho avuto la fortuna di intercettare dall’inizio Ultimate Spider-Man, serie di Brian Michael Bendis e Mark Bagley che reinterpretava le origini del personaggio in chiave moderna (un’operazione di restyling per il 2000 portata avanti anche per tutte le altre testate Marvel in parallelo a quelle regolari, creando il cosiddetto universo Ultimate), dove fa anche la sua prima apparizione Miles Morales, nato sempre dalla penna di Bendis e dalla matita della marchigiana Sara Pichelli.

Se cercate un buon punto di partenza per avvicinarvi ai fumetti di Spidey, forse ancora oggi la scelta giusta resta proprio Ultimate Spider-Man. Poi se vi ci appassionate potrete sempre recuperare cicli storici come quello di Straczynski e Romita Jr., o più recenti come Superior Spider-Man. Oppure, visto il periodo di magra videoludica, potete giocarvi Marvel’s Spider-Man e il suo recente spin-off con Miles Morales (li trovate sia su PlayStation 4 che su PlayStation 5), che sono esattamente tutto ciò che dovrebbe essere un videogioco di Spider-Man.

Concludendo, dopo gli eventi di Far From Home che di sicuro creano una base di partenza molto pepata, Spider-Man: No Way Home riuscirà a trasformare il Peter Parker di Tom Holland in un eroe che cammina con le proprie gambe? Magari sì, ci sono anche possibilità interessanti da esplorare con un inserimento nel MCU dei Fantastici Quattro, ma non sarebbe male avere anche un progetto slegato dal carrozzone dei Marvel Studios. Qualcosa, per capirci, che vada nella direzione intrapresa da Warner Bros. e DC con il nuovo Batman di Robert Pattinson. Anche perché se c’è un eroe Marvel che si può permettere di giocare in solitaria, quello è proprio Spider-Man.

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Autore

minima@moralia.it

Francesco Ventrella è nato a Modugno nel 1991, è cresciuto a Ravenna e attualmente vive e lavora a Milano. Si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Bologna e ha conseguito il Master in Arti del racconto alla IULM. Giornalista e videomaker, scrive per Esquire e lavora come visual editor per Hearst Italia. Su Medium: https://francesco-vntr.medium.com/

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