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Da oggi è al cinema Il padre d’Italia di Fabio Mollo, con Isabella Ragonese e Luca Marinelli. Pubblichiamo la recensione di Giordano Meacci.

Il padre d’Italia di Fabio Mollo ci riguarda. Così come ci riguardano tutte le opere d’arte nel momento in cui si raccontano parlandoci di noi e del presente che stiamo vivendo.

Prendete Paolo (un Luca Marinelli sempre più miracoloso e assoluto), commesso dell’Ikea di Torino (e qui basta l’accensione di una sigaretta da lontano sotto un cartellone pubblicitario per renderlo icona: al tempo stesso sfrondàndolo di ogni rifugio retorico). Alle prese con la fine di un rapporto di anni con Mario. Incapace di regalargli una vita famigliare, “in questo paese”.

Poi prendete Mia (o Mimma, il nome nascosto che la descrive “da lontano”), una Isabella Ragonese in stato di grazia. Incinta. (Ma il padre di questa pancia – sembra convinta e radiosa, quando lo dice – “non è importante”).

Fàteli incontrare in una darkroom dopo cinque minuti di cinema puro e di buio sgranato e senzascampo.

Ecco.

Poi fàteli viaggiare insieme, inseguendo le loro rispettive, struggenti – struggenti per come Mollo le vede; e le immàgina per noi: sia chiaro – vite passate. In una rincorsa svagata che li rimbàlza da un punto all’altro d’Italia trasformando ogni ricerca di casa, e di protezione, in una fuga per appigli che si sfàldano e si sgrètolano appena costruiti con fatica.

Un viaggio sulla strada che rinnova, anche, i presupposti del genere. Perché Mollo rimane fermo – mai fisso – sui primi piani dei due attori, lasciàndoci intravedere la costruzione di un amore – particolare, insensato, folle e bellissimo come tutti gli amori – attraverso gli sguardi, le espressioni confuse, le mezzeparole che non si trovano dei due protagonisti.

E così anche una felicità sorridente di vestiti a fiori (non fàtemi dire dipiù: fidàtevi e vedètevi il film), diventa una sfilata preziosa in mezzo a un mondo rallentato di nonfelicità malmostosa. E grottesca. Ma – anche questo uno dei miracoli del film (mèrito, anche, di una sceneggiatura compiuta e emozionante, mai emozionata, scritta da Mollo con Josella Porto) – senza nessun tipo di giudizio sui personaggi.

Così, in un mondo che esplode fuori e di là dagli occhi di Paolo e di Mia, diventano da sùbito scene di culto – almeno per me – Il mare d’inverno appena accennata da Paolo per lei mentre si addormenta. La luce verde – truccata – che Paolo le concede quando lei finisce di mettergli l’ombretto. La scena dell’outing allo champagne, la corsa in abito da sposa. La splendida cover di There is a Light that Never Goes Out (solo una chitarra, un microfono, la Ragonese più courtneylovàta che mai).

Ecco.

Il padre d’Italia ci riguarda perché ci parla dell’amore nell’aria intorno mentre rimane fermo sul loro raffazzonato, improbabile amore picaresco. E ci promette, però, un’improbabile, struggente immaginazione di un futuro possibile. “Mi sono immaginato un futuro. Sono matto per questo?”

Ecco. Quando ci rendiamo conto di essere tutti matti. E perché.

Non è un miracolo quotidiano anche questo?

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Autore

giordanomeacci@minimaetmoralia.it

Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato per Rizzoli Fuori i secondi e per minimum fax il reportage Improvviso il Novecento. Pasolini professore (2015) e la raccolta Tutto quello che posso (2005). Un suo racconto è incluso nell’antologia La qualità dell’aria, ripubblicata nel 2015. Il suo primo romanzo, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax), è stato finalista al Premio Strega 2016. Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari.

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