Oggi Nanni Moretti compie 70 anni. A maggio scorso Aprile ne ha compiuti 25. Dalla sua uscita nel 1998 l’avrò rivisto una cinquantina di volte. Qualche giorno fa è stata la terza o quarta su Disney+, cosa che mi fa un effetto ancora un po’ strano (guardare un film di Nanni Moretti su Disney+).
“Nel 1994, un noto regista inizia a raccogliere spunti sulla scena politica italiana: dalla vittoria di Berlusconi e la sua caduta, alla vittoria politica della sinistra. Intanto nasce suo figlio, e continua a raccogliere spunti, ma un giorno decide di fare un giro in Vespa e gettare via tutto.”
Sono le poche righe con cui Aprile viene presentato sulla piattaforma. Una descrizione piuttosto normalizzante per un film che ha molto di straordinario, tanto più se ne consideriamo la breve durata (un’ora e diciotto minuti). Per Disney+, inoltre, Aprile è di genere “drammatico/commedia”, categorie che mi sembrano invece azzeccate, molto più di “documentario” (cosa che Aprile fa solo finta di essere).
Tuttavia, la cosa più strana è stata guardare Aprile dopo la morte di Silvio Berlusconi. Il film si apre proprio con la vittoria del Cavaliere alle elezioni del 1994, con la celebre scena del TG4 di Emilio Fede e della canna. È una di quelle sequenze che hanno contribuito a una sorta di memificazione ante litteram di Nanni Moretti nel corso degli anni. Ad ogni modo, con la scomparsa di Berlusconi è venuta meno una delle ossessioni principali dell’immaginario morettiano. Il che inizia a farci percepire Aprile anche come documento storico, oltre che come puro oggetto filmico.
In apparenza, Aprile si presenta come un instant movie sull’Italia post Tangentopoli, un Paese insieme eccitato e sconvolto dalla discesa in campo di Berlusconi. Ma nel film c’è tutto quello che avrebbe caratterizzato la politica italiana negli anni a venire e che, come si suol dire con un’espressione infelice, racconta molto di quello che siamo ancora oggi. Il berlusconismo, certo, ma anche lo sdoganamento definitivo della destra, l’ascesa della Lega, il discorso vuoto della sinistra e la sua deflagrazione. Ci sono già anche gli sbarchi e le politiche migratorie, con il naufragio della Katër i Radës (28 marzo 1997, governo Prodi), conseguenza di quello che potremmo definire il primo vero blocco navale della storia da parte dello Stato. Ed è proprio su questo drammatico avvenimento che nel finale Moretti spegne la macchina da presa e abbandona definitivamente l’idea del documentario sull’Italia di quegli anni.
Ma mentre abbandona quell’idea, Moretti ha comunque registrato i tratti distintivi di un periodo storico di grandi cambiamenti, sia grandi che piccoli. Le automobili, il cibo e gli oggetti d’uso quotidiano firmati dal designer Giugiaro, l’infinita serie di rotocalchi e riviste da edicola, le copertine de L’Espresso, le pubblicità, i giornalisti che si riposizionano da un giornale all’altro con grande disinvoltura, i nomi dei bambini nati in quegli anni, i programmi televisivi, i film appena usciti al cinema e così via.
Non manca neppure la rappresentazione della classe sociale cui appartiene lo stesso Moretti. È una borghesia di sinistra, o meglio ceto medio intellettuale, che di lì a qualche anno avrebbe perso ogni tipo di interlocuzione con le élite politiche di riferimento, e di riflesso ogni briciolo di rilevanza all’interno del discorso pubblico nazionale. Un segmento di società all’epoca ancora legato a uno stile di vita popolare: ecco quindi gli interni domestici sobri ma ben organizzati, la terrazza con le piante (e la pompa di gomma per innaffiarle), i corredi per i neonati cuciti dalle nonne, le utilitarie, le scuole e le sale cinematografiche da frequentare, eccetera. Utilizzo anch’io l’elenco come Nanni Moretti nel film per dare un senso di concretezza e accumulazione che porta alla vertigine, a un’estatica perdita di senso. Un modo per dire che un tempo andato è davvero esistito per tutto quello che era, anche quando si manifestava attraverso oggetti, esperienze e forme culturali che sembravano non riguardarci in prima persona.
Ma come dicevo in Aprile c’è molto altro. Con il classico meccanismo ricorsivo del film nel film, Nanni Moretti accompagna il documentario con le riprese dei primi mesi di vita del figlio Pietro e con l’idea di realizzare un musical su un pasticcere trozkista (già menzionato in Caro diario). Tuttavia il girato di queste opere non viene mai mostrato: i film nel film sono solo immaginati o messi in scena all’interno dello stesso Aprile. È come se la realtà filmica di Aprile, che aspira ad essere la stessa degli spettatori, avesse sempre la meglio, creando una continuità, un terreno comune in cui tutte queste opere sono possibili e convivono tra loro (e con le immagini televisive), ma non sono del tutto realizzabili. Mentre Aprile è il centro, il microfilm familiare, il documentario e il musical rappresentano di volta in volta l’ennesimo motivo di distrazione per il personaggio Moretti. Una scusa per voltare la spalle, sorseggiando un latte macchiato, al comizio della Lega in cui viene proclamata l’indipendenza della Padania, o per fuggire da Botteghe Oscure e rifugiarsi in ospedale da Silvia, stavolta per la montata del latte di Pietro.
In Aprile, non solo col latte, troviamo un rimando continuo al gioco e all’infanzia (“Ma perché devo diventare adulto? Non ce n’è motivo!”). È la possibilità di rivendicare il cinema come divertimento e quindi rifugio, fuga, escapismo. Sicuramente divagazione, distrazione appunto dalle immagini “che non mi piacciono”. Infatti è solo quando Moretti trova il coraggio – contro il pensiero della brevità della vita – di indossare la lunga mantella nera sulla Vespa come Zorro, che si decide a girare Il pasticcere trozkista.
Ma poi lo gira davvero? Oppure il musical è solo il modo più appropriato per chiudere Aprile? È davvero importante saperlo?
Forse Aprile è un film sulla confusione (non solo politica) del nostro Paese più di quanto non intendesse esserlo alla sua uscita. Una confusione che deriva in parte dal profluvio di immagini televisive che ha definitivamente soppiantato la parola: ma questa è un’affermazione un po’ troppo presuntuosa e roboante. Diciamo allora che Aprile è un film sull’incapacità di concentrarsi e sull’insofferenza che ne deriva. Come spesso accade nelle pellicole di Moretti, quest’insofferenza si manifesta con una grande fisicità, con lo stesso Moretti che si dimena, gesticola, canta e balla imprigionato nelle gabbie di inquadrature fisse, meticolosamente composte a partire dal colore. Il talento del personaggio Moretti in Aprile è tutto nel trasformare quest’insofferenza in movimento filmico, in distrazione produttiva, se così si può dire. Per “distrazione produttiva” intendo la capacità di ingannare la propria mancanza di concentrazione dirigendola con più o meno consapevolezza verso temi e oggetti di volta in volta diversi, e riuscire in questo modo a raccontare comunque qualcosa, sia pure per frammenti, spezzoni, tentativi e progetti abortiti. Così seguiamo il personaggio Moretti da un punto all’altro del Paese, da una possibilità espressiva all’altra, e Aprile non può che rimbalzare continuamente dalla fiction alla nonfiction, dal film al finto documentario.
Come insegna Werner Herzog, maestro della contraffazione, è inutile fissare i confini tra queste possibilità artistiche, come tra verità e finzione: il rischio è di confondere la prima, cioè la verità estatica del cinema, col semplice dato di fatto, con quella che il regista tedesco chiama “la verità dei contabili”, espressione che suppongo non abbia bisogno di spiegazioni. Quali parti di Aprile sono pura messinscena, quali no? L’intervista fallita a Corrado Stajano sulla sinistra italiana è forse più “vera” di quella, riuscita nel suo fallimento, alle famiglie albanesi sopravvissute al naufragio?
A sottolineare e a rafforzare l’intento e la verità estatica di queste sequenze in particolare sono altre due scene: l’inquadratura stretta sull’infinità di ombrelli in mesto cammino sotto la pioggia alla manifestazione del 25 aprile 1994 a Milano, e poi quella con la moltitudine di profughi ammassati sulla nave in arrivo nel porto di Brindisi nell’assenza delle istituzioni italiane nel 1997. Sono inquadrature totali, che riempiono lo schermo per lunghi secondi muti al di là del commento della voce fuori campo di Moretti (non ricordo neppure se c’è). Proprio per questo riescono a raccontare la verità intima ed estrema di un periodo storico e politico più di quanto possa fare il semplice documentario – in altri termini senza smettere di essere cinema, e ben oltre il semplice dato di cronaca. Non so come dirlo meglio, ma è lo stesso effetto che fanno le estati nei film di Nanni Moretti: sono più estati delle estati reali, sono estati assolute in cui c’è più luce, più mare e più asfalto che in quelle reali.
Ovviamente c’è pure molta ingenuità, in Aprile, quel tipo di ingenuità che oggi non si perdona a nessuno. Ingenuità è spesso il modo in cui chiamiamo a posteriori la tenerezza che non sopravvive allo spirito del tempo. E infatti a qualcuno, oggi, quello di Aprile può apparire come un insopportabile esercizio di autoindulgenza verso sé stessi, verso le proprie categorie mentali: il che è comprensibile. Ma a ben guardare quest’ingenuità non si fa mai nostalgia né retorica. Rispetto al suo passato di polemista incallito, Moretti scivola nel delirio autoironico delle lettere mai spedite e dei monologhi urlati a Hyde Park. Di fronte alla scuola e alla piscina della sua infanzia, invece, non si commuove né cede alla tentazione di “scrivere una brutta poesia”. Come abbiamo detto, con addosso la mantella nera Moretti sta semplicemente allontanando il pensiero della morte: per farlo non può che rivolgersi nuovamente al cinema di finzione, di evasione, per realizzare un film che prende a pretesto dei vaghi riferimenti storici per immaginare balli, coreografie e colori che sembrano quasi presagire il Wes Anderson della stilizzazione cartoonesca di Grand Budapest Hotel.
Per questo potremmo dire che c’è ancora un altro tipo di ingenuità, in Aprile: un’ingenuità tipica del suo autore, che come spettatori non possiamo che condividere (altrimenti non andremmo al cinema). È l’idea che la messinscena della realtà possa rendere più tollerabile la realtà stessa anche nelle sue manifestazioni più triviali, e persino guarire tutte o quasi le ferite della nostra vita con gli altri. L’idea, più di ogni altra cosa, che dalla messinscena della propria biografia si possa trarre qualcosa di universale o quantomeno di rilevante per gli altri, senza per questo appiattirsi sui modi e sui registri del discorso pubblico corrente o essere tacciati di mancanza di fantasia o immaginazione.
“Noi dobbiamo fare questo film”, ripete come un imperativo morale Moretti quando pensa al documentario sull’Italia di quegli anni (che tuttavia sembra interessare più ai francesi che agli italiani), ma nel frattempo il suo cinema continua a tenere un piede di qua, nella realtà, e un altro nel più candido “What If?” della storia fatta coi se, coi ma, e soprattutto col “sé”. Proprio come succede con Il sol dell’avvenire, suo ultimo film uscito quest’anno, quest’anno in cui Nanni Moretti ha compiuto 70 anni ed è incredibilmente sopravvissuto non solo a Silvio Berlusconi ma soprattutto a sé stesso, al cappio della scelta obbligata tra realtà e finzione, tra impegno e divertimento.
(Foto)
Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. La sua newsletter si chiama Sobrietà.

Bellissimo articolo su Aprile di Nanni Moretti, uno dei suoi film più riusciti secondo me. Mi ha fatto apprezzare ancor di più la capacità del regista di raccontare un periodo storico in modo intimo e personale, attraverso lo sguardo disilluso e distratto del suo alter ego. Le analisi sulle tensioni socio-politiche dell’epoca sono molto interessanti. Il pezzo evidenzia inoltre come, dietro il tono scanzonato, il film nasconda molte riflessioni ancora attuali. Complimenti all’autore per l’acume nell’analisi e per aver fatto emergere nuovi spunti di lettura di quest’opera morettiana. Mi ha dato ancora più voglia di rivedere Aprile, una pellicola che, come tutti i film di Nanni Moretti, non smette mai di stupire.
Questa recensione / omaggio a Moretti attraverso “Aprile” è approfondita e importante. Alla fine però si accenna solo (bene va detto) al suo ultimo il sole dell’avvenire”. Eccola una mia recensione.
IL SOL DELL’AVVENIRE – Nanni Moretti, 2023 Italia – 95 minuti.
Un lavoro che, nel complesso, si può collocare perlomeno come suggestione soggettiva in una via mediana tra alcuni film di Fellini e altri di Ozpetek; per la rappresentazione corale, gli inserti eccentrici e taluni spezzoni sospesi tra l’onirico, il desiderato e il biografico.
Degno di nota pure l’aspetto meta-cinematografico, ossia di un film nel quale si narra e si dibatte della lavorazione dei film: davvero un classico di molta cinematografia, trattato e usato (talvolta abusato) non soltanto dai grandi autori. In questa versione morettiana, tuttavia, almeno va segnalato il rigetto, nelle rappresentazioni filmate, dell’onnipresente violenza, cruda, superflua e nemmeno catartica.
Eppure, molti, tra i critici o semplicemente tra gli habitué delle opere di Moretti, dicono e diranno “è il solito Nanni Moretti”, che in fondo parla e mette in scena se stesso e tra l’altro lo fa con delle dubbie doti attoriali.
Bene. In realtà, si sostiene da secoli che in ogni opera (e forse non solo nell’arte) il creatore comunque rappresenta se stesso; ciò detto, ci sono autori pure che lo fanno esplicitamente e nel cinema probabilmente il nome più immediato è Woody Allen; da poco arrivato a presentare il suo cinquantesimo film. Ognuno sa che la maggior parte dei suoi sono i soliti film di Woody Allen; non per questo li evitiamo, o meglio, spesso proprio per questo vogliamo vederli. Come Moretti, anche il regista newyorkese non è il top per mimica facciale, movimenti espressivi, corporeità straripante, dizione rapida e tonalità estesa, eppure recitano nei loro film. Saranno ciechi sulle proprie capacità di tecnica e fascino attoriale? Difficile, per maestri di cinema come loro; piuttosto vogliono mettere in scena la loro persona perché hanno qualcosa da dire e da trattare direttamente, senza canovacci standard, effetti speciali, infingimenti, seduzioni o diavolerie. ***
Qual è, soprattutto, la cosa che vuole dire in questo lungometraggio il buon Nanni?
È nel titolo: il sol dell’avvenire, che è una frase totem delle ideologie socialiste e comuniste già dall’Ottocento. Slogan, concetto e frase storica, perché parla di storia, quella degli sfruttati, l’esatto rovescio della più nota se non dell’unica storia narrata e insegnata, quella degli sfruttatori.
Nondimeno con quel motto che contiene il termine “avvenire” si pensa anche alla storia futura, da progettare proprio insieme ai suddetti diseredati. Un’idea, appunto, vecchia almeno un secolo e siccome stiamo quasi come allora, Nanni Moretti mette un punto.
Il regista lo dice chiaramente nel suo film, vuole pensare (narrare, proporre?) una storia fatta con “i se”.
Se l’U.R.S.S. nell’invasione reazionaria dell’Ungheria del 1956 fosse stata condannata intanto dal maggiore partito comunista oltre Cortina, quello Italiano, che ripercussioni avremmo avuto? Ipotesi, nessuna certezza ma, giacché il film è di oggi, Moretti sembra proporre un pensiero a chiunque abbia visioni collettiviste o egualitarie.
Se ora nell’immaginario, e dunque nella prassi, d’inizio Terzo Millennio si volesse scindere quell’errato binomio socialismo-stalinismo, si può tornare a muovere idee per un futuro paritario, verso un rapporto equilibrato tra gli umani, e addirittura con la natura?
Mentre si attendono risposte, della pellicola resta infine ben impressa agli spettatori una sorta di zoom che adatta, in movimento, il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, dove tra i tanti volti vediamo quelli di attrici e attori perlopiù italiani, alcuni non più giovani né in pieno successo e, guarda caso, un grande cartello con ritratto il volto di Trotskij.
È consigliato insomma questo film di Nanni Moretti?
Dipende da cosa si ama guardare; si tratta giustappunto di un quadro (un film è una serie incalcolabile di “inquadrature”) che dipinge attori e impegno, socialismo e cinema.
*** La ricetta tipica è mettere soldi, tanti soldi per una lavorazione sofisticata (la recente missione dell’India approdata sulla luna è costata meno della produzione di film quali Interstellar o Gravity !) e condire con precisi ingredienti. Almeno una scena di violenza, qualcosa di sesso e, alla bisogna, un inseguimento, disagi in periferia, corruzione magari politica, una coesione familiare in crisi ed effetti spettacolari: l’incasso sarà in attivo. Ovvio dopo adeguata pubblicità (chissà se pure con critici embedded) e qualche nome “famoso” nel cast. Strano, perché un film è del regista; per come sa legare sceneggiatura, montaggio, fotografia, musica e infine gli attori. Nella cinematografia ci sono grandissimi attori eppure se un ciak non soddisfa viene ripetuto dal regista; è il teatro quello incarnato da chi recita. – U. C.