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lion

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017 (fonte immagine). 

di Mariangela Carbone

 Con il suo esordio cinematografico Lion, il regista australiano Garth Davis decide di puntare in alto, cimentandosi nel racconto di una vicenda travagliata, ai limiti del (moderno) poema epico, tratta dall’autobiografia di Saroo Brierley, per ricordarci quanto le radici e la memoria siano importanti per formare la propria identità, perché – citando il nostro Pavese – nella terra in cui nasci c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Nel 1986 Saroo (Sunny Pawar) ha cinque anni e vive in un villaggio ai margini della società indiana con la madre, la sorellina ed il fratello Guddu, che adora e segue come un’ombra. Addormentatosi per sbaglio su un treno, viene catapultato a 1600 km da casa ed inghiottito dalla folla di Calcutta, dove nessuno parla la sua lingua.

Qui ha inizio la sua odissea, che il regista, aiutato da Greig Fraser alla fotografia, racconta creando immagini di forte impatto visivo ed emotivo. Le riprese aeree, che ci hanno sedotto fin dai titoli di testa, lasciano spazio ai primi piani di Saroo e la macchina da presa si sofferma sui suoi occhi grandi e lucenti, per poi perdersi nei meandri della metropoli pericolosa e ostile. Le inquadrature sono talmente focalizzate su Saroo che gli adulti ne restano quasi esclusi: le persone intorno a lui sono lasciate sfuocate o lontane da una cinepresa che è sempre all’altezza del bambino e quando i volti adulti si fanno più definiti e precisi assumono le sembianze di uomini minacciosi e violenti.

Nelle drammatiche scene in cui lo seguiamo in questa lotta per la sopravvivenza, fino all’arrivo in orfanotrofio, la nostra empatia con Saroo è totale e tiriamo un sospiro di sollievo quando viene adottato da un’adorabile e benestante coppia australiana (Nicole Kidman e David Wenham).

Con un’ampia ellissi ritroviamo Saroo a Melbourne nel 2008: il suo volto adulto assume i lineamenti di Dev Patel, che interpreta il ruolo con dignità, ma non regge il confronto con Sunny Pawar, che, nonostante l’età e la prima esperienza davanti alla cinepresa, domina il cast di star.

Saroo è un privilegiato – come lui stesso si definisce – e conduce una vita appagante; ma dal passato non si può scappare e basta una casualità a far riemergere in lui il ricordo di Guddu e della mamma. Così scopre che con Google Earth può mettersi alla ricerca della casa d’infanzia; ma la scelta dello jalebi come strumento di rievocazione del passato risulta forzata ed il tormento che all’improvviso scuote Saroo rimane sottinteso ed inespresso, reso soltanto dagli occhi lucidi ripresi nel loro continuo perdersi in vere e proprie allucinazioni.

Dopo una prima parte impeccabile, che scorre senza intoppi sui binari della narrazione, a metà il meccanismo si inceppa e il treno del film, sempre sul punto di deragliare da un momento all’altro, ci porta anni luce lontani dai toni e dalle suggestioni che tanto avevano convinto all’inizio. Allora il regista, senza sforzarsi di mascherarlo, affida al commento musicale il compito di supplire alle mancanze in sceneggiatura per indurre, con insistenza e furbizia, lo spettatore all’emozione.

Il ritmo riprende quando, scorrendo tra immagini sgranate su Google Earth, Saroo riesce – incredibilmente – a ritrovare casa e decide di tornare in India. Compie un viaggio sugli stessi binari che venticinque anni prima lo avevano condotto allo smarrimento, ma adesso a ritroso, per ritrovare se stesso, oltre che le proprie radici, in un paese dove il tempo sembra essersi fermato.

Il film è saturo di argomenti (adozione, abusi sui bambini, tecnologia che unisce – e separa – mondi lontani) che, però, si esauriscono in modo affrettato e superficiale, senza scendere in profondità.

Lion torna a funzionare nel finale, in cui lo spettatore riesce di nuovo, stavolta senza alcuno sforzo, a commuoversi: siamo con il fiato sospeso mentre Saroo ripercorre i vicoli del villaggio, esattamente come lo eravamo quando urlava invano il nome del fratello mentre il treno lo trascinava lontano da casa.

Garth Davis confeziona un film ad hoc per commuovere un pubblico vasto ed eterogeneo, ma soprattutto serve su un piatto d’argento una ricetta perfetta per stuzzicare i palati dei giudici dell’Academy (le sei nominations appena ottenute ne sono la prova).

Nonostante le scelte narrative convenzionali, va riconosciuto a Lion il merito di evitare le facili derive buoniste e i didascalismi in cui un film con questa ambientazione rischierebbe di scivolare, riuscendo a mostrare un’India autentica, con le mille contraddizioni linguistiche, culturali e sociali che la attraversano. Soprattutto Lion si assume le responsabilità che l’adattamento di questa storia vera comporta e l’omaggio agli ottantamila bambini che ogni anno si perdono in India diventa un appello allo spettatore ad intervenire per aiutarli, non dimenticando tutti i bambini che, come il piccolo Saroo, sono alla disperata ricerca della strada verso casa.

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Autore

redazionescriveredicinema@minimaetmoralia.it

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