darkesthour

di Alice De Luca

Kazuhiro Tsuji e Gary Oldman costruiscono un Churchill ossimorico. Il primo, allievo di Rick Baker, colui per cui l’ Academy nel 1982 ha dovuto introdurre una  categoria per premiare il trucco, si occupa di disegnare il passare degli anni  sul volto dello statista. Le rughe e il capo quasi calvo testimoniano il tempo trascorso soltanto per vivere quel momento cui la sua intera esistenza sembrava essere destinata.

Il lavoro di Oldman, invece, dà vita ad un Churchill lontano dalle rappresentazioni statiche e ciniche di John Lithgow e di Brian Cox. Il primo ministro  è vispo, sembra un bambino, (tanto che sarà lui stesso a dirlo), ha voglia di vivere, di fare colazione e questo sottolinea il contrasto tra la sua età e la sua essenza.

E’ un Churchill che sale le scale, che lavora di notte, che prende la metropolitana per la prima volta. Per questo il film si intitola “The darkest hour”: Churchill dal 9 al 29 maggio 1940 non ha mai visto la luce del sole, come un supereroe  si è celato dietro ad un’ immagine, quella dei suoi occhiali tondi  e neri e del  sigaro. Il primo ministro, ingobbito  dal peso delle sue decisioni, sente la necessità di smettere di guardare il popolo da un finestrino appannato e di parlare attraverso un microfono. Vuole vedere le facce proletarie di Londra.

Oltre Oldman, lanciato verso la statuetta per miglior attore, Kristen Scott Thomas crea una specularità tra la triste marginalità di Clementine, sua moglie, e la sua interpretazione del personaggio: in scena recita senza spostare l’attenzione dal protagonista, come sottolineerebbe la Margherita di “ Mia madre”: “l’attrice non scompare ma rimane accanto al personaggio”. Wright capisce che raccontando la Storia con la maiuscola  non  servono sovrastrutture per rendere magnificente la narrazione perché “Churchill è un attore innamorato della sua voce” e, come tale, dà il suo meglio nel momento in cui sale sul palco, tutte le luci sono su di lui e pronuncia frasi come “Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore” oppure “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sulle piste d’atterraggio, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline.”

Il regista non osa: nel primo atto si concentra sulla “sregolatezza del sangue” di Churchill, nel secondo sulla  forza dell’ideale  e nel terzo, per la ripetizione dei luoghi e delle posizioni,  cade in un discorso retorico ma non come quello Ciceroniano, tanto amato dal primo ministro. Non rinuncia alla ricerca della fluidità nel movimento della camera: lo dimostrano diverse inquadrature, come quella sul brigadiere Claude Nicholson che cita la carrellata di “Orizzonti di gloria”. Emoziona al cinema vedere la diversità  e quest’anno “Dunkirk” e “ The darkest hour” hanno fatto sentire il gelo delle spiagge e il calore delle stanze di Westminster. I discorsi  di un solo uomo, il silenzio di tanti.

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2 commenti

  1. Credo che il film ponga in evidenza soprattutto un fatto: che la vittoria di Churchill fu una vittoria della retorica, della bella parola, adatta a scuotere gli animi, a persuaderli a tutto, incluso il sacrificio più grande della vita. Mai come in quel caso la parola, la propaganda, per una volta giusta (e lo era davvero, come la storia ha abbondantemente dimostrato), hanno funzionato. Ma siamo in Gran Bretagna e parafrasando quanto dice un parlamentare alla fine del film, è come se avesse vinto Shakespeare, e non poteva andare diversamente. Vorrei infine sottolineare che i film di Joe Wright e di Christopher Nolan sembrano quasi due capitoli di una stessa opera, tanto appare simile lo spirito che li anima.

  2. In effetti viene da chiedersi dopo aver visto The darkest hour e Dunquirk e The Crown e Il discorso del re che cosa ci stanno facendo in termini di immaginario.

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