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Se i fighetti più o meno quarantenni sentivano il bisogno di un film di culto da vedere con il fidanzato/la fidanzato/la tipa o il tipo con cui uscire la prima volta, ora ce l’hanno. Her è il prodotto per loro. Spike Jonze ha trovato il modo di raccontare la storia dell’amore alienato e presuntamente romantico tra un hipster (Theodore) con la faccia gigiona di Joacquin Phoenix e un sistema operativo (Samantha) con la voce perennemente preorgasmica di Scarlett Johansson girando un estenuante videoclippone di 126 minuti instagrammato degli Arcade Fire, con interventi di Owen Pallett.
Uno si chiede: un uomo si innamora di un sistema operativo?! Che storia assurdissima!! Non è stranissimo, eh?! È la stessa domanda che deve aver posto Jonze ai produttori, e questi l’hanno scambiata per un’idea di un film. Così Jonze l’ha sceneggiato e l’ha girato, e ha vinto anche un Oscar che ha premiato questo film di fantascienza innocuo e leccatissimo, prendendolo per una visione capace di raccontare le inquietudini contemporanee. Eh, la gente che sta sempre su facebook e non si parla tra loro. La gente dovrebbe più parlarsi tra loro: la morale sociale del film.
Rinunciando alla postmoderna disperazione esistenziale di Charlie Kaufman (con cui aveva fatto Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee), senza l’immaginazione iperemotiva di Dave Eggers (con cui aveva realizzato Nel paese delle creature selvagge), Jonze rimane da solo a pensare che scrivere neghittosi e interminabili dialoghi sul nulla e fare continue panoramiche delle città sia qualcosa che ha a che fare con la profondità. Il risultato è un Terrence Malick dei poracci che mette in scena una distopia partorita dalla mente di un adolescente irritante e spocchioso.
Joacquin Phoenix ha una faccia similmente irritante. Femmineo, maschilista nella sua forma più comune oggi (passivo-aggressivo), con un sorriso ottuso sempre pronto a venire alle labbra, camicie con il collo alla coreana dai colori pastello che cambia a ogni scena (per creare un’estetica Fisher Price), pantaloni di fustagno a vita altissima che invece tiene per tutto il film (per creare un senso freudiano di castrazione nel personaggio), cardigan, borsello, scarpe da boscaiolo, e occhiali tartarugati che si preme sul naso ogni trenta secondi (per farci immedesimare con l’amico più epidermicamente fastidioso che conosciamo): questo è il nostro eroe.
Siamo in un futuro non troppo lontano, in cui la tecnologia dei device la fa da padrona. E Theodore lavora per un sito che offre il servizio di scrivere lettere a mano per chi ne ha voglia e bisogno. Il resto del tempo lo passa a giocare ai videogiochi, guarda porno, e sta in chat. Un coglione. Simile a noi, quando siamo coglioni.
Aveva una moglie, ma si sono lasciati un annetto fa e da allora lui è triste. Prima era felice – ehi, smarmella con scene con luce malickiana di ricordo in cui ci si butta i cuscini in faccia, oppure ci si infila dei coni stradali in testa (sic!) – e quindi rimpiange quei tempi e non trova una donna con cui essere di nuovo felice. Esce con una, si diverte, ma poi lei non ci sta. (“Ehi sono ubriaca ma sto bene con te!”, “Anche io sono ubriaco e sto bene con te”… “Ma non è che poi tu mi porti a letto e poi sparisci come tutti gli altri?” “Non lo so”: ah, le relazioni di oggigiorno…).
Ma come tutti i personaggi imbelli, risucchiati dalle microscopie ubbie private che potrebbero fregare solo chi è altrettanto narciso e autodiretto, ha un’amica, che si chiama Amy, che è interpretata da Amy Adams, e che progetta videogiochi con le mamme che devono fare tutti i lavori di casa perfettamente, gira documentari sulla gente che dorme e si è sposata con un uomo con cui poi litiga e lui diventa un monaco buddista – e qui il pubblico dovrebbe dire Quante cose strane questa Amy!, e poi, ogni tanto, ridere.
Theodore compra questo sistema operativo che è una specie di applicazione modello Siri per Iphone, lo installa e in realtà questo sistema operativo sembra più intelligente di un sistema operativo normale. Fa una cosa che in genere i sistemi operativi non fanno: pensa, ma soprattutto flirta. E così Theodore ci casca, e sta tutto il tempo a chiacchierare con lei. Passano un periodo buono, poi c’è un periodo brutto, poi di nuovo buono, alla fine (spoiler) Theodore realizza che Samantha, essendo un sistema operativo, flirta con tante altre persone (centinaia di acquirenti), e quindi ha un’epifania che lo immalinconisce ma lo fa crescere. Crescere – nell’idea del film per cui le persone di quarant’anni hanno tutti un’età psicologica di otto – vuol dire andare a chiedere scusa alla moglie con cui si è comportato male. Mannaggia al diavoletto – e il film finisce. Scena di Theodore e Amy che guardano Los Angeles intontiti (anche lei Amy si è comprata e ora è innamorata di un sistema operativo che l’ha abbandonata lasciandola nell’infelicità). Altra Los Angeles, altri Arcade Fire, una tirata su di occhiali, altro smarmellamento.
È incredibile come un film così noioso (Jonze aveva realizzato nel 2010 I’m here, un mediometraggio che esauriva molto meglio il tema) e conformista abbia riscosso tutto questo riconoscimento. Quattro stellette, cinque stellette, un Oscar per la migliore sceneggiatura originale: tanto successo con il minimo sforzo, quello di aver leggiucchiato su qualche rubrica di Wired la versione del dibattito sulle perversioni possibie della tecnologia; aver saccheggito tematiche e atmosfere della narrativa indipendente americana, e aver ridotto il tutto alla versione di uno spot della Morellato. Il risultato è un Lost in translation al cubo, in cui non ci sono manco più le smorfie stranianti di Bill Murray né le labbra tumide di Scarlett Johansson.
Ma c’è una colpa in più. Quello che Jonze non racconta – ed è questa la mancanza più evidente che fa di Her un film reazionario – è la società, il mondo. Il mondo – una Los Angeles anonimissima – è relegato a fare da sfondo elegante e suadente. E il fatto che tutti siano inseriti in questa distopia soft non crea nessuna questione di tipo etico, politico, sociale; un decimo di puntata di Black Mirror – per citare una serie che fa un lavoro molto simile sulla fantascienza distopica da tecnologia invadente – vale dieci Her, proprio perché – semplicemente – nel raccontare l’evoluzione della tecnologia la mette in contrasto con la forza di un umano diventato chissà cosa. Black Mirror, come tutta la fantascienza distopica, pensate a 1984, ci lascia con un vuoto nello stomaco. Her con una melassa sintetica a colare lungo tutto l’apparato digerente. L’importante, sembra dire Jonze, è essere cute, carineggiare, fare delle smorfiette e dei sorrisi, saper sentire la musica giusta, comprarsi dei vestiti vintage. L’ideologia hipster svela qui tutta la sua forma di sottocultura regressiva: l’adesione passiva all’ideologia dominante, attraverso l’appartenenza a nicchie di sedicente autenticità. Del resto, della società, del mondo, di cosa esista oltre i nostri sguardi languidi, in fondo chi se ne fotte, basta una tazza calda da sorseggiare con la testa appoggiata al finestrino di un treno diretto chissà dove.

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53 commenti

  1. se un film non piace a raimo molto probabilmente è un gran film, se poi lo definisce “reazionario” allora è sicuramente un bellissimo film.
    Ma quanto ci si sentirà fighi a stroncare film che incontrano tanti consensi anche di critica e vincono premi importanti? Mentre leggevo potevo immaginarmi Raimo che si congratulava mentalmente con se stesso per ogni riga

  2. Raimo ma la vuole smettere di fare il bastian contrario bacchetta hipster? Lo sa che questo tipo di pose dopo i 15 anni di etá suonano un pochino patetiche? Si dia una regolata! sotto un sacco di ciarpame ha del talento, se ne ricordi…

  3. Ne’ il commento di Raimo, ne’ quello di Giubilini mi hanno offerto spunti di riflessione o chiavi interpretative, anzi mi hanno piuttosto annoiato. Ho visto il film senza nessuna aspettativa, non ne avevo letto recensioni, ma solo una breve trama. A mio parere l’assurdita’ della situazione narrata, esseri umani che si innamorano di sistemi operativi, ha il solo scopo di rappresentare la dìstanza e il dolore che si vivono nei legami di coppia quando uno dei due non e’ disposto a condividere l’emotivita’, il modo di sentire, il cambiamento dell’altro. Il fatto che il protagonista venga proposto come un uomo in un certo senso delicato, capace di ascoltare e capire i sentimenti, ma nei fatti’ totalmente incapace di star dietro all’emotivita’, ai sentimenti, ai cambiamenti della compagna e totalmente incapace di capire cosa ha spinto la compagna a lasciarlo pone in primo piano questa incapacita’ di molti uomini. Questo mi sembra il tema del film. Tutto il resto conta molto poco. Il film sembra dire che gli uomini, i maschi, non si sono molto evoluti: continuano a volere rapporti in cui sono loro che stabiliscono il livello di complessita’ accettabile, che determinano il clima, che provano a insinuare nelle compagne l’idea di essere sbagliate. Il protagonista compie con il sistema operativo gli stessi errori compiuti con la moglie. Penso che molti uomini, anche posti di fronte alla rappresentazione di queste dinamiche, non ce la facciano proprio a capire.

  4. E poi, sono d’accordo con Paolo, perchè deve dare, implicitamente, del cretino a chiunque non la pensi come lui, sto Raimo? “L’ideologia dominante” ma di che??Noiosissimo.

  5. Con tanti blog che ci sono al mondo, dico io, dovete proprio leggere quello dove scrive uno che trovate noiosissimo? È un fenomeno strabiliante. (Phenix però si chiama, o fa chiamare, Joaquin, non Joacquin.)

  6. Con tanti blog che ci sono al mondo, dico io, dovete proprio leggere quello dove scrive uno che trovate noiosissimo? È un fenomeno strabiliante. (Phoenix però si chiama, o fa chiamare, Joaquin, non Joacquin.)

  7. Caro autore, prova a riguardarlo senza cazzeggiare con lo smartphone su internet. I like li controlli una volta finito il film , suvvia

  8. Christian, mi sfugge il senso di tutta questa rabbia critica contro un film che mi pare innocuo (qui, come altre volte con altri film), né grande né piccolo. La stroncatura può essere anche un nobile esercizio retorico? o un modo come un altro di sfogarsi? o sbatti il mostro in prima pagina?

  9. La cosa curiosa è che nessuno (nessuno che non sia italiano) parla più di hipsters da due/tre anni.

  10. avevo scritto una cosina divertente ma credo sia sfumata via, peccato: troppo faticoso ricordarmi cosa avessi scritto

  11. Una recensione con la sindrome da check-list: si va al cinema con un’idea chiara di come dovrebbe essere un film e se non rispetta la nostra lista di desideri ci si rifiuta di analizzarlo in quanto non-film. A parte il divertito autocompiacimento verbale per motivare la propria antipatia, l’autore non entra nel merito né del filmico né delle implicazioni filosofiche (postumano, transumano) toccate dal film. Non è che il film debba piacere, ma una stroncatura deve essere argomentata, non ridotta a un elenco di ciò che nella vita non ci piace e che pensiamo di vedere nel film.

  12. beh, una recensione inutile, onanista e poco attenta. I “pantaloni di fustagno a vita altissima” non hanno nessi tipo di “senso freudiano di castrazione nel personaggio” ma sono semplicemente la moda degli anni in cui è ambientato il film. A voler leggere troppo i film, alle volte si dimentica di guardarli.
    Per favore

  13. @Isa
    Questo blog è conosciuto e seguito, non è una pagina facebook, per questo è normale che una stroncatura netta in forma di temino riceva commenti circostanziati e risentiti.

  14. L’uso costante dell’ironia e del grottesco per empatizzare con il lettore mentre si demolisce un film tradisce carenza di argomenti concreti per criticare. Viene da pensare che l’autore abbia scritto questa recensione con il banale e rassicurante obiettivo di smerdare e spingere il lettore a ridacchiare e dire “oh è vero lol” piuttosto che recensire davvero il film.

  15. Mi dispiace per l’autore di questo pretenzioso post ma “La gente dovrebbe più parlarsi tra loro: la morale sociale del film” non rispecchia affatto la “morale sociale” di Her. Se è possibile definire “la morale sociale di un film”, di sicuro non è questa e al limite la morale è “che cosa vuol dire davvero comunicare?” Il problema è questa nostra fame di morali e la necessità continua di categorizzare qualcosa come più appropriato e giusto di qualcos’altro.
    Comunque i critici esistono per fare le critiche e infine essere criticati – tutto torna.

  16. Il livello di frustrazione che trapela da ogni frase scritta da Raimo su ogni singolo argomento che decide di trattare è preoccupante. Non lo conosco personalmente ma ho come l’impressione che non sia così piacevole da invitare ad una festa.

  17. Raimo, non si crucci dei commenti negativi. A “Her” gli ha inchiodato ben bene il coperchio della bara, ed ha fatto bene! Vivo a Berlino, circondato da sciami di frikkettoni e hipster. Forse il film non é malvagio come lo dipinge lei, ma ne ha identificato i temi con la precisione di un cecchino, ed una scelta di parole che non é, a mio vedere, segno di autocompiacimento. L’ultimo, e il mio preferito, affondo a Her: “Del resto, della società, del mondo, di cosa esista oltre i nostri sguardi languidi, in fondo chi se ne fotte, basta una tazza calda da sorseggiare con la testa appoggiata al finestrino di un treno diretto chissà dove.” Troppo vero.

  18. @paolopatch
    che chicca!
    comunque su una cosa sono sicuramente d’accordo con Christian: l’episodio di Black mirror sullo stesso tema è più interessante.

  19. Letture consigliate:

    1) Anatole Broyard, “A portrait of the hipster” (Partisan Review, 1948).
    http://karakorak.blogspot.it/2010/11/portrait-of-hipster-by-anatole-broyard.html

    2) Norman Mailer, “The White Negro – Superficial Reflections on the Hipsters” (Dissent Magazine, 1957)
    http://www.dissentmagazine.org/wp-content/files_mf/1353950503Mailer_WhiteNegro.pdf

    3) “Hipster and Beatnik – A footnote to The White Negro (in Mailer, “Advertisement for Myself, Andre Deutsch, 1961)

    4) Diane M. Huddleston, “The Beat Generation: They were Hipsters not Beatniks” (Western Oregon University, 2012)
    http://digitalcommons.wou.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1004&context=his

    Chi parla male vive male.

  20. Un tantino esagerato e autocompiaciuto. Tutto questo veleno “Her” non lo merita.

  21. “…come tutti i personaggi imbelli, risucchiati dalle microscopie ubbie private che potrebbero fregare solo chi è altrettanto narciso e autodiretto” …Va bene immedesimarsi nel protagonista di una storia e incazzarsi con se stessi realizzando le somiglianze…ma tutto questo astio mi sembra eccessivo.
    Un’età difficile, quella a ridosso dei quaranta: peggio dell’adolescenza.

  22. solo due note:
    mi sembra chiaro che il protagonista sia un immaturo, un uomo triste, che non si mette in gioco e che il film non lo voglia presentare come modello, tutt’altro.
    si può provare tuttavia empatia per lui, per la fatica che fa a mettersi in discussione.
    è un film sul senso di vuoto, sull’interiorità, sulla difficoltà di comunicare e rispettare l’altro …
    il sistema operativo , libero da tutte le implicazioni materiali che costituiscono la vita degli umani , ha la funzione di evidenziare i problemi di comunicazione nelle relazioni e la distanza che si crea tra chi impara dall’esperienza, dalle relazioni che instaura ( e l’ OS si evolve molto!) e chi invece si mantiene sempre uguale a se stesso.

    perché prendere così fortemente le distanze da un film senza entrare nel merito dei temi e farlo con toni che non appaiono per niente distaccati?

  23. Raimo, sono così d’accordo con ogni tua singola parola che potrei sposarti. Grazie di non avermi fatto sentire una marziana in terra straniera.

  24. (ad esempio il primissimo Vonnegut tratta lo stesso tema nel racconto “Jenny” – in “Baci da 100 dollari”- , e lo fa con humour e sentimentalismo – molto sentimentalismo, quindi niente visione generale, politica, sociale, ecc. – e credo che un po’ tutti ci si possa ritrovare nei panni dell’uomo che amò la copia-frigorifero di sua moglie molto più che l’originale.)

  25. Credo che il senso della recensione sia: è un film talmente sciatto e improbabile che l’attenzione che ha attirato spaventa per quello che dice della evoluzione sentimentale ed estetica degli ultimi anni.
    Qualche volta si deve parlare anche di ciò che fa orrore, per capire se non si è soli.

  26. Che palle dai! Il film era carino, un po’ lento, a tratti noioso ma non da stroncarlo così ferocemente … Relax

  27. La “morale” del film – che poi non ha alcuna morale o sarebbe la solita pedagogia per pecorelle che funziona ormai quasi solo in Italia – non è “Eh, la gente che sta sempre su facebook e non si parla tra loro. La gente dovrebbe più parlarsi tra loro”, sia perché i personaggi tra loro parlano eccome – e bene – sia perché la distopia di “Her” è, al contrario delle solite distopie claustrofobiche e inquinate dalla nostra patetica paura del futuro, rappresentata in modo equilibrato. L’equilibrio non sta nel fatto che tutto sia credibile o che “si regga” ai nostri primitivi occhi di cucciolotti moralisti, ma nel fatto che nel film non venga mai espresso un giudizio (positivo o negativo) nei confronti di un potenziale legame tra un essere umano e un sistema operativo. Cronologicamente, gli eventi del film si collocano in un futuro in cui questa eventualità si sta affacciando nella vita delle persone, e non viene rigettata – di nuovo – col moralismo di chi si ribella perché “No!!! E l’anima? E i rapporti umani? Le macchine buu! Buu!”, perché si parte dal giustissimo presupposto che l’umanità, ai cambiamenti, ci arrivi per gradi e non di colpo. Questo è un elemento importante, perché dà al film quel grado di – chiamiamolo così – “realismo” che consente di sospendere il (pre)giudizio. Che ci piaccia o no, a tempi simili o paragonabili a quelli ci arriveremo COMUNQUE, così come ci siamo abituati a inviare sms, a cercare relazioni e amicizie in rete, a cliccare sulle foto di estranei totali e a girare con tablet e palmari guardando quelli anziché la strada.
    Nel pezzo si continua a parlare di perversioni della tecnologia, attribuendo a Jonze tic etici e morali e fobie che non gli appartengono. Questa cosa è molto irritante e disonesta, anche perché stiamo parlando di un autore e regista che è molti gradini creativi avanti a noi, qui, in un paesucolo marginale, bigotto e retrivo in cui si arriva tardi a tutto e poi si fa finta di esserci sempre stati, “là”, e su quel “là” ci si incista con le unghie e con i denti salvo poi slittare di nuovo, sempre in ritardo, sempre più stolidamente.

  28. Quando ho visto il film, che mi ha divertito, ho pensato: ecco, se fosse un libro sarebbe di quelli che la Minimum Fax confeziona e destina al suo pubblico di trenta-quarantenni «knowledge workers», prevalentemente romani! 🙂

  29. @Manuel
    Vivo anch’io a Berlino, contornato da hipster e frikkettoni vari, e il tuo commento mi fa venire in mente un’ulteriore critica da muovere alla recensione di Raimo. Theodore (il protagonista del film) non è un hipster. Se proprio vogliamo catalogarlo secondo le etichette a noi contemporanee è, semmai, un “geek chic”. Non bastano un paio di occhiali con montatura spessa, un abbigliamento un po’ rétro e un lavoro creativo per essere un hipster, ci vuole un’estetica (finto)underground e vagamente contestataria, bisogna vivere in un quartiere gentrificato, magari avere anche una felpa con cappuccio. Theodore vive al qualconesimo piano di un grattacielo con vista sulla città, frequenta locali fighetti, ha amici tranquillamente borghesi (vedi la festa a casa di non ricordo chi, nella casetta con il giardino), “porta” Her su una spiaggia proletaria (né in un posto cool né in posto underground). Fa la vita che fanno gli expat di lusso, insomma. È un tipo tranquillo e benestante, ma non mi pare che aspiri a ruoli intellettuali; non ha un blog di critica culturale, per intenderci!;-)

  30. mi chiedo quale film tu abbia visto, davvero. e comincerò dalla fine, ovvero da Black Mirror e il paragone fra quelle mini serie ed “Her”. paragone inesistente, visto che Her non si sogna minimamente di raccontare l’incontro/scontro fra tecnologia e uomo. in Black Mirror è tutto ancora vivo e sangunante, è ancora una lotta fra umani identici a noi oggi e una tecnologia totalmente avanti, in Her intelligenze artificiali e persone vivono insieme in totale pacificazione. è un’altra storia, insomma.
    Poi: Her èuna storia d’amore e di relazioni e mostra come le fasi, i piaceri, le incomprensioni e la fine di una relazione siano assolutamente uguali fra persone in carne ed ossa e Theodore e Samantha.
    come ha scritto Fabio Viola, non dà mai giudizi, è già oltre il giudizio “morale”. ma forse ti sei addormentato durante le scene in cui Theodore esce con gli amici a cena o a fare un gita senza che nessuno faccia una piega.

    ancora: la città che non esiste infatti non deve esistere, non ha alcuna importanza. è Los Angeles coi grattacieli di Shangai e non ha ruolo, se non appunto inquadrare la storia in un futuro X. le persone sono tutte come Theodore, tutte per strada parlano coi loro sistemi operativi. è tutto normale.

    e sull’estetica – ammesso abbia ancora senso di parlare di hipster (non siamo a Vanity Fair dei poveri) – Vulfran ha detto la sua. io al limite penso che per fortuna in quel futuro non ci sarò più. che la moda fa abbastanza schifo e basta. le castrazioni te le sei sognete tu.

  31. “Fa una cosa che in genere i sistemi operativi non fanno: ..:”, a questo punto mi aspettavo di leggere “Funziona!”. Invece ho dovuto ricredermi.

  32. Non ho visto il film peró questa stroncatura m’ha divertito, nella sua ferocia temo esagerata. Per quanto riguarda l’Oscar può essere stata una questione di concorrenza: ultimamente hollivud a storie sta messa peggio di tante software house di videogiochi. Magari gli altri copioni in gara erano peggio, vassapère.
    L’unica cosa su cui non ho dubbi è l’energia sprecata in tanti commenti. Compreso il mio, ma almeno è poca: mangio patatine dopocena mentre ticchettò sul touchscreen

  33. A parte che direi che Her non vuol dire “Sua”, se era quella la traduzione (casomai Hers), per una volta concordo con l’ipste che va controcorrente. È oggettivamente un film di merda.

  34. è tipico degli hipster criticare gli hipster e soprattutto dare dell’hipster agli altri.

  35. Panificio Automatico Continuo i libri di cui parli è tipo “Addio Monti”?
    che spazzatura quel libro… l’ho letto e mi sono vergognata per la minimum fax… ma si può pubblicare un libro infarcito di marchi e firme, scritto per gli amici dell’autore che frequentano monti e il pigneto e che chiamano Capocotta Cape Code? poi vabbè non vi piace Her (che io avrei tradotto con “Lei” invece che con “Sua”; ma vabbè…)

  36. Confondere il tema con la trama è una cosa davvero gravissima, specie in una stroncatura.

  37. E’ un film straordinario che non collocherei tanto nel futuro ma nell’immediato presente. Per recarmi al lavoro viaggio in treno da 25 anni e devo dire che oramai è vero che i luoghi fanno da sfondo a miriadi di persone giovani e adulte che stanno con la testa china sui loro smartphone, tablet e Kindle, con le orecchie tappate ed oramai sfondate dagli auricolari. Fino a qualche anno fa si leggevano i giornali e si commentavano con gli altri. Ora più nulla. Ci hanno ridotto ad una massa di ebeti/zombi molto più tristi del protagonosta di Her che almeno dal sistema operativo rimedia un rapporto “umano”. Credo che molti di noi dovrebbero guardarsi in torno e capirebbero così che il film in questione prepara un immediato futuro!

  38. Sono uscita dal cinema con gli zebedei che giravano vorticosamente. Mi sentiva presa per i fondelli. Tanti plausi, clap clap, ola,.. vado al cinema piena di aspettative (ah, le aspettative, queste immense fregature!) e invece mi sorbisco due ore di noia piatta. Piatta? Nooo! Sarebbe un complimento! Di noia mortifera. Quindi non posso che plaudere al tuo commento. Sono d’accordo con te, Christian. Di più. Quasi quasi m’innamoro di te. (hai una bella voce?) 😀

  39. Pessimo articolo scritto da una persona che di cinema non capisce nulla. Non serve qualche frase qui e là per impressionare (cito: luce malickiana); di cinema in questo articolo non c’è nulla: nè competenza, nè passione, nè interesse, nè studio, niente di niente. Questa non è una recensione ma un’opinione piena di acredine, argomentata in modo mediocre e tronfio. Che tristezza, veramente, che articoli così abbiano persino una risonanza. E’ la prima e l’ultima volta che apro questo “blog culturale”. “Irritante e spocchioso” non è il ritratto di Jonze, ma decisamente il suo. Ma non si preoccupi, troverà sempre qualcuno che le offrirà il suo plauso; qualche altro mediocre che non ama, ma soprattutto non rispetta, il cinema.

  40. e per negare la bravura di scarlett johansson in questo film bisogna essere in malafede o con difficoltà di udito

  41. Massimo rispetto per Christian Raimo ma questa volta temo non abbia capito molto del film e sia salito su un piedistallo un po’ troppo alto, che va anche bene per un recensore poco onesto, ma nel suo caso un po’ meno..

  42. Che c’entrano gli hipsters con questo film ? Rivedere il film … Subito 😉

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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