di Christian Raimo
Qualche giorno fa, all’interno del Festival Libri Come, c’è stato un incontro tra il ministro della cultura Franceschini e vari rappresentanti del mondo dell’editoria. Era un incontro a porte chiuse, e sembrava potesse essere l’occasione per ragionare nel merito e non fare proclami, più confronti e meno lagne.
A una quindicina di operatori del settore (editori grossi e piccoli, librai, traduttori, scrittori, ufficistampa…) è stata data la possibilità di fare un intervento di cinque minuti. Il ministro ha preso appunti e poi è stato il suo turno di replicare: e ha fatto un discorsetto di trenta minuti.
In quella quindicina d’interventi c’era anche il mio, ovviamente sintetico al limite del sincopato, in cui provavo a mettere in fila vari punti dolenti per chi si occupa di libri oggi in Italia.
1) il Cepell;
2) l’acquisizione di Rcs da parte di Mondadori;
3) la questione meridionale (al sud i lettori sono una minoranza assoluta);
4) la lettura a scuola;
5) la formazione per gli editori;
6) i diritti dei lavoratori editoriali;
7) Amazon.
Anche se non sembra prioritaria, la questione del Cepell lo è. Il Cepell, ovvero il Centro per il libro e la lettura, oggi guidato da Romano Montroni. Fondato nel 2008 dall’allora ministro Bondi, sarebbe dovuto diventare nelle intenzioni il perno intorno al quale ripensare una politica sulla lettura in Italia. Non è accaduto.
Per questioni strutturali: le persone che ci lavorano sono dipendenti del Ministero dei Beni Culturali che spesso non hanno una formazione specificamente editoriale; la gran parte di questi sono amministrativi; il finanziamento che ha avuto è stato irrisorio rispetto per esempio al modello francese del Centre du livre (anche se Franceschini l’ha leggermente aumentato); il sito è stato pensato male e mantenuto peggio…
Per questioni contingenti: per cinque anni al vertice c’è stato Gian Arturo Ferrari, che ha svernato al Cepell qualche anno tra un incarico e l’altro di dirigente alla Mondadori, di fatto gestendolo come un hobby della domenica; perché l’editoria in questi anni è profondamente mutata e serve un aggiornamente continuo e competenze nuove; perché la scelta di Franceschini di incaricare Romano Montroni si sta rivelando inefficace.
Proviamo a argomentare brevemente, con un paio di esempi:
a. Andate su qualche pagina del sito del Cepell, come quella della dedicata alla promozione alla lettura: è ferma al 2013. Oppure andate su quella dedicata alle librerie d’Italia: è ferma a metà del 2014. Ci sono alcune che sezioni che sono migliorate (la banca dati dei traduttori editoriali fino a qualche tempo fa era inservibile), ma nel complesso è un sito che credo nessuno consulti. Ogni volta che in un master o in un corso qualunque di editoria, chiedo: quanti di voi vanno sul sito del Cepell? La risposta è nel 99% dei casi è una domanda: che cos’è il Cepell?
Fate un confronto con un sito non istituzionale come il Tropico del libro, fondato qualche anno fa da un gruppo di appassionati. Probabilmente concluderete che proprio quella funzione di riferimento istituzionale che dovrebbe essere appannaggio del Cepell la svolge molto meglio il Tropico del libro, con i suoi dibattiti aggiornati, le sue mappe interattive sulle iniziative italiane, i suoi data base che non sono elenchi affastellati, l’infrastruttura informatica che è funzionale a creare una forma di collaborazione dal basso degli utenti.
b. Gli interventi pubblici di Romano Montroni – il presidente del Cepell da un anno mezzo – peccano spesso di vaghezza e elusività. Senza contestare l’autorevolezza del suo profilo (è stato colui che ha ripensato le librerie Feltrinelli, alcune idee sul libro rimangono fondamentali per la cultura editoriale italiana), oggi sembra non avere il polso degli imponenti cambiamenti in atto, e – come il suo predecessore – mette a disposizione un côté intellettuale, mentre sarebbe più utile un sano spirito pragmatico, velocità d’azione, aggiornamento continuo, e soprattutto una visione – che invece è proprio ridotta ridotta. In più, a quanto pare, svolge questo ruolo gratuitamente; il che, al contrario di qualunque logica grillina, mi sembra una scemenza. Perché per un ruolo così delicato mi devo affidare a un pensionato che può permettersi il lusso di lavorare gratis?
A Libri Come Montroni ha cominciato un intervento dicendo: “Non citerò i dati”; e poi invece di rendere conto nel merito delle attività del centro (quali iniziative e soprattutto quale impatto), ha snocciolato un po’ di sue idee. Alcune tanto condivisibili da essere banalotte: bisogna arginare la prepotenza di Amazon, i librai devono essere appassionati (“Come diceva il grande libraio Hoepli, il bravo libraio nella bonaccia deve saper scorgere il minimo filo di vento”), la mancanza di lettori è un dramma nazionale. Altre idee tanto banali da essere discutibili: “Qualunque iniziativa sulla lettura va bene. Chiunque va a leggere un libro ad alta voce in una scuola o in una piazza fa del bene”, minando proprio quel principio che dovrebbe fare del Cepell un centro di eccellenza, e non un aggregato di volontarismo.
Anche la campagna #ioleggoperché promossa dall’Aie (associazione italiana editori) ha suscitato giustamente più di una perplessità. Si tratta di un’iniziativa enorme, che prevede la distribuzione gratuita di 240.000 copie di 24 libri da parte di centinaia di “messaggeri” in tutta Italia il 23 aprile, celebrazione mondiale della giornata del diritto d’autore. Claudio Giunta ne stigmatizzaval’aspetto tutto marketing, per esempio. Sul sito di Laterza, l’editore Giuseppe Laterza e i saggisti Francesco Antinucci e Giovanni Solimine si sono chiesti perché scegliere solo narrativa.
Generalizzando, i dubbi riguardano – al solito, direi – la modalità: ha senso promuovere la lettura attraverso grandi eventi o coinvolgendo come testimonial celebrità varie, soprattutto televisive (Benedetta Parodi, Marco D’Amore…)? È la domanda che gli ha posto più di uno dei partecipanti al dibattito.
Ma Montroni e Franceschini hanno difeso #ioleggoperché a spada tratta. In nome, appunto di qualunque iniziativa va bene, e se volete, aiutateci a migliorarla, ma questa è.
Ora, chiunque lavori per cercare di diffondere i libri, di promuovere la lettura, che sia un editore, un piccolo organizzatore di festival, un libraio, ma soprattutto un insegnante o un bibliotecario, sa quanto sia difficile farlo; e che qualunque riconoscimento e sostegno sarebbe manna dal cielo. Non sarebbe meglio puntellare e valorizzare quello che già c’è – ed è moltissimo – e sta provando a funzionare, per la diffusione della lettura, invece di inventarsi una cosa tutta nuova, molto costosa, quasi tutta concentrata in un giorno? Non sarebbe più sensato tesaurizzare l’esistente?
Inoltre: vogliamo organizzare iniziative di cui sia possibile valutare l’impatto e non soltanto esaltare l’ideazione? Chi potrà dire se #ioleggoperché è andata bene o è andata male, al di là dei comunicati stampa?
Negli anni passati, per il Maggio dei libri, il Cepell s’inventava eventi simili: cose lodevoli o improbabili – il problema è che in entrambi i casi, il risultato non veniva valutato né capitalizzato per il futuro. Accadrà così per #ioleggoperché.
Il ministro nella sua mezz’ora non ha risposto a molti degli interrogativi che gli erano stati posti (un po’ pilatesco: “È un lavoro molto lungo, i risultati li vedrà il settimo, l’ottavo mio successore al ministero”), ma qualcosa l’ha detto.
Ha usato soprattutto due espressioni: bisogna fare sistema “se vogliamo allargare la torta dei lettori” e bisogna adeguarsi alla modernità.
Con l’espressione fare sistema, ha voluto sottolineare soprattutto che le iniziative per la promozione alla lettura devono essere coordinate; ma questo “coordinate” è parso di capire per Franceschini significhi “gestite dal Cepell”. Non si è sentito nessun cenno a nessun’altra iniziative che non fosse ministeriale, e anzi ha tacciato di snobismo chi ha provato a mettere in discussione quest’approccio.
E quando invece ha ribadito che “bisogna usarli gli strumenti della modernità”, ha spiegato che “io vorrei avere degli spot in tv con dei testimonial famosi, certe cose funziona più se le dice Jovanotti”.
Per mettere insieme i due concetti ha voluto ricordare l’iniziativa del Cepell che si chiama Libriamoci, in cui “nelle scuole sono state fatte letture ad alta voce da parte di testimonial conosciuti”.
Poi è scivolato un po’ nelle profezie apocalittiche: “La lettura nelle giovani generazioni è fortemente a rischio”, perché “la nostra è la società del tempo reale, della velocità, del multitasking; e la lettura non può convivere con multitasking, perché per leggere richiede due caratteristiche: l’esclusività, e la lentezza – per leggere un libro oggi ci vuole lo stesso tempo che ci voleva nel Settecento”.
In queste poche frasi purtroppo si riconosce la poca competenza di Franceschini nell’ambito della trasformazione dei processi di lettura e di apprendimento. Ma forse non è nemmeno questo secondo me l’indizio più sintomatico rispetto al dovere dell’aggiornamento di un ministro della cultura che inneggia alla modernità, quanto piuttosto quanto piuttosto un innocuo passaggio successivo. Nella difesa (legittima e lodevole) della destinazione d’uso delle librerie storiche, Franceschini dice: “Ora non ci si potrà più mettere un negozio di blue jeans”.
Ecco, nell’uso di questo termine – blue jeans –secondo me si può ritracciare l’idea antica di modernità che ha Franceschini. Un termine che se lo cercate su google, vi vengono fuori articoli di storia del costume del Novecento.
Sulle altre questioni dolenti non si è pronunciato: su Amazon non ha detto nulla (“ci vuole sinergia”), sul sud nulla, su Mondadori e Rcs ha usato una generica cautela, sulla formazione e sull’università niente…
Qualche piccola parola per fortuna l’ha spesa per i traduttori – unici menzionati tra tutti i lavoratori del settore. Ilide Carmignani, traduttrice letteraria, aveva poco prima portato al ministro le istanze delle associazioni di categoria. E Franceschini – che è anche romanziere e i cui libri sono stati tradotti all’estero – si è detto toccato dalla questione: ha invitato gli editori a inserire il nome del traduttore in copertina (“Ci sono due genitori del libro, l’autore e il traduttore”) e ha fatto propria la proposta di Carmignani di dare delle royalties ai traduttori per i libri su cui lavorano.
Del resto anche nella lettera che aveva inviato agli altri ministri della cultura europei in occasione dell’avvio del semestre italiano, scriveva:
“La traduzione letteraria è uno strumento essenziale di diffusione culturale e una delle componenti della strategia del multilinguismo europeo. Ma la professione manca di visibilità, è spesso malpagata, non gode di un riconoscimento armonizzato nell’UE e di contratti uniformi. Intendiamo lanciare una riflessione a questo riguardo esplorando anche la possibilità di un diritto d’autore per il traduttore.”
Ciò che Franceschini sembrava non cogliere l’altro giorno, in quella lettera lo esprimeva bene: chi lavora nell’editoria ha bisogno di riconoscimento, altrimenti qualunque invito a fare sistema si rivelerà vuoto e alla lunga irritante.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

Ma desta davvero preoccupazioni maggiori l’eventuale(ma l’antitrust lo impedirà) acquisizione della RCS da parte della Mondadori – Per puri pregiudizi ideologici – o che l’editrice Rizzoli finisca nelle mani straniere. A parte le prevenzioni ideologiche, infatti, non risulta che le scelte editoriali Einaudi siano condizionate dalla Mondadori.
Resta, certo, il problema della concentrazione editoriale ma tra un socio straniero e un italiano, sinceramente preferisco quest’ultimo, ma capisco…