In questa intervista vengono citati i nomi di alcune pagine Facebook. In corsivo, come di solito si fa con i titoli dei romanzi o di altri prodotti culturali più canonici. Prima che scrivesse Crocevia di punti morti, pubblicato da effequ qualche mese fa, conoscevamo Matteo Grilli per i suoi post, in cui inventa una lingua nuova, terribilmente espressiva e umana, mostrando un altro modo di stare nei luoghi digitali, dove tantissime altre voci suonano stonato.
di Emiliano Ceresi, Giacomo Ferrara, Mattia Fiorillo
E,G,M: Ciao Matteo, come stai?
P: Ciao ragazzi, grazie per avermi evocato (la conversazione è avvenuta su Skype, NdR). Beh, dai, giornata lavorativa finita, sigarette fumate, 40… la norma.
E:. Ho notato che condividi ogni recensione che si interessa al tuo libro perché, come scrivi, contribuisce a mantenere in vita la tua opera, che diventa materia condivisa; allo stesso tempo, hai parlato di questo libro sempre in termini molto forti, come di qualcosa che la vita te l’ha sottratta. Ci racconti questa polarizzazione?
P: C’è sempre questa dualità, che è incredibile piacere, e gioia, di aver creato una storia che sta circolando a modo suo, essendo uscita proprio all’inizio della pandemia, quando portare in giro il libro per fiere e presentazioni era impraticabile. D’altro canto, questo è un libro scritto in uno dei periodi più intensi e dolorosi della mia vita. Questo fattore mi ha consentito però di abbassare le difese e raccontare la storia che avrei sempre voluto, mettendoci dentro tutte le cose che ho fatto: gli articoli, le sceneggiature, le piccole storie che avevo già cercato di creare in passato. Io sono un grande fan delle storie che si generano dalle esperienze personali degli autori. Certo, a volte c’è il rischio di essere ombelicali, autoreferenziali, ma l’intenzione non è tanto quella di decantare il dolore, o la mia figura, quanto di creare un ponte tra persone che in certi momenti della loro vita si sentono estremamente sole e senza speranza: in quei momenti, una grammatica del dolore ti fa sentire meno solo.
G: Raccontaci di quello che hai fatto in passato, e di come sei arrivato a scrivere questo tuo primo libro.
P: Il caos è un po’ l’elemento che governa la mia vita. Ho iniziato studiando filosofia all’università, e poi sono passato per varie cose, a cercare di scrivere per la tv, ho anche scritto la sceneggiatura per una serie tv che si chiama Anime e sangue. Successivamente ho iniziato con gli articoli su Not, seguendo l’arrivo di Mark Fisher in Italia e tutta quella corrente politico-filosofica che ora è diventata pop, in un certo senso. È stato anche un allineamento fortuito: avevo iniziato a leggere Fisher in inglese tempo prima, quando
scrivevo per una piccola webzine marchigiana, La Caduta , che mi ha fornito un primo spazio per approcciarmi alla critical theory. In Fisher avevo trovato una voce che mi piaceva moltissimo, sia per i nessi con la cultura massmediale, sia per i vari elementi che sostanziano il suo pensiero e che stavano infestando la mia vita. Questa assonanza mi ha dato una carica fortissima nel cercare nuovi linguaggi. Terminata questa fase, ho iniziato a fare un altro tipo di lavori. Mi sono trasferito a Milano, ho iniziato a
lavorare per Fondazione Feltrinelli, per agenzie pubblicitarie, ho fatto le cose più diverse. Sono andato sempre più intendendo il lavoro come pura sopravvivenza, per scappare dai posti che avevo vissuto troppo a lungo, ma la costante è stata la passione per lo scrivere sui giornali e su internet, sulla mia pagina Pagliare, che è diventata un tavolo operatorio per la scrittura. Ho sempre voluto scrivere le mie robe
assurde, ma non avevo uno sbocco per incastrarle all’interno dei vari canali.
M: Celeste, Massimo e Leonardo sono i protagonisti che vediamo riconvergere verso il Pozzo, il paese di provincia dove sono nati, e che li richiama magneticamente. Questi personaggi sono, al 90% almeno, umani, e probabilmente da quello che ci stavi raccontando (Celeste studentessa di filosofia, Massimo sceneggiatore, Leonardo preso in mezzo a una quantità infinità di stage) sono personaggi che hai anche preso da esperienze tue, e di altri. Quello a cui sono più affezionato è invece un mostro, K. Da dove viene la sua voce?
P: La voce di K è la voce che ho in testa e mi racconta tutte le cose in quel modo, che è poi shitposting, o comunque flussi di coscienza, cambi di tono, visioni immaginifiche. Effequ mi ha scoperto tramite Pagliare, e voleva mettere a sistema quel linguaggio di internet attraverso la forma libro. Francesco Quatraro (editor di effequ, NdR) però mi ha detto: “Non voglio il libro di Pagliare, voglio il libro di Matteo Grilli”. Mi ha fatto piacere: non volevo prendere una roba che stava su Facebook e farne semplicemente una raccolta. Invece ho usato quella voce cercando di personificarla, in una sintesi tra un drago, un umano, un
cadavere, che parla una lingua ibrida inumana e al tempo stesso estremamente umana. Devo dire che Francesco Quartaro e Silvia Costantino mi hanno dato una libertà semi-totale.
Io scrivevo botte di roba, con dinamiche di scrittura massacranti: lavoravo, tornavo a casa, mangiavo un attimo e poi la sera mi mettevo a scrivere due, tre, quattro ore facendo nottate. È stato, sì, un percorso di editing super-intenso e rispettando anche delle deadline, ma che nasceva in maniera super-dinamica. Edita, vai, edita, vai, per arrivare alla fine, che poi è stata la fine di tutto, con la quarantena.
E: Secondo me una caratteristica imprescindibile per approcciarsi al testo è quella dell’immaginario fumettistico che lo innerva. Hai detto spesso che uno dei tuoi riferimenti è lo shojo giapponese, come Orange Road. Celeste, in questi tentativi continui di autosabotaggio, mi ha ricordato molto Megg di Simon Hanselmann
P: Come no! A me piacciono un botto i generi non-binari. Per me Crocevia è un depressive shojo coi mostri. Lo shojo è tutto incentrato sui rapporti tra i personaggi e le loro storie d’amore. È quello che c’è anche all’interno del libro: personaggi che si rapportano con l’altro in modo super-intenso e distruttivo. Simon Hanselmann (un fumettista underground ma manco tanto, in Italia è pubblicato da Coconino) secondo me è una delle voci più belle e originali del fumetto. Racconta di esseri umani distrutti, senza filtri: le avventure di Megg e Mogg sono basate su abuso di sostanze, abuso dell’altro, anche in momenti divertenti e cartooneschi, al limite dello slapstick, ma con un sottofondo di grande dolore. Hanselmann
riesce a farti annusare e sentire il sapore della schifezza, della merda, l’odore del fallimento, delle giornate tutte uguali, di farsi le maratone di Twin Peaks mentre il tuo rapporto di coppia sta andando al macero. I protagonisti sono un gatto e una strega, ma c’è un materiale umano infinito che parla tantissimo, attraverso la lente del grottesco e del paradosso. È tutt’ora uno dei miei punti di riferimento per questa capacità di raccontare un’umanità orribile, ma anche bellissima. Lui adesso sta facendo una cosa incredibile, da quando è iniziata la quarantena, un iper-progetto su Instagram di un tot di vignette al giorno che si chiama Crisis Zone, che racconta tutta la quarantena dei suoi personaggi, e ti fa capire che per lui, che ha anche avuto una vita personale terrificante, l’arte e la creazione salvano dall’abisso.
G: Ho avuto l’impressione che in Crocevia l’horror si veda per lo più di riflesso: non assistiamo a molte scene spaventose, quanto alle ossessioni dei personaggi. Queste narrazioni “di genere” riescono a connettere individui molto soli, peculiari, che avvertono una comunanza.
P: Questa è la cosa interessante dell’horror: alcuni elementi diventano iper-reali per determinate persone. Sono sempre stato affascinato dai fan di una determinata saga o personaggio, anche di un solo film. I film che mi interessano sono quelli che vengono solitamente ritenuti disturbanti: magari non c’è il mostro, ma rapporti umani estremamente disfunzionali, e l’elemento horror arriva come componente aggiuntiva a distruggere tutto quello che circonda queste persone disastrate. I protagonisti di Crocevia vivono una
quarantena esistenziale da tantissimo tempo: le ossessioni, gli orrori (personali, proiettati, incarnati in dei mostri che esistono o no), li sfigurano e li bloccano. Ma in qualche modo trovano forza in queste ossessioni, affrontandole e rivivendole di continuo. Stai lì e non è più solamente qualcosa che esperisci in maniera vicaria ma è qualcosa che metti all’angolo e a cui dici: ora tu parli di me, e io parlo con te; adesso risolviamo, e chi esce morto esce morto, ma lo facciamo.
M: Mi ha stupito vedere l’uso di Leonardo di quei lunghi audio di ASMR messi in cuffia. La vita lavorativa di Leonardo è grigia, e lo spezza lentamente. Invece per Leonardo l’ossessione è magnifica, è qualcosa da perseguire (a ritroso, perché si tratterà di tornare nel Pozzo). A me è sembrato che, con questi rumori bianchi prolungati, lui non stia fuggendo dalla realtà ma ne stia recuperando i fondamentali, una specie di grammatica minima per riquadrarsi nel suo mondo e non in quello degli altri.
P: Hai detto una cosa veramente giusta, le ossessioni in questo caso permettono di rimettersi in contatto con una forma amplificata, che esonda dalla realtà. La realtà che vivono questi personaggi, soprattutto nel caso di Leonardo, è una realtà ovattata, in confronto alla sua magnifica ossessione… Passare le giornate nella routine – lavorativa, relazionale – in confronto a: “la mia città è posseduta da un demone, un mostro, qualcosa che vive là sotto e sta pian piano ammazzando tutti”. È uno scontro impari. Per quanto mi
riguarda, è quell’incredibile astrazione che porta le persone verso la follia, ma è anche un modo per superare una realtà piatta, grigia, senza magia. Se non c’è qualcosa di magico in quello che sto vivendo e costruendo, allora non c’è niente. È l’ultima spiaggia, in un certo senso: se la vita è solo questo, allora c’è qualcosa che non va. Molto spesso, i pensieri che metto dentro i personaggi sono delle cose che provo effettivamente, ma portate a un volume estremo. Mi sono chiesto: “Cosa succede se amplifichi al massimo il livello di questa ossessione, se amplifichi al massimo il livello di autodistruzione?”
M: Forse è proprio K ad alzare il volume.
P: K è un patchwork, incarna l’urlo che è l’estremo dolore, l’estrema gioia, l’estrema fame, tutto quello che di estremamente caotico e vitale c’è in un posto morto. Celeste, Massimo e Leonardo tornano nel Pozzo, e K è quello che conserva l’intensità magica delle emozioni umane, del modo in cui loro (e tutta una città) costruiscono i propri miti. Queste sono persone che hanno i loro miti, autodistruttivi, oscuri, e K sta lì per dirgli: non siete soli, qualcosa di magico esiste, e adesso ci mettiamo all’angolo, e ci facciamo a pezzi.
E: Uno dei motivi di prima fascinazione verso questo libro è quello linguistico, su vari versanti. C’è quello dei neologismi coniati da K, c’è quello del dialetto marchigiano, e poi c’è quello delle parole che tu in qualche modo risemantizzi, due in particolare. La prima è “fantasmi”, che nell’arco del libro assume più significati: spesso ossessioni, a volte sensi di colpa. La seconda è la parola “magia”, l’elemento che ammanta e dà ragione di esistere a questa provincia. Puoi glossarci il significato di questi due termini in Crocevia?
P: I fantasmi che stanno in questo libro ti danno la certezza che quella che stai vivendo non è l’unica realtà, danno un altro significato al dolore, al fallimento, alla sconfitta che stai vivendo. Anche il momento dell’orrore cosmico, lovecraftiano – il momento in cui si squarcia la realtà, cadi in un portale e quello che resta di te una volta morto viene preso e portato altrove – per me ha una forza vitale incredibile, è quello che ti fa andare avanti: almeno nel mio caso, mi fa venire voglia di esplorare cosa che c’è nell’oltremondano. È un elemento a stretto contatto con la magia: attraverso gesti, rituali, attraverso un sistema in cui tu credi fortissimo, puoi piegare la realtà. Nei rituali esoterici, anche solo in un gruppo di persone che si ritrova insieme, e tutti urlano una parola alla luna – in quel momento la magia esiste: non
importa se il fenomeno magico si verifichi o meno, quello è un momento in cui la magia piega la realtà. Una realtà che parte dall’interiorità del singolo, deflagra e diventa identità-di-Boh, e non sei più una cosa, non sei più un genere, non sei più… io ci vedo qualcosa di bellissimo. Nel libro, ho presentato la magia anche nella sua forma morta: come il fantasma può essere qualcosa di spaventoso, che ti infesta, ma può essere anche una figura terrificante che ti dà la certezza che ci sia qualcos’altro, la magia può essere un momento di comunità incredibile che piega la realtà nel momento in cui si crea (per un secondo o per un
secolo). Ma c’è anche una magia che muore, nel momento in cui nessuno l’abbraccia più e
non si lascia più neanche divorare dal mostro.
G: Nel romanzo hai diviso la tua personalità fra i tre protagonisti, come in un prisma. Questo crocevia è un incontro tra queste persone, e con il mostro che infesta il Pozzo. Ti è servito per fare pace con il tuo paese, rivestendolo di una magia diversa, come in un rituale o un evento magico?
P: Questa purtroppo è una domanda senza risposta. Mi è stata formulata poco tempo fa e sto ancora pensando a come rispondere. Quando ho preso il mio vissuto, il vissuto di altri, in questo rituale – è effettivamente un rituale quello che ho fatto: cercare di riappacificarsi, o di rivestire di magia il posto, le persone, i sentimenti, la vita stessa. Gli effetti, ancora devo esplorarli.
E: Abbiamo scandagliato gli aspetti difficoltosi e dolorosi della vicenda, accompagnati da una lingua sempre carica e da un’aggettivazione espressiva in cui gli stessi sogni possono diventare “rancidi”. Dall’altro lato, si percepisce il divertimento di giocare a rendere italiana la Derry di King e di aderire a un genere, come attestano la mappa del paese in apertura del libro e il simbolo del crocicchio a intervallare le pagine. Ci parli anche di questa componente di escapismo?
P: Scrivere è stato dolorosissimo, ma nel momento in cui ho finito ho avuto quel sentimento di nostalgia di casa; che poi mi piace molto di più il termine homesick, quando la casa ti manca al punto da star male. Mi è servito l’elemento escapista, e anche la costruzione, l’editing, il momento del confronto con Silvia e Francesco. Mi sono reso conto di quanto questo casino di malessere e personaggi distrutti fosse bello da scrivere, vivere, starci insieme, e avrei voluto che continuasse il più a lungo possibile.
M: A un certo punto, Massimo dice a se stesso: “ […] perciò palestra, un libro letto a settimana, duro lavoro. Se perdo la mia giovinezza, ne devo uscire potenziato”, con l’idea che – come ribadisce poi – “non si molla un cazzo, in questo settore di bastardi, il cosiddetto lavoro culturale”. Nei lavori culturali, vediamo quindi questa stessa idea di produttività esasperata. Mi riferisco anche alle tue Immagini stock che sbroccano: sorrisi aperti che poi sembra davvero aprano in due la faccia, immagini dell’attimo prima della tragedia e del disfacimento.
P: Tutti i miei progetti su Facebook sono nati in diversi contesti lavorativi. Sono sempre stato affascinato dal concetto di ASMR, suoni che stimolano la corteccia per creare un senso di vuoto, quel tingling sulla pelle, così ho creato Asmr for fb. Ho pensato: come fai a riprodurlo in ambiente lavorativo? Ho preso delle immagini rilassanti e le ho riprodotte in maniera onomatopeica mettendoci quello che nella mia testa era il suono. Per Immagini stock che sbroccano, invece, in un altro contesto lavorativo dove dovevo prendere delle immagini stock, sentivo la distonia totale: guardavo quelle foto e avevo semplicemente una sensazione unsettling.
Immagini fuoriposto, che dovrebbero rappresentare una situazione, un’emozione, ma talmente posticcia e innaturale che nessun essere umano, vedendola, la riconosce come vera. Processando le immagini di piattezza comunicativa (per documenti aziendali, nreport…), hai bisogno dell’ombra, del riflesso, dello spettro di un’emozione. Lavorare su quelle cose mi faceva stare malissimo, e mi ha fatto pensare che la disfunzione non è quella che sto vivendo io, ma questa: l’umano che fa cose inumane. Questo modo di vivere è disfunzionale, il lavoro stesso lo è. Anche il lavoro culturale è un modo di fittare all’interno di
un sistema, una macchina che non contempla l’aberrazione: tra i salariati e i tirocinanti degli stage, c’è la distonia delle immagini stock; nel lavoro culturale, io avverto l’ipercompetizione, una superdeclinazione (un’ipostatizzazione? Un prolungamento?) della vita scolastica, in un certo senso: processi le informazioni per impressionare un determinato numero di persone a cui tendi, e questo è sempre stato, per me, disumano: il fatto di appianare così il disturbante, il distonico – tutte le cose che piacevano a me.
G: Per parlare della area della cultura italiana che gira intorno ai concetti di weird e accelerazionismo, che ibrida spesso la theory con immaginari fantascientifici: non hai ora l’impressione che questa bolla sia divenuta, se non proprio mainstream, un discorso a cui attingere per produrre articoli semplicemente sfruttando questi immaginari?
P: È lo stesso discorso di chi vive, studia e legge e ha le cose sottopelle, e chi invece deve fittare in quella che è la nuova corrente. Secondo me, i fake li stani subito, e ce ne sono, ce ne sono un sacco. Sono certo che l’aridità di questa appropriazione dell’immaginario (oltre al fatto positivo che certi argomenti non rimangano settari) sia facile da individuare quando si tratta solo, per un fake, di usarlo per avere punti-scena. Li prendiamo e li prendiamo a mazzate – metaforicamente, diciamo.
G: Un concetto ormai molto diffuso è quello di retromania. Direi che i tre protagonisti ne sono decisamente affetti. Ti sei posto l’obiettivo di andare oltre, e pensare nuovi immaginari, o ci hai fatto pace, ti sei arreso?
P: Ho cercato di usare la retromania come veicolo verso qualcos’altro. Non si è trattato solo di accumulare immaginari per ristagnare all’interno di una feticizzazione autoconsolatoria del passato, ma di intravederci prospettive di futuro, a livello di immaginazione e narrazione: far fiorire e fermentare quelle macerie di immaginario per crearne qualcuno che potesse parlare e portare oltre il discorso. Tutti noi abbiamo i nostri feticci, ma sono le cose nuove che mi mandano avanti, anche se le cose nuove sono fatte da persone che hanno vissuto e assorbito cose del passato. In questo libro, tutti questi elementi sono piccoli portali verso la
costruzione di sé come elemento prezioso, bello, anche con la propria immondizia. Tutte le cose che ti appartengono, appartengono anche all’altro, e puoi trovare una sintesi nuova, bella, anche disperata, ma non è più un linguaggio tuo per te stesso: è come un golem di spazzatura, che ha un potenziale magico, di narrazione nuova, che va esplorato.
E: In un articolo di Alessandro Lolli uscito su Not, Lo shitposting è la nostra new sincerity (che si rifà al famoso scritto di Foster Wallace del ‘92), si discorreva di shitposting quasi bramando la genuinità con cui chi si approcciava a questo genere testuale riversava sé stesso in rete. A me sembra uno degli antidoti a cui sei ricorso per contrastare l’ansia performativa che affligge alcuni dei tuoi personaggi.
P: Sì, e forse in un certo momento era quello che stavamo facendo, ma in maniera totalmente inconscia: non sono mai partito da un concetto letterario, ma sentivo che l’ironia veniva usata come una sorta di schermo per non rispondere di ciò che si stava effettivamente dicendo. Ho avuto un passato da troll e di frequentatore di luoghi orribili come 4chan, ho visto il processo di disumanizzazione portato a volte dalla cultura memetica – cultura che ora è di stampo corporativo, il che la dice lunga su molte cose. Non ho mai
cercato di seguire una corrente: ho visto pagine piene di contenuti assurdi e ho pensato che ne avevo la testa piena anch’io, mentre a lavoro ero intrappolato nelle maglie del capitale.
Avevo investito, avevo fatto sacrifici, mi ero anche trasferito a Milano, ma mi sono trovato in una situazione diversa da quella che speravo. Pagliare è stata la mia àncora di salvezza. A quel punto la vedevo così: o mollo tutto e si ritorna a zero, oppure sto qui, resisto, ma non lascio che tutta la creatività e il mio mondo spariscano. La pagina è quindi nata come uno sfogo, e ha cominciato a trovare un’oscillazione tra l’assurdo e momenti di verità assoluta perché non sapevo più dove riversarlo, non sapevo più neanche tirarlo fuori a voce, mi si intrappolava in gola e mi soffocava, e mi sono detto che scrivere, lo sapevo fare. Allora buttavo giù quello, con la voce che sentivo nella testa.
M: Scorrendo i post su Pagliare, ho visto due tuoi obiettivi polemici ricorrenti, che hanno molto a che fare con internet adesso. Uno è la post-ironia, che sembra serva solo a depotenziare, a delegittimare ciò che alle persone sta a cuore. L’altro è la questione degli incel in rete e la loro propagazione ambigua, che tu hai sempre avversato, affidandoti anche a una casa editrice attenta alle questioni genere, e che si è fatta promotrice dello schwa.
P: Mi identifico nella categoria non-binary, lo sono sempre stato, ed è stato un percorso doloroso, difficile. Quando è in corso una rivoluzione, nell’ambito della sessualità, del genere, dell’approcciarsi all’altro, dall’altra parte c’è sempre un contrappeso reazionario che in qualche modo deve insidiarsi, perché avverte un pericolo per lo statu quo. La questione degli incel è estremamente particolare, perché i ‘celibi involontari’ sono spesso vocalmente chiari nei loro intenti, ma altre volte attraverso l’utilizzo dell’ironia, o post-ironia, non si espongono e depotenziano le cose aberranti che dicono. Puoi dire qualsiasi cosa su
internet, le conseguenze saranno poi depotenziate (‘è solo un meme’). Nel momento in cui esprimi ripetutamente un concetto per scherzare, quel concetto parla molto più di te di quanto tu non creda. Cercare di togliere intensità alle ragioni dell’altro per evitare di ammettere quello che provi davvero (la tua avversione nei confronti dell’altro) per me è un atteggiamento miserabile, da vigliacchi, e mi fa schifo su tantissimi piani. Pochissimi vivono nella vita reale gli effetti del far passare, su internet, un messaggio sulla vita di una persona.
Quanto ferisci gli altri, quanto quello che fai causa dolore. Si può utilizzare l’ironia, filosoficamente, per smontare le cose orribili, ma non accetto questi modi paraculi, miserabili, dialetticamente poverissimi di smontare le buone battaglie, le buone cose che stanno uscendo fuori, che parlano alla moltitudine e non al singolo, e che stanno distruggendo dinamiche di potere. E perciò sono contento di stare dentro effequ, perché loro si stanno battendo davvero per questo.
E: Oltre a It di Stephen King, uno dei libri citati è Casa di foglie di Danielewski, un libro monstre, estremamente stratificato: ha sorpreso molto i lettori la proposta dell’autore secondo cui la chiave principale è quella della storia d’amore. Mi chiedevo se secondo te questa prospettiva si attaglia anche a Crocevia.
P: Secondo me, sì. Quando ho letto – divorato – ‘Casa di foglie’, mi ha trasmesso la cosa più vicina a un puro sentimento d’amore che non tante altre relazioni. Ho avvertito questa cosa. Per me Crocevia è la stessa cosa: lo chiamo depressive shojo, perché per me è una gigantesca storia d’amore con tutte le cose brutte che stanno lì dentro. È molto facile amare le cose belle, è molto difficile amare le cose brutte, però è una delle cose più belle di ciò che siamo. Purtroppo siamo esseri umani, e abbiamo anche questo destino, di amare le cose brutte.
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