di Alfredo Palomba
Un testo in una lingua estranea è a tutti gli effetti un messaggio criptato che è possibile trasformare, volgendolo in un idioma conosciuto, in significato. Eppure, quando ero uno studente pieno di belle speranze mi è stato insegnato che tradurre significa riscrivere, che non esiste una traduzione incolpevole e che, per paradosso, il solo modo per leggere un’opera senza equivocare la volontà dell’autore sarebbe stato imparare la lingua in cui quell’opera è stata scritta. E anche in quel caso, con tutta probabilità ne avremmo ricavato un ‘messaggio’ più vicino al fraintendimento che alla decodifica. Quando io avevo l’età di Grot, il ventunenne protagonista di Timidi messaggi per ragazze cifrate (Wojtek, 2020), esordio del fiorentino Ferruccio Mazzanti, mi è stato detto che leggere è tradire.
Grot scrive lettere cifrate, chiuso da oltre tre anni «nel silenzio di camera mia, al sicuro, in una tana dove nessuno può giudicarmi», e le invia su forum frequentati da altri ritirati sociali come lui, i cosiddetti hikikomori; o le affida alla madre, infilandole sotto la porta e sperando che le spedisca nel mondo o che, quando sono rivolte a lei, riesca a leggerle, a comprenderle. È così che si presenta al lettore, con un racconto inspiegabilmente “in chiaro”, cominciando a parlare di sé, del surreale rapporto con la madre, delle proprie abitudini quotidiane. Grot aspetta che la donna, di primo mattino, vada al lavoro. Esce dalla stanza, guarda la tv, mangia, pulisce casa e poi pulisce ancora e poi ancora, per eliminare ogni traccia del passaggio di un corpo che disprezza ed è convinto che chiunque non potrebbe, a sua volta, far altro che disprezzare. Grot ha una deformazione cranica, così dice, anzi, ripete con ossessività: ha una deformazione cranica e una serie di altre infinite sgradevolezze fisiche e, di conseguenza, è radicato nella convinzione che nessuna ragazza potrà mai interessarsi a lui, un corpo estraneo, un incomprensibile refuso in mezzo al testo in chiaro dell’umanità circostante, quella massa funzionale di donne e uomini che vivono, operano, amano fuori delle quattro mura in cui si è recluso. «Ma come si fa ad avvicinarsi a uno sconosciuto dimenticandosi di tutto l’orrore del proprio corpo, senza imbarazzo per questa mostruosità delle forme, avvicinarsi a lui e chiedergli qualsiasi cosa», si chiede.
Da camera sua, simile a un Quasimodo talora desiderante, talora disprezzante, sempre disperato, Grot osserva il mondo tramite internet, la tv, soprattutto i videogame, che gli permettono di trasformarsi in una specie di goccia d’acqua dentro a una infinita distesa d’acqua. Essere indistinti, smettere di esistere, abolire la presenza del proprio io dentro di sé, fuoriuscire, premere l’interruttore della coscienza ridotta a stringhe per accedere a una supersimmetria popolata da creature colorate che parlano e che talvolta si dimostrano amiche, altre volte non sono che spiriti malvagi da sconfiggere in 26 dimensioni bosoniche.
L’alienazione del protagonista è ammissione di una sconfitta sociale, di una patologia che non mostra vie d’uscita: «non ho nessuna prospettiva di cura», afferma Grot, «io non sono come tutti gli altri. Ho solo bisogno di essere lasciato in pace». I contatti con un altrove mediato dalle telecomunicazioni assumono le sfumature dell’isteria – Grot che cammina per la stanza di fronte all’inconsistente chiacchiericcio di questo o quell’opinionista e gli dà del «caprone idiota» – e della paranoia – Grot convinto che l’universo di fuori, coordinato dal bellissimo ex compagno di scuola Rotwang, non sia in attesa d’altro che di deriderlo – provocandogli un incontenibile terrore non solo degli altri, ma anche dell’avvenire:
L’orlo della crisi, l’abisso che si spalanca su di me non è rivolto al passato, un trauma da ricostruire attraverso le mie memorie. Il luogo della sconfitta si situa esclusivamente nel futuro: non esco perché un giorno io sarò sconfitto e tutto questo mio mondo tramonterà di fronte alla concretezza del reale. Ritirarsi nei propri sogni è la certezza di un successo duraturo.
E, ancora: «La sentite anche voi questa sghignazzata che risuona ovunque? Ma cosa avrete mai da ridere voi là fuori?».
A ogni segnale d’apertura, alla seppur minima, infantile, fantasmagoria di riscatto sociale che talvolta si affaccia alla sua coscienza quasi come un tiro mancino, alla minima ipotesi di abbattere il muro e riprovare a vivere tra i “normali”, Grot si rifugia in sofisticazioni sempre più cerebrali ed escludenti, in egolalie autocompiaciute e a tratti fin troppo marcate, in speculazioni paranoidi su quanto ogni tentativo sarebbe destinato alla disfatta. Libertà, insomma, è il timido tirarsi fuori «da questa competizione che la biologia ci impone».
Nondimeno col mondo Grot prova a comunicare, scrivendo lettere cifrate, pratica che se, all’inizio, sembra essere quasi un gioco snob per escludere la maggior parte di destinatari possibili nella speranza di intercettare chi, come lui, abbia l’intelligenza di scoprire la chiave dei suoi messaggi e al contempo un meccanismo di difesa per evitare di sentirsi ridicolo di fronte allo sguardo giudicante degli altri; man mano che si procede con la lettura ci pare essere sempre più l’unico linguaggio di cui ormai Grot sia capace, una maledizione dalla quale cerca di fuggire – e la fuga, nella seconda parte del libro, sarà anche fisica: la ricerca di Maria Freder, misteriosa ragazza che entra in contatto con lui e mostra di comprenderne i messaggi, invitandolo a sua volta a decifrarne uno – il limite estremo e forse invalicabile tra l’alieno in cui si è trasformato e gli umani.
Timidi messaggi per ragazze cifrate è, allora, un romanzo sull’invisibilità, sulla dispercezione, sul bisogno degli altri nonostante gli altri. Ed è una storia, soprattutto, sull’incomunicabilità irriducibile che spezza, separa, allontana gli individui dalla comunità e li costringe, quando non a isolarsi del tutto, a inviare richieste d’aiuto come messaggi in una bottiglia, che si spera prima o poi qualcuno raccolga, decifri, legga, provando a fraintenderli il meno possibile.
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