Pubblichiamo un estratto dall’Introduzione de Il passero coraggioso. Cipì, Mario Lodi e la scuola democratica, il libro di Vanessa Roghi uscito per Laterza.

Certo, l’organizzazione sociale, il potere hanno sempre la possibilità di recuperare le trasformazioni. Ma il potere non è infinito. È molto difficile recuperare la pratica, mentre è molto facile recuperare l’ideologia. Allora dobbiamo stare attenti a ciò che consideriamo rivoluzionario, che non è creare ideologie ma riflettere sulle cose che in pratica trasformiamo.

Franco Basaglia, Conferenze brasiliane (1979)

 

C’è un passero curioso, che fin dal primo giorno di vita vuole scoprire il mondo che lo circonda, scappa dal nido, si perde, e così facendo rischia di morire.

Prova e sbaglia, sbaglia e prova e, a un certo punto, si scopre una vocazione inaspettata che è quella di aiutare i suoi compagni ad affrontare quanto di brutto incontrano nel corso della loro vita: la fame terribile dell’inverno, le trappole dell’uomo, le astuzie del gatto, gli occhi ingannatori della civetta. Questo passero si chiama Cipì ed è il protagonista di una favola scritta da Mario Lodi e dai suoi bambini della scuola elementare di Vho di Piadena, alla fine degli anni Cinquanta.

La sua storia, scrive Gianni Rodari, «è nata giorno per giorno in una scuoletta di campagna, […] dove i ragazzi, contrariamente al solito, sono autorizzati a guardar fuori dalla finestra per scoprire il mondo e incantarsi allo spettacolo della vita. […] La storia del passero Cipì è la storia di ogni ragazzo che viene al mondo, delle sue gioie, delle sue pene, della sua aspirazione alla libertà. Dai nidi viene la grande lezione: la vita, per essere bella, dev’essere lotta».

Quando Cipì viene pubblicato per la prima volta, nel 1961 nessuno si aspetta che diventi uno dei classici più letti nella storia della letteratura italiana per l’infanzia. Lo pubblicano, infatti, con una diffusione limitata, le Edizioni Avanti!, e la sua circolazione è legata al gruppo di maestre e maestri a cui, dal 1955, Mario Lodi ha aderito: il Movimento di cooperazione educativa (MCE).

Nato a Fano, nelle Marche, inizialmente con il nome di Cooperativa della tipografia a scuola (CTS), l’MCE ha portato in Italia le tecniche di Célestin ed Élise Freinet, tecniche che si fondano, essenzialmente, sul rifiuto della lezione tradizionale e dei suoi supporti, come i manuali di testo, e sulla partecipazione dei bambini e delle bambine all’elaborazione dei materiali su cui studiare, attraverso un costante metodo “della ricerca” che sfocia nell’elaborazione di testi originali, scritti “insieme”, attraverso un processo di scrittura collettiva. Nel corso degli anni Cinquanta, grazie al lavoro cooperativo di decine di insegnanti, centinaia sono i testi che vengono prodotti con questo metodo. È Cipì, però, il primo libro che ha un vero successo di pubblico, al punto da venire presto imitato in numerose occasioni, in diverse scuole. Molto più di quello che riusciamo a immaginare, questo piccolo libro dà una forma visibile e riconoscibile alla voce di chi non è mai stato ascoltato da nessuno, cioè i bambini, dentro la scuola. Un atto politico, un fatto nuovo, che fa da modello alla Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani e dei suoi ragazzi di Barbiana, testo che di Cipì è, in qualche modo, un esito. Scrive, infatti, don Milani dopo aver incontrato Mario Lodi il 2 novembre 1963: «Caro maestro […] la ringrazio d’averci proposto quest’idea [della scrittura collettiva, N.d.A.] perché me ne sono trovato molto bene. Non avevo mai avuto in tanti anni di scuola una così completa e profonda occasione per studiare coi ragazzi l’arte dello scrivere. Per noi, dunque, tutto bene anzi sono entusiasta della cosa».

Ma nel 1967, quando esce la Lettera di Barbiana, il viaggio di Cipì è appena iniziato. Di classe in classe, di scuola in scuola, Cipì giunge, con la mediazione di Gianni Rodari, alla casa editrice Einaudi che lo ristampa nel 1972, sull’onda del grande successo de Il paese sbagliato (1970), e grazie all’editore torinese il “passero eroico”, come lo definisce Rodari, arriva in quasi tutte le scuole d’Italia. Anche nella mia, la scuola elementare a tempo pieno di viale Giotto, a Grosseto, nell’anno 1978-1979 quando la maestra, Annamaria Tonini, ci fa leggere Cipì, guardando fuori dalla finestra, per immaginare la vita dei passeri nel nostro giardino. L’inverno è grigio, gli alberi secchi, il prato non ha nemmeno un fiore, noi bambine e bambini pensiamo a Margherì che muore tra le braccia dell’amico passero e versiamo lacrime salate, insieme, in classe.

Io vivo, la maggior parte del tempo, con la mia nonna Isolina che le storie me le racconta ma non me le legge, perché ha fatto la seconda elementare e per lei la lettura è un affare privato. La voce della maestra che legge ad alta voce Cipì mi colpisce e mi segna, in qualche modo, per sempre. Mario Lodi diventa, per me bambina, una sorta di nume tutelare che presiede magicamente, allo stesso tempo, alla lettura e alla scuola. Così, quando alle scuole medie il maestro di Piadena viene invitato per ricevere un premio per i suoi libri, qualche ignaro professore di lettere mi sceglie per consegnarglielo, senza sapere niente del carico emotivo che io riverserò in quel semplice gesto di salutarlo. Credo che Lodi non si sia mai spiegato le lacrime torrenziali di quella bambina che sono io nell’atto di porgergli una pergamena, o una medaglia, non ricordo più. Avverto confusamente, in quell’aula magna dipinta di verde, che Lodi è più di uno scrittore: è un simbolo, la metonimia di quella che è la «scuola buona». Cipì la sua icona. Non so, né saprò per moltissimo tempo, quanto questa mia intuizione di bambina sia corretta, colga, insomma, ma non decifri, lo spirito dei tempi. Né so che quella che ho frequentato io è una scuola «buona e diversa» che esiste anche grazie a lui, che il tempo pieno e i laboratori non sono un’esperienza che fanno tutti in Italia e che alle origini di questo progetto, più di quanto io possa immaginare, c’è il movimento a cui Lodi, come ho detto, appartiene dal 1955: il Movimento di cooperazione educativa.

Lo stesso Cipì è molto più di quello che sembra: nella sua genesi c’è la grande trasformazione che la cultura italiana, e la scuola, attraversano fra gli anni Cinquanta e la riforma delle scuole medie del 1962. Nel suo diffondersi, la scolarizzazione di massa degli anni Sessanta e l’allargamento del pubblico dei lettori. Nel suo successo, seguito all’edizione Einaudi del 1972, l’assunzione, da parte di uno strato largo anche se non ancora maggioritario della società, della necessità di riformare la scuola “guardando fuori dalla finestra”.

Nella sua canonizzazione, infine, quell’omologazione che è toccata in sorte a molti testi rivoluzionari, letti per forza seduti in classe (ma “alzatevi quando entra la preside”), finiti come “uccellini in gabbia” come ha scritto lo stesso Mario Lodi delle opere di Gianni Rodari. Troppo spesso Cipì è stato mediocremente imitato e il testo libero è stato confuso con il tema a piacere. Troppo spesso è stato usato per fare riassunti ed esercitazioni in classe, svilendone del tutto il significato. Cipì e la sua storia, invece, ci raccontano, innanzitutto, come la trasformazione di pratiche e di contenuti debba compiersi necessariamente di pari passo e ci consegna in modo chiaro uno strumento di quella didattica democratica che ha trasformato dall’interno la scuola italiana, prima del Sessantotto, più delle riforme. Cipì è il precipitato di letture comuni a più generazioni di insegnanti. Rimanda a Célestin Freinet, Maria Maltoni e Giuseppe Lombardo Radice, a John Dewey e a Maria Montessori, Ernesto Codignola e Lamberto Borghi. Ma non solo: dietro Cipì c’è la riflessione di una generazione di maestri su Antonio Gramsci ed Ernesto De Martino, ma anche su Giovanni Gentile e la tradizione idealistica, c’è il lavoro culturale di Gianni Bosio e la sua convinzione che debba essere annullato il distacco fra chi produce la cultura e chi la “consuma”. E ci sono le esperienze delle colleghe e dei colleghi incontrati lungo la strada senza i quali, probabilmente, niente sarebbe accaduto, senza i quali, sicuramente, niente sarebbe stato condiviso, diventando tecnica didattica, oltreché attività quotidiana.

Oggi, tanti aspetti di questa pratica sono entrati a far parte della normalità scolastica, altri sono stati cancellati, altri sono in bilico costante fra rispetto della forma e adempimento della sostanza. A volte forte è la sensazione che molto sia andato perduto, in termini sia di quello che la scuola produce sia di discorso pubblico sulla scuola. Come è possibile infatti, per esempio, che negli ultimi anni la parola “didattica”, che sta al cuore di questa storia, sia diventata, per alcuni, sinonimo di “fuffa”? Che la pedagogia sia considerata, addirittura, un pericolo da chi insegna? La nostalgia della lezione trasmissiva vista come unico modo d’insegnare ha alimentato i sogni di tanti insegnanti, non solo di quelli apertamente reazionari. E persino la parola “democrazia”, qualcuno, ha iniziato a metterla fra virgolette riferendosi alla scuola, come se fosse una degenerazione: «la deriva di una scuola pubblica che si è voluta parificata in tutti i sensi, e cioè “democratica” e “moderna” e “comunitaria” ed “egalitaria” e “funzionaria”», ha scritto sulla rivista «Gli Asini» Piergiorgio Giacchè. «Il concorso scolastico è l’emblema della scuola così come oggi ci piace: creativa, collettiva, democratica, divertente, gareggiante», ha sentenziato Paola Mastrocola. Questi giudizi, così lapidari, non varrebbe la pena nemmeno di ricordarli, perché la parola democrazia non è negoziabile, sappiamo bene del resto quale è l’alternativa. Eppure, ci sono schiere di insegnanti “progressisti” pronti a sottoscriverli questi giudizi, a ironizzare sulla “scuola democratica”, in nome di una scuola ideale per il futuro, da ricercare nel passato. Ma la didattica democratica cosa è?

 

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1 commento

  1. Quella che viene definita “deriva” della scuola pubblica nasce dal lavorio di affossamento che, negli anni, hanno portati avanti i vari “riformatori”. C’erano punte di arretratezza e incultura, nel personale insegnante che ha conosciuto la mia generazione (ho finito le elementari nel 67) e non tanti erano in grado di sperimentare o avevano gli strumenti culturali di un Lodi o di un Manzi; eppure l’orgoglio di far parte di una missione nazionale era motore sufficiente a trascinare anche gli indifferenti, quelli che andavano a scaldare la cattedra. La “bomba” Milani e Barbiana ha aperto parecchi occhi. Purtroppo, non è riuscita a diventare “pratica” nel senso della citazione in esergo ed è stata affogata dalla mediocrità dell’invalsi e relative metodologie “oggettive”. E la pratica democratica viene sommersa dalle pratiche di un lavoro sempre più burocratico. Hai fatto bene a mostrare questa pagina della storia scolastica italiana. Purtroppo, sembra passato un millennio da allora

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vanessaroghi@minimaetmoralia.it

Vanessa Roghi è una storica del tempo presente e ricercatrice indipendente. Fa ricerca sulla storia della cultura: ha scritto di donne e preti, di Manzoni e Le Monnier, di diritto degli autori e della fatica di guadagnarsi da vivere con la scrittura. Ma il suo amore più grande è la storia della scuola. I suoi ultimi saggi sono "La lettera sovversiva" (Laterza 2016) e "Piccola città" (Laterza 2018). Le piace pensare che l’immaginario storico possa avere un posto nel dibattito storiografico, fa di tutto per portarcelo. Ha insegnato per anni alla Sapienza ma poi ha smesso. Fa documentari di storia per Rai Tre. Ha due figlie che si chiamano Alice e Anita. Pensava che dopo Nick Drake e Fabrizio De Andrè la musica avesse poco da dire poi meno male sono arrivati i Radiohead.

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