di Alfredo Palomba
Ho avuto il piacere di conversare con lo scrittore angloamericano Jarred McGinnis a proposito del suo esordio Il codardo, uscito a fine aprile 2022 per Sem: un intenso romanzo sulle relazioni sociali e familiari il cui protagonista, omonimo dell’autore, si ritrova paraplegico dopo un terribile incidente stradale e torna a vivere insieme a suo padre. Il narratore Jarred racconta una storia sull’imparare a vivere di nuovo, in un corpo diverso, accettando, non senza scontri, i limiti fisici e la diversa percezione che gli altri hanno di chi non è più considerabile “normale”. La disabilità, ne Il codardo, è affrontata però da diverse prospettive, con ironia spesso tagliente, e può rivelarsi anche opportunità per costruire nuovi rapporti e recuperare ciò che era o sembrava perduto.
Hai esordito con un romanzo in prima persona il cui protagonista si chiama Jarred McGinnis e condivide la tua stessa disabilità. Ho dato uno sguardo su Facebook e mi pare che alcuni dei personaggi di cui parli nel romanzo esistano davvero. La domanda è banale ma probabilmente te l’aspetti: quanto c’è di autobiografico ne Il codardo? Mi viene in mente la massima per cui il primo romanzo, in genere, è il più autobiografico. Quanto condividono il Jarred McGinnis autore e il Jarred McGinnis narratore?
Il personaggio principale de Il codardo è bello, diabolicamente intelligente e su una carrozzella, ma le somiglianze con l’autore sono tutte qui. Il libro funzionerebbe anche cambiando tutti i nomi. Sapevo per esperienza che i lettori non avrebbero mai permesso a questo personaggio di non essere me. Mi avrebbero fatto le stesse domande in qualunque altro modo avessi chiamato il tizio in sedia a rotelle. Chiamandolo Jarred, li ho fregati. Ci stavo solo arrivando prima dei lettori, portandoli a pensare a quel tipo di fusioni che, da lettori, tendiamo a fare.
Ma c’era anche una parte di me che, forse ingenuamente, non voleva quella plausibile negazione condivisa dalle precedenti generazioni di romanzieri. Pensa a quante volte siamo venuti a sapere che un autore era marcio quanto i suoi personaggi. L’intimità col personaggio di Jarred, con quella sua personalità intricata, mutevole, complessa, deriva dall’aver ammesso la sua e la mia bruttezza. Il che sarebbe stato più difficile se avessi cercato di rappresentare me stesso in un memoir. Si è spalancato qualcosa nella scrittura, quando ho ammesso che la sua rabbia era la mia. Ma è un romanzo nato dal mestiere, non dai fatti.
Nasci negli Stati Uniti, hai vissuto in Texas e in Florida ma anche per vent’anni nel Regno Unito e hai studiato a Edimburgo. La prima edizione de Il codardo è inglese; “The Guardian” ti considera uno dei migliori scrittori inglesi emergenti. Personalmente, leggendolo, mi è sembrato un perfetto “romanzo americano”. Dimmi la tua. In quale scatolone ti senti più a tuo agio?
Ho trascorso la mia vita adulta, vent’anni, nel Regno Unito. Mi sento inglese ed ero orgoglioso di aver ottenuto la cittadinanza ma, con l’accento che ho, per loro sarò sempre uno Yank. Poi, dopo la Brexit, ho avuto un momento del tipo “Benissimo, fanculo pure voi”. Sicché ora sono in Francia. In questo periodo l’America sembra un brutto sogno e, quando ci torno, divento parecchio depresso. Suppongo mi piaccia essere uno straniero nella misura in cui posso responsabilmente evitare tutti gli orrori che si verificano negli ultimi tempi.
Come dici tu, questa è una storia americana, ma se fossi rimasto in America non sarei stato in grado di separare me stesso e quello che mi è successo abbastanza efficacemente da alchimizzarlo nella finzione che è Il codardo. L’America doveva essere una terra lontana dove la mia storia, un tempo, è accaduta. Inoltre, in qualsiasi altra parte del mondo la premessa di un giovane con una grave disabilità, cacciato dall’ospedale perché non ha l’assicurazione, non funzionerebbe mai. Gli Stati Uniti non stanno bene.
Un incidente d’auto lascia Jarred privo dell’uso delle gambe. Il riadattamento che, di fatto, sostanzia la trama del romanzo è affrontato dal protagonista con un’ironia caustica, spesso ostile. Che ruolo hanno l’ironia e il sarcasmo nel percorso di accettazione della disabilità di Jarred? Sono un’arma per difendersi dal giudizio degli altri? Penso, ad esempio, alle magliette create dal protagonista con scritto “Non me ne frega niente di Gesù, e neanche spiegarti perché mi trovo su una sedia a rotelle” oppure “Non sono la tua buona azione quotidiana”. Ironizzare in modo ‘aggressivo’ può favorire l’accettazione della disabilità o contiene elementi di tossicità che allontanano la cosiddetta normalizzazione?
Jack [il padre del protagonista, ndr] usa l’umorismo per evitare conflitti con Jarred. Jarred usa l’umorismo per creare conflitti con tutti. È arrabbiato con se stesso e con la sua sorte. Ci piace pensare che i disabili soffrano nobilmente e che siano i nostri “Grazie al cielo non è toccata a me”: Jarred non ha molta pazienza, riguardo a questa roba. Allo stesso tempo, come dici tu, l’umorismo è un modo per elaborare il trauma e la vergogna associata alla disabilità. Francamente, non so come le persone sopravvivano a questa vita, senza umorismo. Chiunque abbia visto un uomo nudo correre dovrebbe capire che la nostra esistenza è ridicola e l’universo ride di noi. Perché non ridere insieme?
Anche se con tono spesso leggero, ne Il codardo si affrontano temi a mio avviso di grande importanza, anche dal punto di vista sociale. Molti episodi della vita di Jarred sono estremamente drammatici. Ti elenco alcuni concetti che mi sembrano emergere: solitudine, vulnerabilità, vergogna, bisogno degli altri. Che ne pensi?
Ci hai preso in pieno. Aggiungerei “dolore” al mix. Sono tutte emozioni che agli uomini non è permesso esprimere, specie nella contegnosa versione angloamericana del machismo che conosco io. Qualsiasi debolezza non solo è dolorosa ma, per di più, gli uomini sentono il bisogno di vergognarsene. Non è salutare per le persone e non è salutare per la società in generale. Volevo raccontare la storia di una vita normale. Penso che tutti abbiamo subito traumi nelle nostre vite; volevo scriverne, ho mostrato che va bene.
Il codardo è anche un romanzo sul difficile tentativo di riannodare i legami affettivi, di non perdere quanto di buono c’è stato. Ti giro una domanda che qualche tempo fa hanno fatto a me e che trovo particolarmente adatta a spiegare qualcosa in più del tuo romanzo: «Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare e attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?». La parte più generale della mia risposta era: «Immagino perché sono le nostre origini, e non c’è mai totale riconciliazione nei confronti di ciò da cui discendiamo. Per quanto anche i rapporti più conflittuali possano, nel tempo, pacificarsi, è molto probabile che resteranno gli strascichi di non detti, incomprensioni, delusioni, mancanze che renderanno il percorso all’indietro perlomeno tortuoso, quando non impossibile». Tu che pensi?
Sono d’accordo e, ti piaccia o no, sei legato a quei pazzoidi dalla genetica, dalle aspettative della società e da una storia condivisa. È terreno fertile in cui far crescere una storia.
Vengo da una famiglia numerosa e parecchio unita. Sono cresciuto conoscendo bisnonni, nonni, un sacco di zie, zii e cugini. Tante grandi personalità, tanti drammi e tragedie. Era quasi inevitabile che leggessi e scrivessi storie sulla famiglia, cosa che in gran parte manca alla tradizione letteraria angloamericana, in cui le famiglie in genere sono fatte a pezzi dai divorzi e dalla mobilità del lavoro (voglio dire, in America ci si può spostare di migliaia di chilometri per un lavoro ed essere ancora nello stesso paese). Penso alla citazione di Alain de Botton «Da adulti, cerchiamo di sviluppare i tratti caratteriali che avrebbero salvato i nostri genitori». Sento sia vero per me e, ora che ho figli, mi chiedo cosa significhi per loro.
Nel romanzo, il conflitto principale viene da Jack, che ha fatto pace con il passato e coi suoi fallimenti di padre, e da Jarred, che è scappato per tutta la vita pensando di non essere amato. Quando l’incidente li mette insieme e Jarred non può più scappare, è parecchio ironico. L’incidente che quasi lo uccide, gli salva la vita.
Irvine Welsh, autore che ha plasmato parte del mio immaginario adolescenziale e che sono certo mi abbia influenzato come scrittore, ha avuto parole molto generose nei confronti del tuo romanzo. Prima di leggerlo, mi aspettavo uno stile simile a quello corrosivo di Welsh, trovandomi di fronte a una scrittura invece molto diversa, in un certo senso più ‘classica’. Che peso hanno avuto nella tua dieta letteraria i romanzi di Irvine Welsh? In generale, quali sono gli autori verso cui ti senti più in debito?
Welsh mi ha decisamente influenzato. Trainspotting è una masterclass su come costruire la voce e usare la lingua; inoltre è uno scrittore molto visivo, così come credo di essere io. I suoi personaggi sono generalmente ignorati dalla società e anch’io mi sento in dovere di raccontare quelle storie. Se l’universo non facesse mai più uscire un libro ambientato a Manhattan il cui protagonista appartiene al mondo dell’editoria o possiede una galleria, penso che la letteratura starebbe benissimo.
Ci sono fin troppi autori a cui devo molto. Non ho mai studiato letteratura, sono soltanto un lettore promiscuo. Ogni genere ha qualcosa da insegnarti. Quando ho deciso di iniziare a scrivere, ho letto e riletto libri che mi avevano colpito e ho cercato di capire come funzionassero.
Più di recente, Small Things Like These di Claire Keegan mi ha mostrato come, con moderazione e controllo, puoi creare tensione in piccoli momenti tranquilli della vita. È il libro migliore che abbia letto quest’anno, finora. Per cui tutta la mia gratitudine, al momento, è per lei.
A un certo punto, il manager del negozio in cui Jarred lavora gli chiede se possa fare qualcosa per le sue «abilità speciali», al che il protagonista risponde «Sono uno storpio, non un supereroe». Personalmente, mi pare che i tempi che corrono siano diventati ipersensibili fino a sfiorare, talvolta, l’ottusità, e che il linguaggio paghi lo scotto di goffi e perbenisti tentativi di non offendere nessuno. Pensi ci sia un problema di linguaggio, quando si parla di disabilità o, in generale, di temi sensibili? Qual è, secondo te, l’‘atteggiamento verbale’ da adottare?
Sono appena tornato dall’America e lì mi pare ci sia una vera ossessione riguardo al trovare le parole “giuste”, anche se poi non ce ne frega un accidente della persona in questione. Quella scena rappresenta me che provavo a immortalare questo. Il manager in realtà non si preoccupa di Jarred o della sua disabilità e Jarred lo capisce e non lascia correre. Gran parte del libro riguardava l’indurre il lettore normodotato a fermarsi e riflettere sui propri pregiudizi, consci e inconsci.
Ho ricevuto domande da scrittori più giovani sulla mia decisione di usare termini dispregiativi per i disabili nel romanzo. Mi chiedo come si possa scrivere un libro su una persona che ha una disabilità e NON usare quelle parole. Le sentiamo pronunciare di continuo. È ancora piuttosto accettabile fare battute sui disabili. Sono crudeli e molto spesso non divertenti. Due gravi fallimenti nel mio libro.
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