Torna in libreria per Feltrinelli Le male vite – Storie di contrabbando e di multinazionali, l’inchiesta di Alessandro Leogrande sul traffico di sigarette nel basso Adriatico. Ringraziamo l’editore per questo estratto.

Il contrabbando di sigarette nasce a Tangeri, negli anni cinquanta, quando la città era ancora un porto franco. Lungo i moli erano ormeggiate le imbarcazioni di molte organizzazioni contrabbandiere europee che da lì partivano per rifornire i mercati neri dei propri paesi: Spagna, Francia, Italia. Ma, su pressione del governo francese, si incominciò a smantellare la centrale: furono i servizi segreti d’oltralpe a distruggere il naviglio “tangerino” del clan dei marsigliesi.

Quando poi, all’inizio degli anni sessanta, il porto franco passò sotto il controllo della monarchia marocchina, la camorra e la ’ndrangheta decisero di battere la costa balcanica per trovare al contrabbando di sigarette una nuova pista, adriatica, che sostituisse la vecchia, tirrenica. In questo, incontrarono da subito il pieno assenso delle autorità politiche e doganali della Jugoslavia di Tito, della Grecia dei Colonnelli e dell’Albania di Hoxha, che avevano fiutato tutte le possibilità di guadagno.

A proposito dell’Albania, Emanuela Del Re ha ricordato su “Limes”:

Quando nel 1991 Genc Ruli, primo ministro delle Finanze dell’era democratica, ebbe accesso ai bilanci dello stato del periodo comunista, scoprì che erano iscritti 13 milioni di dollari di profitto sotto la voce “contrabbando”. I capitali così ricavati venivano utilizzati per le spese dello stato. Il contrabbando, iniziato ufficialmente come attività economica dello stato nel 1974, è altrettanto ufficialmente terminato nel 1990. Dal 1991, anno della cosiddetta “rivoluzione democratica”, sono iniziati i primi veri traffici illeciti.

La camorra e la ’ndrangheta si servirono inizialmente, per il trasporto delle sigarette, dei contrabbandieri pugliesi. A questi ultimi, sempre più numerosi, venivano sottratte alte percentuali sui ricavati del traffico: la camorra cercò fin dall’inizio di muovere le proprie pedine sul territorio, lasciando alla malavita levantina il lavoro “sporco”, l’onere dei viaggi sugli scafi.

La situazione mutò solo alla metà degli anni ottanta, quando vari gruppi criminali pugliesi decisero di sottrarsi all’egida delle altre mafie, facendosi a loro volta mafia. Le leggende di mala narrano che, la notte di Natale del 1981, alcuni potenti boss pugliesi rinchiusi nel carcere di Bari, sotto la guida di Pino Rogoli detto “il vecchio”, originario di Mesagne, paese alle porte di Brindisi, si organizzarono nella Sacra corona unita. Rogoli era già affiliato alla ’ndrina di Umberto Bellocco. Secondo altre versioni, la vera e propria fondazione risale al 1983.

In un modo o nell’altro, costituendo la Sacra corona, la criminalità locale (in particolare quella brindisina) optò da subito per un modello strutturale simile a quello della ’ndrangheta calabrese: tanti clan autonomi senza un’eccessiva struttura verticistica, in modo tale da evitare troppi attriti tra boss particolarmente riottosi. Sempre dalla ’ndrangheta, più che da Cosa nostra, vennero mutuati i titoli indicanti i vari gradi gerarchici: sgarrista e santista, evangelista e tre quartino, medaglione… L’affiliazione partì dalle carceri e si estese in tutta la provincia: in pochi anni le “famiglie” cooptarono centinaia di uomini tra tutti i gruppi della malavita locale.

Cosa spinse i boss rinchiusi nelle carceri pugliesi al salto di qualità? Cosa portò la malavita levantina a farsi mafia? Cronisti di nera, magistrati, politici, storici ancora si interrogano sull’accaduto. Da una parte, i boss emergenti erano stanchi delle vessazioni subite da parte dei camorristi e degli appartenenti alla ’ndrangheta. La sottomissione nella gestione dei traffici mafiosi rifletteva angherie quotidiane molto più concrete: quelle praticate dai boss campani e calabresi detenuti negli istituti penitenziari pugliesi sugli altri carcerati. D’altra parte, la creazione della Sacra corona traduceva in pratica un antico desiderio: costituire un network criminale più potente, in grado di controllare tutti i traffici illeciti che attraversavano l’Italia del Sud-est e, quindi, di incamerare maggiori ricchezze.

Soprattutto, erano le casse provenienti dai Balcani ad allettare Pino Rogoli e i suoi uomini. L’obiettivo principale della Sacra corona unita fu proprio quello di controllare autonomamente il contrabbando di sigarette. La costa adriatica fu “liberata” dalle ingerenze delle mafie tradizionali campane e calabresi, le quali furono costrette a trattare con i nuovi clan. La Sacra corona, da parte sua, impose l’affiliazione, con relativa percentuale (10.000 lire per ogni cassa di sigarette sbarcata), a tutti gli scafisti che andavano e venivano sul Canale d’Otranto e che percorrevano quel breve tratto di mare che divide l’Italia dai Balcani in poche ore: già nei primi anni ottanta il contrabbando fruttava decine di miliardi di lire al mese.

 

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