Per cominciare: guardate queste due foto, e trovate le differenze.

Una, forse non la più importante, è che la prima ha vinto il World Press Photo come foto dell’anno, e la seconda no.

Parlavamo di queste foto con Fabio Severo, curatore del sito che definirei di educazione visiva hippolytebayard.com. E appena ho finito di scrivere questo articoletto, ho letto le cose molto sintoniche che ha scritto  Marco Belpoliti su doppiozero.com. Capita di parlare di fotografia forse perché una volta all’anno, in occasione della proclamazione del World Press Photo, lo stato dell’arte del fotogiornalismo mondiale diventa una notizia da prima pagina. Questo è successo anche la settimana scorsa. Tutti i giornali hanno pubblicato quelle foto vincitrici che dovrebbero essere una sintesi della sintesi di un anno di lavoro dei migliori fotoreporter al mondo.

Con la prima delle due foto sopra che ha il difficile compito di essere la sintesi al cubo: e infatti ci sono le primavere arabe (in questo caso, la meno rappresentata, quella dello Yemen), la condizione della donna nel Sud del mondo, la guerra, le differenze fra le civiltà, etc…

Insieme a migliaia di persone, forse milioni, ho scrollato queste foto, e ho avuto un provato un paio di emozioni immediate. La prima è: “Ah, la Pietà di Michelangelo”. La seconda è una sorta di ripetuta mancanza di emozione e di riflessione che mi ha fatto quasi sentire in colpa. Come? Non provi un senso di devastante bellezza di fronte a queste foto? Come non ti viene da interrogarti sullo statuto dell’immagine oggi?

Ma la cosa che mi ha più sorpreso è che ho guardato queste foto in fretta. Forse mi sono soffermato un po’ di più su quella di Paolo Pellegrin. Ma mi chiedevo: possibile che queste immagini dal mondo non pretendono da me uno sguardo necessariamente coinvolto? Possibile che io sia così assuefatto a terremoti, guerre, mutilazioni, paesaggi pazzeschi, rivoluzioni, da non farmi venire un fremito di fronte a queste immagini?

World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press PhotoWorld Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo World Press Photo

Nello stesso tempo in cui io avevo queste non-reazioni, i giornali di tutto il mondo commentavano le foto. Le commentavano a modo loro anche i fotografi vincitori. Mentre, qualcuno dei giurati dava le sue motivazioni – sul sito del World Press, oppure la photoeditor italiana Renata Ferri sul sito del Post. È per me sempre la parte più interessante di una premiazione, capire come un processo di giudizio estetico collettivo porti a un risultato icastico. Ma qualcosa in quello che veniva detto non mi convinceva.

Sempre Fabio Severo aveva come reazione a caldo di fronte all’immagine vincitrice, il postare sulla sua pagina facebook una serie di ritratti della Pietà. Tipo questo:

Come dire, che la nostra capacità di avere a che fare con le immagini non è neutralizzata, ma storica. Abbiamo una memoria fotografica, una visiva, addirittura una memoria eidetica, che evidentemente riconosce forme iconiche con più facilità. Ma tutto questo è un’innovazione artistica?
E ancora sempre Fabio Severo mi aiutava a portare avanti questo ragionamento, passandomi questo piccolo saggio di Adam Bloomberg e Oliver Chanarin che scrissero dopo aver fatto i giurati per il World Press. È da leggere tutto, ma ci sono almento due citazioni che vorrei riportare in italiano. La prima è l’epigrafe di Brecht, ed è del 1931, giusto un settanta anni prima di Photoshop.

“L’incredibile sviluppo del fotogiornalismo non ha contribuito per nulla alla rivelazione della verità delle condizioni del nostro mondo. Al contrario la fotografia, nelle mani della borghesia, possiede una terribile arma contro la verità. L’enorme quantità di materiale visivo che viene vomitato ogni giorno dalla stampa e che sembra avere la forza della verità serve in realtà a oscurare i fatti. L’obiettivo ha la stessa capacità di mentire di una macchina da scrviere”.

La seconda è dei due artisti-fotografi.

“L’impatto dei premi sull’industria non può essere sottostimato. Le mostre con foto vincitrici sono viste in tutto il mondo da due milioni di persone, in 50 paesi diversi, e circolano 45.000 copie del libri tradotti in sei lingue. Questi premi hanno ovviamente un profondo effetto su come gli eventi del mondo sono rappresentati dai fotogiornalisti professionisti.
Compulsando le 81.000 immagini che vengono sottoposte all’attenzione dei giurati un senso di deja vù è inevitabile. Ci sono immagini simili che vengono ripetute all’infinito, mentre cambiano solo gli attori e il contesto. Madri addolorate, arti carbonizzati, tramonti, donne che partoriscono, bambini che giocano con armi giocattolo, combattimenti di cani, combattimenti di tori, scene di strada a l’Havana, riflessi nelle pozzanghere, riflessi sulle finestre, porte da calcio in luoghi improbabili, bambini fasciati, ritratti ripresi attraverso delle zanzariere, aghi infilati al braccio di tossici, bagni devastati, ragazzini palestinesi che tirano pietre, ginnaste cinesi che si contorcono, Karl Lagerfeld, modelle nei camerini che si preparano per la passerella, corpi coperti di fango, monaci che fumano sigarette, silhouette di piccioni nel cielo, santoni indù, bambini che sguazzano nei fiumi, maiali che vengono macellati”.

Mi ricordo che quando venne pubblicata, la prima fotografia di Gheddafi, una fotografia al telefonino, io non la volli vedere. Non mi andava di vedere un cadavere. Ma se voglio provare a ragionare sul processo che sta dietro a una foto di un fotoreporter, quella foto con l’iconcina della batteria scarica su di un angolo, sicuramente mi spiazza, mi raggela, mi fa distogliere lo sguardo, o mi incanta, e in fondo mi racconta di più di quello che sta succedendo nel mondo.

In altri casi è difficile non essere autoconsolati da un senso di deja vu.

(La penultima foto è di Francesco Masturzo e ha vinto il World Press nel 2010, l’ultima è di Damir Sagolj e ha vinto il World Press nella categoria vita quotidiana quest’anno)

Condividi

15 commenti

  1. Secondo me molte di queste immagini sono bellissime, il problema culturale è nel concetto ibrido del “fotogiornalismo”. La possibilità tecnica di catturare immagini è in sé uno strumento utile. Ma la ricerca di valori estetici, per esempio ricreando ad arte la conformazione scultorea di una pietà o i toni di un dipinto espressionista, non ha nulla a che fare con l’informazione. Una immagine che si proponga di svolgere una cronaca, a meno di non rinunciare alla sua intenzione di informare un pubblico su una vicenda di per sé rilevante, non può non essere accompagnata da un testo esplicativo, se essa raffigura una realtà sociale di cui lo spettatore non sa nulla e che rischia di non capire affatto. La valorizzazione dell’effettaccio (per cui funzionano le foto di Gheddafi) secondo me è facilitata da questo silenzio che circonda l’immagine, che altrimenti si dovrebbe giustificare e ridurrebbe alquanto l’impatto: “questo è Gheddafi con il volto insanguinato, casomai non credeste al fatto che è morto”. La facilità tecnica di far circolare immagini senza contesto non aiuta, né lo fanno i concorsi del World Press Photo. Sarà una forzatura, ma preferirei che i fotografi presentassero i propri lavori o come arte, o come cronaca (con testi, senza i quali queste risultassero mutile, come un film sonoro senza audio). Un secolo di avanguardia può far credere a qualcuno che puoi fare un po’ come ti pare quando incornici o intitoli le tue “opere”, ma questa idea, se pure è stata qualche volte sostenuta, è semplicemente sbagliata

  2. …”Davanti al dolore degli altri” di Susan Sontag è, secondo me, il testo che ha discusso meglio e più approfonditamente la tematica della foto reportage, come reagiamo davanti ad essa e perchè si inceppano nostri meccanismi di pietà e partecipazione umana.

  3. La questione della rappresentazione del dolore a distanza è una questione importante per tutti coloro che si occupano di immagini. Oltre al libro di Sontag segnalato sopra, il tema è affrontato anche da Luc Boltanski nel volume Lo spettacolo del dolore. In questo testo Boltanski individua tre topiche (ovvero sia strategie retoriche) attraverso cui è possibile dare una rappresentazione “a distanza” della sofferenza: c’è una topica della denuncia (l’autore individua in Rousseau il punto di partenza di questa topica), una topica del sentimento (tipica del romanzo tra Sette e Ottocento) e per finire una topica estetica (utilizzata da Nietzsche, Sade e Baudelaire tra gli altri).
    Laddove le prime due topiche si rivelano inadeguate perché spostano l’attenzione dal sofferente verso: a) chi ne causa le sofferenza e b) chi prova ad alleviare queste sofferenze; la terza topica al contrario ha la capacità di porre lo spettatore di fronte alla sofferenza senza mediazioni attraverso l’azione configurante dell’arte.
    Questa impostazione che ho riassunto velocemente ha ovviamente dei limiti, come emerge bene sia in questo che nel post di Belpoliti segnalato tra i link.
    Il ricorso a quei modelli estetici che fanno parte della nostra memoria storica visiva (eidetica, tematica, concettuale) rischia di portare a una spettacolarizzazione dell’immagine in cui la sofferenza scompare.
    La questione che pare essere centrale qui, è quella di come ottenere un’etica della forma che permetta all’estetica di restituire il senso dell’esperienza umana senza appiattirlo.
    Non c’è solo la necessità di distinguere la fotografia d’arte dal racconto giornalistico per immagini, come paolopatch qui sopra fa notare non senza avere un’ottima ragione, ma anche quella di capire se un determinato modello formale-estetico è adeguato a veicolare un determinato concetto senza cadere nella ripetizione pedissequa del cliché (come fa ad esempio la foto dell’isola di Utoya col suo esplicito richiamoa Boecklin e alla sua “Isola dei morti”)

  4. Una considerazione sul fotogramma di Gheddafi. Quel senso procurato in Raimo, di raggelamento, spiazzamento, o incanto, da dove proviene? Guardando quel fotogramma, più volte ho avuto un senso di disturbo, ma non solo per il fatto mostrato, quello di un corpo fattosi cadavere, ma anche per altro che all’inizio non coglievo. Poi con il tempo si è fatta largo una considerazione, che quanto rappresentato nel fotogramma non è solo il corpo del giustiziato, ma c’è anche la presenza del giustiziere. Se proviamo a separare gli strati di cui è composto il fotogramma due, almeno, emergerebbero. Il primo, è quello dell’evento in sé, il corpo insanguinato del giustiziato, il volto nella smorfia di cadavere, poi altri corpi che gli si accalcano intorno. Il tutto è permeato da un senso di urgenza, agitazione. Il secondo strato quello che fa da cornice, è quello che Raimo ha intercettato nell’iconcina della batteria. L’iconcina e gli altri segni ci dicono – macchina digitale-, indicano l’esserci di qualcosa di là dalla scena in evidenza. Se spesso nella fotografia giornalistica l’abilità del fotografo è di non far sentire la sua presenza, qua, al contrario, la presenza di chi ha ripreso è palesata dal sistema di riferimento della macchina, è stata resa evidente. Ma non solo, ci ricorda anche che a fare una fotografia o una ripresa si è in due, l’uomo e la macchina. Allora da questa cornice viene suggerito che il giustiziere è là, dietro quella macchina, ma non è sole c’è anche la macchina, una macchina complessa che si estende oltre quel luogo per arrivare fino a noi, ai nostri occhi che guardano. Quella foto “racconta di più di quello che sta succedendo del mondo”, come dice Raimo, perché a essere mostrato è il tipo di stratificazione di cui è composto il mondo oggi, la sua complessità, non la sua riduzione.

  5. non lo so, io invece penso che quella foto raggela di più per altri due motivi: la prima è che conosciamo iconograficamente il g. di prima e quindi instauriamo una relazione logica e morale tra le immagini patinate del g. dittatore e quest’ultima senza veli; la seconda è puramente estetica e ha che fare con la verosimiglianza. la sua matrice strettamente amatoriale (nella qualità e nel paratesto) non ha il filtro della costruzione, che invece si presenta nell’altra, come giustamente fatto notare da raimo e severo, e risulta più vera, pur essendo comunque il risultato di una costruzione.

  6. Caro Raimo, sono molto d’accordo, e il fatto che siamo un po’ tutti d’accordo, noi che in un modo o nell’altro abbiamo commentato sui media e in Rete questa fotografia, mi fa venire grandi domande su quanto gli ambiti influenzino i giudizi.
    I giurati del Wpp sono in genere persone di ottima cultura fotografica e di gusti sicuri e collaudati, personalmente ho grande stima di Renata Ferri, e allora come è possibile che ci sia tanta distanza fra la loro scelta e le reazioni così quasi unanimemente perplesse della critica, dei giornalisti, degli osservatori? Il contesto fa il giudizio?
    Ovvio che a sbagliarsi possono essere i perplessi, ma il gap fra il giudizio della giuria e il giudizio degli osservatori resta. Potrebbe essere ora di metterli a confronto in qualche modo, dialettico e non aggressivo…

  7. Michele sono d’accordissimo. Ed è strano come, fa notare Fabio Severo nel suo ultimo post, gli stessi giurati si rendano conto dei termini di questo discorso. Come se effettivamente ci fosse una specie di autoricatto rispetto a un’esigenza pubblicitaria, di autopromozione. Potremmo fare una piccola discussione pubblica nel momento in cui la mostra del worldpress viene a roma? Si potrebbe chiedere direttamente alla anche da me stimata Renata Ferri.

  8. leggo con piacere che il dibattito continua. anche io auspico un momento pubblico. penso sia utile e stimolante per molti.
    ho spiegato, forse non completamente, come si arriva ad un verdetto in un giuria così eterogenea che per sua natura e scelta lo è. credo che il wpp scelga i giurati con criterio speciale per mescolare competenze e provenienze professionali. l’anno scorso ero in giuria e l’incontro con il critico vince aletti è stato davvero motivo di grandi riflessioni e arricchimento per me.
    correggo il nome del vinciitore di due anni fa che è pietro e non francesco ma, a parte questa utile precisazione, trovo che sia ingiusto parlare di autopromozione o addirittura di autoricatto. l’eterogeneità di questo premio lo fa essere per forza “semplice” con la necessità di raggiungere un pubblico quanto più vasto possibile.
    aggiungo che è fin troppo ovvio parlare di associazioni iconiche: lo sono, smaccatamente, fin troppo ingenuamente. all’interno del lavoro di giuria si cerca di dare anche contenuti differenti: spingere il linguaggio in altre direzioni, offrire altre letture della realtà.
    tenendo sempre ben presente che chi guarderà quelle immagini non sarà un pubblico selettivo e sempre “attivo”. spesso capita, nelle mostre del wpp che girano il mondo, che sia un pubblico assolutamente eterogeneo, come mi è capitato di vedere anni fa a l’avana la mostra del wpp di quell’anno piena zeppa di scolaresche delle elementari. penso che a volte un’immagine iconica della guerra e del dolore dallo yemen possa essere letta ed emozionare diverse sensibilità

  9. Certamente non una madre…
    quasi lo soffoca, quella mano con le dita ben strette e appaiate,
    che non preme in direzione del seno, ma della spalla;
    i tendini tesi del collo e un dito, sembra, di un’altra mano,
    ma da dentro il suo stesso corpo che lo afferra e stringe,
    che quasi affiora dal collo.. nessuna pietà… nessuna.

  10. Ah be certo…la foto della “pietà” avevo visto e passato oltre. No è che sia bella o brutta, termini quanto mai improri. Insomma alla “Mi piace” e raro molro raramente “Non mi piace”. Insomma, via. Ma quale Primavera, Pask, Natale Pifania, alla Totò? Qui fuori dai denti, la “Pietà” con quella mano che chiude la bocca, via è qualcosa da Nuovo Ordine Mondiale. Non a caso, non a caso, appaita, via, alla morte di Gheddafi. Due secondi prima, erano le mani dell’Occidente, le mani del Primo Ministro Berlusconi a stringerle, via.
    No l’immagine della “Morte” qui è molto chiara ed inquivocabile. Ripeto da Nuovo Ordine Mondiale, che crea, ipso facto, a telecomando le varie “Primavere” le ondate di “Occupy” e qualcuno, forse non a torto, pure dietro Beppe Grillo, via. E stamo a perde tempo, ancora? Taglia ch’è rosso…appunto, sangue, via.
    Dietro il “Santuario” del Word Press, ce fosse quarche d’uno che c’è prova, nun so, quanno meno a daje ‘nocchiatina?
    Siamo seri, please. E’ la rappresentazione fotografica che scimmiotta la televisione: ma qual’ Natal Pask e Pifania? Il giornalismo: da scompisciarsi dalle risate. Ma mi faccia il piacere…Antonio De Curtis in arte, e che Arte, Totò.
    Pinzillacchere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

Articoli correlati