Pubblichiamo un adattamento dell’intervento tenuto al Salone del Libro di Torino 2022 per la staffetta letteraria su James Joyce, a cura de L’Indiscreto.
I contrari. O si pensa il loro legame, o si vive senza saperlo.
Simone Weil
La piazza è attraversata da rondini e studenti. La luce del lungo tramonto estivo è più diffusa e sfumata che in autunno o inverno. Una famiglia di filippini gioca a pallavolo, vocia nomi indistinguibili. Sto tornando a casa eppure siedo un attimo a una panchina, gratuitamente, con sguardo lento e la segreta pressione di chi sta per rialzarsi da un momento all’altro e non aspetta niente e nessuno, odoro i platani e i bagolari. Il fumo della sigaretta filtra e si mischia alle vecchie memorie, è l’aggiunta più spiccata agli odori di sempre.
Ci sono luoghi cui si è apposto il sigillo d’una riserva di senso, nei quali cova un appuntamento costante, qualcuno che sai sempre e comunque di incontrarvi. A questo grumo iniziale James Joyce doveva molto. Contemplava la Dublino del Ritratto dell’Artista da Giovane, ciò che essa suscitava in lui e notava Mi sarà necessaria una nuova terminologia e una nuova esperienza personale. Sono parole che echeggiano consapevolmente il concludersi della Vita Nova, altra storia d’una giovanile vocazione alla poesia e all’amore- Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. La consapevolezza che occorre tempo, silenzio e lavoro per tentare di esprimere qualcosa che è già presente e che ogni immagine a disposizione pare semplicemente ridurre.
Joyce conosceva bene la cultura fiorentina: da ragazzo aveva letto le Storie di Machiavelli, e se già nell’Artista scherzosamente chiamava Dante una zia (giocando sull’assonanza con aunt) nel Finnegan arriverà a evocare un Dante Alligator. Come il guelfo del ‘300 si era commosso reverente nell’incontrare Adamo, colui che dava i nomi alle cose, così l’irlandese ribattezzava i progenitori dell’umanità Athom (Adam) and If (Eve), ribaltando la creazione biblica e facendone una variazione sulle combinazioni di Lucrezio. Ancora nell’Artista contrapponeva la soavità del Pange lingua di Tommaso d’Aquino al grande inno Vexilla Regis, che sempre Dante citava all’Inferno per introdurre la massa ghiacciata di Lucifero. L’estasi mistica e lo strappo dello scontro. Ed ecco già pulsare quella tensione tra consenso alla vita e rifiuto, tra abbraccio, orgasmo e rigetto che percorre tutto il suo sguardo. La stessa tensione avvertita da Stephen nelle brume di Dublino mi aspetta in certi luoghi della mia Firenze, e qui gli echi diretti e le occorrenze, così facili, così limitanti, non contano più. La sensazione è più prossima e vasta. La frase, il giorno e la scena si accordavano armoniosamente. Parole. Era per i colori? Permise loro di risplendere e di svanire, a tinta a tinta: l’oro del sole che sorge, il ruggine e il verde dei pometi, l’azzurro delle onde, il grigio lanoso che orla le nuvole. No, non era per i colori: era per la cadenza e l’equilibrio del periodo stesso.
Firenze è un luogo dell’immaginario collettivo che molti conoscono senza mai esserci stati, dal santuario laico delle itale glorie di Foscolo al Forster di Camera con Vista, dal Lawrence che vi pubblicò L’amante di Lady Chatterley al Chaim Potok che scrisse in Asher Lev che Firenze è un dono. Un dono, non tanti. Il Grand Tour si è fatto turismo di massa, un modulo in vetrina, eppure talvolta ho come l’impressione che esistano due entità solo parzialmente sovrapposte. Nel suo cuore Firenze è una giovane o un giovane di 17 anni. Lo è per la sua limpida geometria, per il cielo azzurro che spicca sulle vie aguzze e spigolose. Per la sua bellezza così compiuta, così facile, così sprezzante, così unica. Una cosa sola, non tante: non c’è imperfezione, solo adolescenza, che è forma compiuta, bruciante, e solo vecchiaia, che non è detriti o incompiutezza, ma costituisce semmai uno strano fossile di quella stessa energia. Profonde strade, rapide fra le case senza luce, scriveva Cristina Campo. Vi arde la vita potenziale, o la vita spesa. Un segreto che si conserva e trapela anche in quello sguardo ironico, sottile, di sbieco, tipico dei fiorentini, e che Henry James notava nelle finestre dei palazzi la cui funzione pareva non tanto di offrire comunicazione col mondo quanto di sfidare a guardare dentro, sbarrate da inferriate massicce.
Un’attitudine sia dei giovani che dei vecchi, una cornice tagliente per opposte e simili ragioni. Questa Firenze per me è Via Ghibellina, San Frediano, il chiostro di Santa Maddalena, le scale che sanno di umido, certi piccoli giardini, le finestre di cucina da cui si vede il galeone bruno e bianco di Santa Croce, il Giardino d’Azeglio dove siedo adesso, con quella strana commistione d’insolita architettura post-unitaria e lo scorcio orientale della sinagoga. Sono i luoghi della mia giovinezza, del primo condensarsi della mia identità e scrittura, delle energie che premono dietro di occhi. La giovinezza, quando, incandescenti, attraversiamo i muri, notava sempre la Campo, quando per la prima volta iniziamo, come Dedalus, a essere toccati dal miracolo della bellezza mortale, il volto.
La seduzione del mondo, che è fusione di linea e curva, come nel braccio teso di un ragazzo o una ragazza, seduzione che è una strana geometria, il perpetuarsi di regole fisse nella fragilità singola. E Firenze è una città geometrica, dove persino il romanico e il gotico di Arnolfo e Giotto sono fatti di cadenze regolari, armoniche, riposanti, indistinguibili dal Rinascimento di Brunelleschi. «L’arte», disse Stephen, «è la disposizione che l’uomo dà alla materia sensibile o intelligibile per un fine estetico. La scoperta d’una ipotesi di senso che sgorghi da noi, che sia noi, una vocazione che è consenso e che è rifiuto. Rifiuto di quello che si avverte come pastoia potenziale o già subita, consenso per una strana commistione di debiti già contratti o che si vogliono stipulare ancora: La gola gli doleva dal desiderio di gridare forte, il grido di un falco o di un’aquila su in cielo, di gridare lacerante la sua liberazione ai venti. Questo era il richiamo della vita alla sua anima, non la sorda voce brutale del mondo di doveri e di disperazioni. Un attimo di volo estatico lo aveva liberato e il grido di trionfo che le labbra trattennero gli fendette il cervello.
Già tutto questo avvicina e separa, dalla vita semplicemente vissuta, dalle emozioni e gesti di tanti in quegli stessi luoghi, dal bambino che risale lo scivolo ai liceali seduti per terra sotto i canestri, la perfezione struggente è così prossima eppure così lontana, forse perché so già che ne potrò trattenerne, esprimere così poco. Anche per questo Firenze è fondamentalmente una città dell’esilio, come promessa, esperienza, condizione imposta a posteriori dai limiti e dalle sconfitte del corpo, dai lutti. Si è esuli da Firenze, si è esuli che si recano a Firenze, si è esuli in Firenze, persino mentre ci si vive, in sospeso tra la vita promessa da ragazzi e quella dolorosamente postuma della vecchiaia che pure già si sperimenta in anticipo, per uno strano appuntamento che abbiamo dato a noi stessi con un io che si limiti ad aspettarci con un lampeggio negli occhi e sorridere di traverso, e dire “Eccoti, quanto ci hai messo ad arrivare”. In tutto questo, per me, basta tornare in quelle strade, sedermi a quelle panchine umide, dove si intravede al tempo stesso il retro di un asilo nido e la vecchia cappella di un convento per tornare nella polla di silenzio dove sprofondavo da ragazzo, più sereno allora forse perché ricco d’un patrimonio che sentivo inesauribile eppure già proiettato in un futuro con l’infinito alle spalle, e ritrovare il fascino delle braccia e delle voci: le bianche braccia delle strade, la loro promessa di abbracci appassionati, e le braccia nere delle navi alte contro la luna, il loro racconto di paesi lontani. Sono protese a dire: Siamo sole, vieni. E le voci dicono unendosi a loro: Siamo tue sorelle. Le sorgenti della vita tra lo struggimento comunque per la sua perdita, per un distacco che avviene un battito di ciglia prima di accorgersene, e anche in questo uno strano doloroso appuntamento, forse un riposo, non lo so.
Per Ballerini.
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