Ieri a Viterbo, in un festival di teatro internazionale, che si chiama Quartieri dell’Arte, la Volksbuehne di Berlino, cioè uno dei più importanti teatri d’Europa (il luogo in cui hanno lavorato da Ernst Lubitsch e Heiner Mueller fino a Frank Castorp e Dimitr Gotscheff – morto proprio due giorni fa, dopo una terribile malattia velocissima), ha portato in scena una drammaturgia di Ivan Pantaleev tratta da due testi di David Foster Wallace, il saggio “Considera l’aragosta” e una delle “Brevi interviste ad uomini schifosi”. Lo spettacolo si svolgeva in una meravigliosa sala di Palazzo dei Priori: un solo attore in scena, Samuel Finzi, recitava un monologo con uno stile a metà tra lo stand-up comedian e il retore brechtiano.
Ma questa non vuole essere una recensione. Chiunque l’abbia vista l’ha trovata una performance incredibile; va riconosciuto un enorme merito a chi l’ha scritta, messa in scena, e (vedi alla voce Gian Maria Cervo) portata in Italia, etc…; sperando che non sia stata l’unica occasione in cui si è avuta la possibilità di vederla in Italia. Quello su cui mi volevo soffermare è invece il testo di David Foster Wallace, che nella riduzione di Pantaleev è in realtà un clash tra due esemplari narrazioni wallaciane, una saggistica, l’altra narrativa (e questa giustapposizione ha in sé qualcosa di esplosivo in sé), in cui si affrontano in maniera inventiva dei dilemmi morali. Il primo testo è il famoso saggio, pubblicato in versione originaria per “Gourmet”, in cui Wallace inviato come al solito a una Fiera, in questo caso la Fiera dell’Aragosta del Maine, dopo aver descritto in maniera comicamente tassonomica le attrazioni di una folla affamata di aragoste cucinate in ogni modo possibile, si pone alcuni interrogativi radicali sulla liceità di uccidere questi animali. È un breve saggio per una rivista popolare; ma, per quanto d’occasione, è filosoficamente molto ben argomentato. Ho cercato qui di riportare cinque brani nodali per il ragionamento di Wallace. Mi piacerebbe che li leggeste per poi riprendere il discorso.
1. Ed ecco allora una domanda quasi inevitabile di fronte alla Pentola per aragoste più grande del mondo, domanda che potrebbe sorgere in varie cucine degli Stati Uniti: è giusto bollire una creatura viva e senziente solo per il piacere delle nostre papille gustative? Serie di preoccupazioni correlate: la precedente domanda è fastidiosamente sentimentale ? Cosa significa poi «è giusto» in questo contesto? Che sia tutta una questione di scelte personali ?
2. Dal momento che il dolore è un’esperienza mentale totalmente soggettiva, non abbiamo accesso diretto al dolore di niente e nessuno a parte il nostro; e persino i principi grazie ai quali possiamo dedurre che altri esseri umani provano dolore e hanno un interesse legittimo a non provarne chiamano in causa filosofia di quella pesa: metafisica, epistemologia, teoria dei valori, etica.
3. Lo scenario tipico è che torniamo dal negozio e facciamo le nostre piccole preparazioni come riempire la pentola e far bollire l’acqua, poi tiriamo fuori le aragoste dal sacchetto o da qualunque contenitore per la vendita in cui le abbiamo portate a casa… dopodiché cominciano a succedere delle cose disdicevoli. Per quanto stordita possa essere dal tragitto fino a casa, per esempio, l’aragosta tende a riprendere vita in modo allarmante appena la immergiamo nell’acqua bollente. Se la calate nella pentola fumante inclinando il contenitore, qualche volta l’aragosta cercherà di aggrapparsi ai bordi del contenitore o persino di agganciarsi con le chele all’orlo della pentola, come una persona che cerca di non cadere dal bordo di un tetto. E ancora peggio è quando è immersa del tutto. Anche se coprite la pentola e vi girate dall’altra parte, di solito sentirete il coperchio che sbatacchia e sferraglia mentre l’aragosta cerca di spingerlo via per uscire. Oppure sentirete le chele della creatura che grattano i lati della pentola mentre si dibatte. L’aragosta, in altre parole, si comporta in modo assai simile a come ci comporteremmo voi o io se venissimo buttati nell’acqua bollente (con l’ovvia eccezione delle urla). Un modo più schietto per dirlo è che l’aragosta agisce come se stesse provando un dolore terribile, inducendo alcuni cuochi ad abbandonare del tutto la cucina, portarsi dietro uno di quei piccoli contaminuti di plastica iperleggeri e attendere la fine dell’intero processo in un’altra stanza. Ci sono due criteri principali sui quali buona parte dei moralisti si trova d’accordo per determinare se un essere vivente è in grado di soffrire e se quindi ha interessi genuini che può essere o meno nostro dovere morale considerare. Il primo è la quantità di hardware neurologico necessario all’esperienza del dolore di cui l’animale è provvisto: nocicettori, prostaglandine, recettori oppiodi neuronali eccetera. L’altro criterio è se l’animale mostra un comportamento associabile al dolore. E ci vogliono parecchie acrobazie intellettuali e sottilizzazioni comportamentiste per non riconoscere che agitarsi, dibattersi e sbatacchiare il coperchio corrispondono esattamente a quel tipo di comportamento. Secondo gli zoologi marini, in genere le aragoste ci mettono fra i trenta- cinque e i quarantacinque secondi a morire nell’acqua bollente.
4. Lo stesso però, dopo tutte le intellezioni astratte, resta il fatto di quel coperchio sbatacchiato freneticamente, di quel patetico aggrapparsi al bordo della pentola. In piedi davanti ai fornelli, è difficile negare in modo significativo che quello è un essere vivente che sta provando dolore e vorrebbe evitare/sfuggire l’esperienza dolorosa. Per la mia mente profana, il comportamento dell’aragosta nella pentola sembra l’espressione di una preferenza; e potrebbe essere benissimo che la capacità di formarsi delle preferenze sia il criterio decisivo per la vera sofferenza. La logica di questa relazione (preferenza —> sofferenza) è forse più facile da osservare nel caso negativo. Se si tagliano certi vermi in due, spesso le metà continueranno a strisciare qua e là seguitando a farsi i vermiformi fatti loro come nulla fosse. Quando affermiamo, in base al loro comportamento postoperatorio, che questi vermi non sembrano soffrire, in realtà stiamo dicendo: non ci sono indicazioni che sappiano che è successo loro qualcosa di male o che preferirebbero non essere stati tagliati a metà.
5. È possibile che le generazioni future guarderanno alle nostre attuali agroindustrie e pratiche mangerecce in modo del tutto simile a come oggi noi vediamo gli spettacoli di Nerone o gli esperimenti di Mengele? La mia prima reazione è che un paragone del genere è ridicolo, estremo – eppure il motivo per cui mi sembra estremo è che credo che gli animali siano moralmente meno importanti degli esseri umani21; e quando mi trovo a difendere tale convinzione, persino con me stesso, devo riconoscere che a) ho un ovvio interesse egoistico in tale convinzione, dato che mi piace mangiare certi tipi di animali e voglio continuare a farlo, e b) non sono riuscito a elaborare nessun tipo di sistema etico personale in cui tale convinzione sia davvero difendibile e non solo egoisticamente vantaggiosa.
Riprendiamo il discorso. E facciamolo attraverso il lavoro di Pantaleev e Finzi, lo spettacolo. Perché a un certo punto, dopo aver esposto il lettore a questo tipo di dilemmi, senza che ci sia nessun segnale di soluzione di continuità, il monologo non parla più di aragoste, ma recita l'”intervista numero 46″ di Brief interviews; e Samuel Finzi da intelligente interrogatore morale si trasforma, senza che ce lo espliciti, in “uomo schifoso”. [Gli “uomini schifosi” nel libro di Wallace sono vari personaggi (una decina) a cui viene data la parola attraverso delle interviste di cui però noi leggiamo solo le risposte (interviste “alla Bell” ha battezzato questo genere Vladimir Nabokov)]. Come si rivolge a noi quello che fin adesso ci è sembrato un uomo convincente e moralmente avvertito, sensibile e riflessivo? Cosa ci dice? Mi sembra necessario riportare per intero l’intervista numero 46. Mi piacerebbe che la leggeste anche voi per intero, per poi provare a condividere alcune conclusioni.
– Io dico solo che… oppure prendi l’Olocausto. Che, l’Olocausto è stata una buona cosa? Macché. Qualcuno pensa che è un bene che c’è stato? Macché. Ma l’hai mai letto Viktor Frankl? Alla ricerca di un significato della vita di Viktor Frankl? E un libro davvero fantastico. Frankl è stato in un campo di concentramento durante l’Olocausto e il libro nasce da quell’esperienza, parla della sua esperienza del Lato Oscuro dell’uomo e di come lui ha conservato la sua identità di uomo malgrado l’abbrutimento e la violenza dei campi di concentramento e di comevha dovuto subire la completa estirpazione dell’identità. E un libro davvero straordinario e adesso pensaci, se non ci fosse stata una cosa come l’Olocausto non ci sarebbe un libro come Alla ricerca di un significato della vita.
D.
– Io cercavo di dire solo che bisogna stare attenti ad assumere un atteggiamento stereotipato sulla violenza e l’abbrutimento anche nel caso delle donne. Avere un atteggiamento stereotipato nei confronti di qualsiasi cosa è un grande errore, questo dico. Ma dico specialmente nel caso delle donne, dove si va ad aggiungere a questo limitatissimo condiscendente fatto di dire che sono oggetti fragili o delicati e le puoi distruggere come niente. Manco le dovessimo avvolgere nella bambagia e proteggerle come chissà che. Questo è stereotipato e condiscendente. Io parlo di dignità e rispetto, non di trattarle come se fossero bambolet- te fragili o che so io. Succede a tutti di venire feriti e oltraggiati e spezzati, che hanno le donne di tanto speciale ?
D.
– Io dico solo chi siamo noi per dire che subire un incesto o un abuso o una violenza o una qualunque di queste cose alla lunga non può avere anche i suoi lati positivi per un essere umano. Non dico mica che è necessariamente vero ogni volta, ma chi siamo noi per dire in modo stereotipato che non è mai vero ? Non dico mica che uno deve per forza farsi stuprare o violentare, né che non è una cosa assolutamente orribile e negativa e sbagliata mentre succede, e che scherziamo? Nessuno lo dovrebbe mai dire. Ma questo mentre succede. Lo stupro o la violenza o l’incesto o l’abuso, mentre succede. E che mi dici di dopo ? Che mi dici dell’insieme, che mi dici del quadro più vasto che dopo lei ha di come la sua mente fa i conti con quanto è successo, si regola per farci i conti, di come quanto è successo diventa parte della sua persona ? Io dico solo che non è impossibile che in certi casi ti possa arricchire. Renderti più di quanto eri prima. Più simile a un essere umano completo. Come Viktor Frankl. O quel vecchio detto che fa: quello che non ti uccide ti rende più forte. Secondo te chiunque l’abbia detto approvava lo stupro di una donna? Macché. E solo che non ragionava per stereotipi.
D.
– Io non dico che le vittime non esistono. Io dico solo che certe volte tendiamo ad avere il paraocchi sull’infinità di cose che contribuiscono a rendere qualcuno quello che è. Dico solo che diventiamo cosi stereotipati e condiscendenti sui diritti e l’assoluta correttezza e la protezione delle persone che non ci fermiamo a ricordare che nessuno è soltanto vittima e niente è soltanto negativo e soltanto scorretto… quasi niente lo è. Io dico… come sia possibile che anche le cose peggiori che ti possono capitare finiscono magari col diventare fattori positivi per la persona che sei. Per quello che sei, cioè un essere umano completo invece che soltanto un… pensa, subire uno stupro collettivo e essere umiliata e picchiata a sangue fin quasi a rimetterci la pelle per esempio. Nessuno direbbe che è una bella cosa, non dico questo, nessuno direbbe che quei bastardi depravati non dovrebbero finire in prigione. Nessuno insinua che a lei sia piaciuto mentre succedeva né che doveva succedere. Ma cerchiamo di vedere in prospettiva un paio di cose. Una è che dopo lei sa qualcosa sul proprio conto che prima non sapeva.
D.
– Quello che sa è che la cosa in assoluto più umiliante che poteva anche solo lontanamente immaginare succedesse a lei ora le è successa per davvero. E lei è sopravvissuta. E ancora qui. Non dico che è elettrizzata, non dico che la cosa la elettrizza o che si sente in gran forma o che fa i salti di gioia per quanto le è successo, ma è ancora qui, e lo sa, e adesso sa qualcosa. Voglio dire sa per davvero. Ora l’idea che ha di se stessa e di cosa è capace di sopportare eppure sopravvivere è più grande. Ampliata, più vasta, più profonda. Lei è più forte di quanto in fondo non pensasse, e adesso lo sa, sa di essere forte in modo completamente diverso da come lo sai soltanto perché te lo dicono i tuoi o qualche oratore a un’assemblea della scuola non fa che ripeterti in continuazione che sei Qualcuno che sei Forte. Io dico solo che lei non è più la stessa e alcuni dei modi in cui non è più la stessa… tipo, se a mezzanotte andando nel garage dove ha parcheggiato la macchina o altrove ha ancora paura che il branco le salti addosso per stuprarla, ora ha paura in un altro modo. Mica vuole che succeda di nuovo, uno stupro collettivo, macché. Ma ora sa che non la ucciderà, che è in grado di sopravvivere, che non la annullerà né la renderà, insomma, subumana.
D.
– E inoltre adesso sa anche di più sulla condizione umana e la sofferenza e il terrore e l’abbrutimento. Voglio dire, tutti ammettiamo che la sofferenza e l’orrore rientrano nel fatto di essere vivi e di esistere, o almeno a parole la conosciamo tutti, la condizione umana. Ma ora lei la conosce per davvero. Non dico che la cosa la elettrizza. Ma pensa ora quant’è più grande la sua visione del mondo, quanto più vasto e profondo è ora il grande quadro nella sua mente. E in grado di capire la sofferenza in modo completamente diverso. E più di quanto era prima. E questo che dico. E più un essere umano. Ora sa qualcosa che tu non sai.
D.
– Eccola la reazione stereotipata, ecco di cosa parlavo, prendere tutto quello che dico e prenderlo e filtrarlo attraverso la tua visione limitata del mondo e dire che quello che dico è Oh, sicché il branco che l’ha stuprata le ha fatto un favore, perché non è questo che dico. Non dico che è stato bello o giusto o che doveva succedere né che non l’ha completamente distrutta e devastata e tantomeno che dovesse mai succedere. In ogni singolo caso di una donna che subisce uno stupro collettivo o una violenza o quello che ti pare, se io fossi presente e avessi il potere di dire Avanti o Ferma, io lo fermerei. Ma non ce l’ho. Nessuno ce l’ha. Succedono cose davvero terribili. L’esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili. Dammi retta, io lo so, ci sono passato, io.
D.
– E ho la sensazione che la vera differenza sta proprio qui. Io e te qui. Perché qui non si parla di politica o di femminismo o che so io. Per te queste sono tutte idee, secondo te stiamo parlando di idee. Tu non ci sei passata. Non dico che non ti è mai capitato niente di brutto, non sei mica brutta e scommetto che qualche umiliazione o che so io ti sarà capitata nella vita. Non dico questo. Ma qui stiamo parlando di Alla ricerca di un significato della vita di Frankl… qui abbiamo violenza e sofferenza e terrore totali stile Olocausto. Il vero Lato Oscuro. E tu carina mi basta darti un’occhiata per capirlo tu quando mai. Mica ti metteresti addosso quello che porti, dammi retta.
D.
– Ammetterai anche che si ok la condizione umana è piena di oscena spaventosa sofferenza umana e si può sopravvivere a quasi tutto o che so io. E magari ci credi per davvero. Ci credi, già, e se ti dicessi che io non è che ci credo ma lo so ? Cambia qualcosa in quello che dico ? E se ti raccontassi che mia moglie ha subito uno stupro collettivo? Non sei più tanto sicura del fatto tuo adesso, eh. E se ti raccontassi la storiella di una ragazza di sedici anni che è andata alla festa sbagliata con il tipo sbagliato e i suoi compari e ha finito con l’essere… le hanno fatto praticamente tutto quello che quattro tipi ti possono fare in fatto di violenza. Sei settimane in ospedale. E se ti dicessi che ancora deve andare due volte a settimana in ospedale, tanto l’hanno ridotta male?
D.
– E se ti dicessi che non direbbe mai che se l’è andata a cercare o che si è divertita o che le è piaciuto o che le piace avere solo mezzo rene e che se potesse tornare indietro e ci fosse un modo per impedirlo lo farebbe ma prova a chiederle se potesse entrare nella propria testa e dimenticarlo o che so cancellare il nastro della cosa che si ripete nella sua memoria, secondo te che direbbe? Sei tanto sicura di cosa direbbe? Che non avrebbe mai voluto, insomma, dover impostare la propria mente in modo da fare i conti col fatto che era successo a lei o da scoprire all’improvviso che il mondo può spezzarti: cosi. Scoprire che un altro essere umano, quei tizi, ti possono guardare stesa li e considerarti nel modo più profondo e assoluto come una cosa, non una persona una cosa, una bambola di gomma o un tirassegno o un buco, semplicemente un buco dove ficcare una bottiglia di Jack Daniels talmente a fondo da farti scoppiare i reni… e se dopo dicesse che, per quanto assolutamente negativo, adesso almeno capiva che era possibile, che la gente ne è capace ?
D.
– Di vederti come una cosa, sono capaci di vederti come una cosa. Lo sai che vuol dire? E spaventoso, noi sappiamo quant’è spaventosa come idea, e che è sbagliato, e ci crediamo di sapere tutte queste cose sui diritti umani e la dignità umana e quant’è terribile privare qualcuno della propria umanità di quella che noi chiamiamo l’umanità di qualcuno, ma metti che succede a te, allora si che lo sai per davvero. Adesso non è più solo un’idea o una causa da reazioni stereotipate. Aspetta che succeda a te e allora si che assapori il Lato Oscuro. Non Videa di oscurità, l’autentico Lato Oscuro. E adesso ne conosci il potere. Il potere assoluto. Perché se sei davvero capace di vedere un altro soltanto come una cosa allora sei capace di fargli qualsiasi cosa, non si accettano più scommesse, umanità e dignità e diritti e correttezza… non si accettano più scommesse. Io dico… e se lei dicesse che è come un rapido costoso giretto su un versante della condizione umana di cui tutti parlano come se lo conoscessero ma in realtà manco se lo immaginano, non per davvero, a meno di non esserci passati. E se tutto si riducesse al fatto che la sua visione del mondo si è ampliata, se ti dicessi questo ? Che ne diresti ? E di se stessa, di come considerava se stessa. Che adesso capiva di poter essere considerata come una cosa. Ti rendi conto di quanto questo cambierebbe… strapperebbe, di quanto questo strapperebbe via ? Di te stessa, di te, di quella che pensavi fosse te stessa? Strapperebbe via tutto quanto. E poi che resterebbe? Riesci anche solo a immaginarlo di’ ci pensi ? E come Viktor Frankl che nel suo libro dice che quando hai toccato il fondo nel campo di concentramento durante l’Olocausto, quando sei privato della libertà e dell’intimità e della dignità perché sei nudo in un campo pieno di gente e devi andare in bagno davanti a tutti perché una cosa come l’intimità non esiste più, e tua moglie è morta e i tuoi figli sono morti a poco a poco di fame mentre tu stavi a guardare e non hai né cibo né riscaldamento né coperte e ti trattano come i topi perché per loro sei davvero come i topi non sei un essere umano, e ti vengono a prendere e ti portano dentro per torturarti, una tortura scientifica cosi ti dimostrano che ti possono privare perfino del corpo, il tuo corpo non è nemmeno più te è il nemico è questa cosa che adoperano per torturarti perché per loro è solo una cosa e ci fanno gli esperimenti di laboratorio, non è nemmeno sadismo non sono sadici perché per loro non è un essere umano quello che torturano… che quando tutto quello che ha un vago legame con il te che credi di essere viene strappato via e ora non rimane altro che: cosa, cosa rimane, è rimasto qualcosa? Sei ancora vivo perciò quello che rimane sei tu? Cos’è? Cosa vuol dire tu adesso? Capisci è questo il gran momento, quando scopri quello che sei perfino per te stesso. Cosa che la maggior parte delle persone con tanto di dignità e umanità e diritti e compagnia bella non verrà mai a sapere. Quello che è possibile. Che niente è automaticamente sacro. E di questo che parla Frankl. Che è attraverso la sofferenza e il terrore e il Lato Oscuro che quanto rimane esce allo scoperto, dopodiché sai.
D.
– E se ti dicessi che lei ha detto che non è stata la violenza o il terrore o il dolore o niente del genere, che… che la parte più impegnativa, dopo, nel cercare di impostare la mente, di adattare quello che era successo al proprio mondo, che la parte peggiore la parte più difficile era che adesso sapeva di poter pensare anche lei a se stessa in quel modo se voleva? Come a una cosa. Che è assolutamente possibile pensare a te stesso non come te o come una persona ma semplicemente come cosa, tale e quale a quei quattro tizi. E quant’era facile e che potere dava farlo, pensarlo, anche mentre era in corso la violenza, semplicemente spaccarti in due e galleggiare su verso il soffitto ed eccoti là a guardare giù a quella cosa che subisce cose sempre peggiori e quella cosa sei tu e non significa niente, non c’è niente che automaticamente significhi, e sotto molti aspetti questi sono una libertà e un potere intensissimi, che ora non si accettano più scommesse e tutto è stato portato via e tu puoi fare qualsiasi cosa a chiunque perfino a te stesso se vuoi perché tanto chi se ne frega perché in realtà che importa perché in fondo cosa sei solo quella cosa dove ficcare una bottiglia di Jack Daniels, e chi se ne frega se è una bottiglia che differenza fa se è un cazzo o un pugno o uno sturalavandini o questo bastone qui… come sarebbe farcela a essere cosi? Credi di riuscire a immaginarlo. Credi di riuscirci ma non puoi ? E se ti dicessi che lei adesso ci riuscirebbe ? E se ti raccontassi che ci riuscirebbe proprio perché le è successa quella cosa e lei sa perfettamente che è possibile essere soltanto una cosa proprio come dice Viktor Frankl che da quel momento in poi ogni minuto un minuto dopo l’altro se vuoi puoi scegliere di essere di più se vuoi, puoi scegliere di essere un essere umano e farlo significare qualcosa? Che diresti in quel caso?
D.
– Sono calmo, non preoccuparti per me. E come la cosa di Frankl di imparare che non è automatico, come è una questione di scelta essere un essere umano con dei diritti sacrosanti invece di una cosa o un topo e la maggior parte delle persone sono cosi compiaciute e stereotipate e sonnambule da non sapere nemmeno che è davvero una cosa che devi scegliere da solo che ha un significato solo quando tutto l’apparato e il materiale scenico che ti permettono di andartene in giro tutto compiaciuto credendo di non essere una cosa vengono strappati via e distrutti perché tutt’a un tratto ora il mondo ti considera come una cosa, tutti pensano che sei un topo o una cosa e ora tocca a te, sei tu l’unico a poter decidere se sei qualcosa di più. E se ti dicessi che non sono nemmeno sposato? Allora? Allora è il gran momento, credi a me bambina, credi a me che a chi non è mai successo di subire un’aggressione e una violenza del genere dove tutto ciò che pensava nato automaticamente con lui gli permette di andare in giro tutto gongolante credendo di essere automatica- mente più di una cosa che viene scorticata viva e appalotto- lata e trafitta da una bottiglia di Jack Daniel’s che ti cacciano su per il culo quattro ubriachi per i quali la tua sofferenza e il tuo stupro sono solo un passatempo come un altro, un modo di ammazzare un paio d’ore, niente di speciale, magari nessuno di loro manco se ne ricorda più, che a chi non è successa veramente una cosa del genere non arriverà mai a essere cosi aperto dopo, a sapere sempre nel suo intimo che è sempre una scelta, che sei tu che costruisci te stesso un secondo dopo l’altro ogni secondo a partire da adesso, che l’unico a pensare ogni secondo che sei una persona sei tu e tu potresti smettere quando vuoi e ogni volta che vuoi tornare a essere soltanto una cosa che mangia scopa caca cerca di dormire va a fare la dialisi e si becca una bottiglia quadrata tanto su per il culo che si rompe e questo da quattro tizi che ti prendono a ginocchiate nei coglioni per farti piegare e tu manco li conosci o li hai mai visti né gli hai mai fatto niente per dargli una scusa che è una per volerti a quattro zampe o stuprarti e tantomeno ti sei andato a cercare un’umiliazione cosi assoluta. Che manco sanno come ti chiami, che ti fanno questo e manco sanno come ti chiami, che un nome tu manco ce l’hai. Tu non hai automaticamente un nome, non è una cosa che ce l’hai e basta, capisci. Arrivare a scoprire che devi addirittura scegliere di avere un nome o di essere più di una semplice macchina programmata con reazioni diverse quando ti fanno cose diverse quando gli gira per passare il tempo finché non si stufano e che, dopo, ogni secondo dipende solo da te, e se ti dicessi che è successo a me ? Cambierebbe qualcosa ? Tu che sei tutta piena di politica stereotipata sulle tue idee sulle vittime ? Dev’essere per forza una donna? Tu credi, magari tu credi di poterlo immaginare meglio se è una donna perché l’apparato esterno somiglia più al tuo perciò è più facile vederla come un essere umano che è stato violentato e se invece fosse uno con un cazzo e senza tette non sarebbe altrettanto reale per te ? E se non fossero gli ebrei nell’Olocausto se nell’Olocausto fosse il sottoscritto ? Allora a chi credi che gliene fregherebbe ? Ti credi che di Viktor Frankl gliene fregava a qualcuno o che ammiravano la sua umanità finché non gli ha dato Alla ricerca di un significato della vita ? Non sto dicendo che è successo a me o a lui o a mia moglie e nemmeno che è successo ma mettiamo che sia successo. Mettiamo che io lo facessi a te. Proprio qui. Stuprata con una bottiglia. Ti credi che cambierebbe qualcosa? Perché? Cosa sei tu? Come fai a saperlo? Tu non sai un cazzo.
Stamattina, in una specie di seminario ristretto sulla scrittura di Wallace, mi è capitato di discutere insieme a Pantaleev con alcuni spettatori che avevano visto questo spettacolo e ne erano usciti disorientati – nel più morbido dei casi, disturbati – nel più ruvido. Lamentavano che Pantaleev non avesse specificato la natura saggistica di una metà del testo e quella narrativa dell’altra metà. Ma quello che apertis verbis rivelavano era soprattutto un disagio che mi è sembrato così, come dire, contemporaneo? personale? mio? Più o meno espresso in modo semplificato in frasi del genere: Ma non posso pensare che l’Olocausto o la violenza sessuale siano un bene! Bisognava farlo capire che quello che era un “uomo schifoso”! Ci sono delle cose che sono male e basta!
Pantaleev aveva già una condivisibile risposta pronta a questo tipo di disagio, che avrebbe pronunciato con placidezza alla fine. Io invece no. Ma mentre assistevo afasico a questa discussione che avrei dovuto coordinare, pensavo alle varie fiammate mediatiche che hanno attraversato gli ultimi mesi di politica italiana: quelle che hanno avuto come oggetti il femminicidio, la strage dei migranti a Lampedusa, e il negazionismo (in morte e sepoltura di Priebke). Queste fiammate, mi dicevo, hanno certo avuto il merito di portare all’attenzione delle coscienze questioni sociali urgenti: donne vittime della violenza di genere, uomini e donne vittime di leggi sull’immigrazione restrittive, la reviviscenza di una violenza razzista per una mancata educazione storica. Ma questi eventi, questi dibattiti nati dalle congiunture sociali, a dire il vero, mi dicevo, invece di alimentare delle forme di riflessione, hanno generato – questa è la verità – una serie di ondate di indignazione e ansia. Ansia soprattutto, per placare la quale, si è cercato di reagire come si reagisce a delle emozioni fastidiose che non ci va di elaborare: inventando soluzioni pret-à-porter. Inflorescenze di status su facebook e twitter, elenchi di firme per Repubblica.it, fiaccolate, legislazioni frettolose… A distanza di pochi giorni, mentre poco cambiava nelle questioni che sembravano essersi manifestate come emergenziali (le donne continuano a essere ammazzate dagli ex-compagni, i migranti continuano a morire nel Mediterraneo, il razzismo di radice fascista continua a non essere elaborato adeguatamente nella scuola e nella società…), la fiammata mediatica cala di temperatura; e in molti, mi sembra ogni volta, abbiamo perso l’ennesima occasione per interrogarci seriamente da un punto di vista morale, e quindi politico.
Perché, mi chiedevo, mentre ascoltavo il disagio ex-post degli spettatori, noi adulti, noi adulti responsabili, abbiamo tutto questo bisogno di qualcuno che ci dica cos’è il bene. Che ci inviti a mandare un sms per un terremoto, a firmare un appello contro la Bossi-Fini, a approvare su facebook una legge contro il femminicidio, a prendere a calci la bara di Priebke? Perché vogliamo che qualcuno ci dica nel più veloce tempo possibile come schierarci, anziché metterci di fronte la possibilità di indagare la nostra coscienza? Perché insomma preferiamo il Bene, in una delle sue qualunque forme – anche le più fantasmatiche – alla Possibilità di Scelta?
In un altro saggio, il suo famoso saggio sulla televisione intitolato “E unibus pluram”, David Foster Wallace, sentenziava sui grandi cambiamenti che hanno attraversato gli anni ’70-’90: nella letteratura, nei media, nella società americana. Ma a un certo punto la critica si appuntava proprio su uno spot della Pepsi, quello con il famoso slogan “Pepsi: la scelta della nuova generazione”, in cui Wallace mostrava come la parola “scelta” fosse usata quasi in modo ironico. Nello spot c’è una spiaggia con un furgone che viene assediato da una folla assetata, che trova sollievo solo comprando e bevendo centinaia di bottiglie di Pepsi. Cosa rimane del concetto di scelta in questo meccanismo pavloviano?
“Considera l’aragosta” e Brevi interviste con uomini schifosi sono testi successivi. In molti dei testi successivi, da Infinite Jest in testa, la preoccupazione di Wallace sembra quella di difendere e esplorare cosa rimane del concetto di libero arbitrio oggi e come questo assomigli/differisca dal concetto di libero arbitrio di venti/cinquanta/mille anni fa. In questi due testi, per esempio, pare proprio che Wallace provi a rispondere in maniera molto rischiosa a una domanda che aveva lasciato tanto aperta in “E unibus pluram” da farla sembrare pleonastica. Ossia: condividiamo tutti ancora lo stesso concetto di “scelta”? E per esserci ancora qualcosa che definiremmo scelta da un punto di vista morale, non dobbiamo accettare che esista il male? E allora, sembra che si autorisponda Wallace, compito di uno scrittore sarà ricordare – a un discorso sociale che continuamente la rimuove – l’esistenza del male? Della violenza brutale, dell’omicidio atroce, della violenza classista, di quella razziale, di quegli “uomini schifosi” che ci somigliano così tanto perché spesso siamo proprio noi.
Opacizzare questa presenza del male è la stupida volontà educativa che può produrre una politica paternalista, con il feticcio della vittima, figlia di un’età dell’ansia. Che pensa che la memoria dell’Olocausto si debba difendere a colpi di leggi contro il negazionismo, e che la violenza di genere si possa affrontare con la semplice criminalizzazione di una patologia culturale. Ivan Pantaleev, in silenzio quasi tutto il tempo, chiosava il nostro incontro con un paio di frasi lapidarie: “La cosa peggiore che ci possa capitare è qualcuno che ci dica che cos’è il Bene al posto nostro. Quello che il teatro può fare non è dirci cosa è bene, ma farci interrogare sul perché qualcosa è bene”. Io salutavo tutti e tornavo verso casa, sollevato dal pensiero di sapere di poter essere, anche, un uomo terribile, perverso, schifoso, una feccia.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

ogni religione, ogni amore genitoriale si basa sul dire cos’è il bene al posto nostro
Visto che (contrariamente a me) sei competente in filosofia ti chiedo: il puro e semplice fatto di ammettere che esistono due categorie chiamate Bene e Male (con la maiuscola!) non costituisce già di per sé una forma di scelta, o comunque di orientamento?
Christian, grazie. Sono due giorni che leggo questo post, ci metterò ancora un bel po’… ma intanto m’hai aperto un mondo – da Paolini a Foster Wallace attraverso Frankl. Sono contenta di aver scoperto che esistono queste menti.