di Leonardo Merlini
Prologo
La notte è scesa come una cappa sopra Campo Santa Margherita. Il tintinnare dei bicchieri sui tavolini all’aperto e le voci che si accavallano. Gli abiti corti, i sandali, qualcosa che sembra venire da altri luoghi e altri immaginari. Mi muovo circospetto, innervosito da quell’atmosfera da Ibiza, diffidente verso l’idea di essere sempre nella stessa Venezia nella quale, pochi minuti prima, per le calli di San Polo a muoversi era solo la mia ombra sui muri. La libreria Marco Polo è dall’altra parte del campo, devo attraversarlo tutto, e mi accorgo che sta crescendo anche un’altra incertezza: quella dell’assurdità della mia stessa missione, ma fingo di non pensarci, mentre continuo a camminare e sento due gocce di sudore calarsi lungo la schiena. Fa molto caldo e io sono troppo vestito. A una ventina di metri dalla vetrina piena di libri e manifesti mi fermo. Forse dovrei tornare indietro, non ha senso essere venuto fin qui per seguire le tracce di un romanzo, per cercare un salone di bellezza molto particolare, che esiste in questo luogo solo nella letteratura. Non so se sono disposto ad ammetterlo in pubblico, ma sono venuto qui, alle 23.19 del 24 maggio del 2022 (guardo il mio Swatch da polso), perché speravo di incontrare Mina Harker o Giacomo Koch, che in un altro tempo era chiamato Dracula. Sono venuto qui per colpa di un libro, intitolato Così per sempre e della sua autrice, Chiara Valerio. Uno di quei romanzi che ti travolgono, che ti portano, per quanto oggi possibile, a sospendere la vita, che ti fanno ricordare quanto la letteratura sia molto di più della cosa che chiamiamo – stretti dentro le conseguenze di un razionalismo positivista che ha già fatto troppi danni – “realtà”.
1.
Un romanzo di vampiri, di questo stiamo parlando: Dracula oggi vive a Roma, in un attico affacciato su Largo di Torre Argentina, insieme al gatto Zibetto, anche lui condannato a una vita perenne e capace di camminare in verticale sulla facciata del palazzo. Tanto nessuno poi alza davvero lo sguardo, tanto nessuno fa caso a quante cose incredibili accadono quotidianamente intorno a noi. Dracula fa il medico, si fa chiamare Giacomo Koch, e ha scelto di non mangiare più gli esseri umani, ma di viverci accanto. Il tempo del romanzo è un grande pianale sul quale i momenti – come avviene sul pianeta Tralfamadore di Kurt Vonnegut – sono tutti contemporanei, la freccia non esiste, ogni cosa è e torna ed è di nuovo e poi ritorna. Dalle fredde acque della Transilvania al supermercato Conad a San Basilio alle Zattere a Venezia, tutto sta nello stesso tempo. Tutto esiste. E Chiara Valerio lo racconta, ci fa perdere e si perde lei stessa, naviga a vista e, contemporaneamente scrive un grande romanzo, come se niente fosse.
(Come guardare il canale della Giudecca pensando che laggiù, un’estate, siamo stati felici).
2.
“La bellezza non è mai consolante. La consolazione della bellezza è un’invenzione”, leggo a pagina 350 del libro. La frase mi piace, la sottolineo due volte con il mio pastello rosso, ma poi mi rendo conto che qualcosa non mi torna. E allora mi viene voglia di provare a ribaltare il ragionamento: certamente anche la letteratura è un’invenzione, anzi, per dirlo ancora in modo più chiaro, è finzione, è una messa in scena. Che però, quando è buona letteratura (e qui le è), diventa ovviamente più riconoscibile del nostro stesso mondo, diventa più “vera”, come ci hanno insegnato i critici migliori e penso per esempio ad Alfonso Berardinelli, di ciò che siamo soliti chiamare “il reale”. Pertanto, in questa prospettiva, anche l’invenzione della consolazione che deriva dalla bellezza – la bellezza totalizzante di questo romanzo di Chiara Valerio – diventa, pagina dopo pagina, tangibile, evidente, a un certo punto così forte da essere struggente. Forse “consolazione struggente” può suonare come un ossimoro, ma non importa. Stiamo parlando di un libro che è un labirinto che ci fa passare dalle alghe sulle fondamenta di Venezia a un’idea matematica che è “una specie di anfibio tra essere e non essere, chiamato radice immaginaria”, un libro che fa cose che nelle letteratura italiana nessuno aveva mai fatto, forse pensando che non si potessero fare, forse solo in ossequio a un’idea di letteratura incapace di confrontarsi davvero con il mainstream senza volerlo per forza compiacere, magari dalla vetta di svariate montagne, tanto per dirne una. Invece questo romanzo ribalta completamente la scena e lo fa con una tale grazia nevrotica da lasciare aperta ogni possibilità. Al libro e a noi che lo leggiamo. Già questo potrebbe bastare per gridare al miracolo.
3.
“Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” è il titolo, decisamente riuscito, della biografia di David Foster Wallace scritta da D.T. Max. Ho già detto troppe volte che Chiara Valerio somiglia per molti aspetti allo scrittore americano – per passioni, brillantezza, intelligenza mobile – ed è quasi banale parafrasare quel titolo in “ogni storia d’amore è una storia di vampiri”. Ma poi, a essere onesti, possiamo usare ancora di più il rasoio (di Ockham) per arrivare a dire che ogni storia è semplicemente una storia d’amore. È così per Giacomo e per Mina, la sua “amata immortale” che cova una drammatica vendetta, e per le altre forme che questa idea di amore ricorsivo assume nel corso della storia, come quella, straordinaria della 40enne Cecilia Lauro, che decide, per passione, di attraversare la soglia del tempo immobile. Ed è così pure, in quelle che sono forse in assoluto le pagine più belle del libro, per Mina e Agnese, quest’ultima invece amata mortale, nelle notti e nei giorni di una Venezia densa e incurabile (perciò meravigliosa) che forse nemmeno Brodskij era riuscito a rendere tanto viva. Attenzione però: intorno a queste storie d’amore c’è un romanzo che pensa come un universo, che usa il cervello della sua autrice come un coltello, che gioca con la letteratura sapendo bene che l’unico modo per farlo seriamente è quello di apparire leggeri, frivoli, scanzonati. Questo è un altro punto chiave per riflettere sul valore di Così per sempre, che è irrorato da una qualità – una manifestazione di intelligenza letteraria, per dirlo meglio – che tra gli scrittori italiani (in genere) fa sempre, ahinoi, difetto. In questo senso, altro miracolo, il libro è a suo modo anche una risposta alla previsione di Jonathan Franzen, vecchia ormai di quasi 10 anni, sul fatto che il rivale del romanzo sono (oggi è così) le serie tv, con il loro ritmo, la loro estetica apparentemente radicale, la loro capacità narrativa avvolgente. Il libro di Chiara Valerio ha la forza e la contemporaneità per vincere la propria partita, e non solo in riferimento a storie di horror o del mistero, sarebbe fin troppo facile avendo in campo nientemeno che il Conte Dracula in persona, ma pure con oggetti culturali incerti, disturbanti, divertenti e brillanti come, per esempio, Fleabag o The End of the F***ing World. Siamo arrivati al mainstream di cui dicevamo prima. Un mainstream che il romanzo piega intorno a se stesso, e non il contrario.
4.
Giacomo, Mina, Luisa, Agnese, Cecilia, Ion, Zibetto. Roma, Venezia, Londra, Damasco. I personaggi e i luoghi indimenticabili sono tanti e volte la trama si intreccia – nello spazio-tempo della narrazione – fino a ingarbugliarsi (da qualche parte c’è l’eco di un desiderio di dire tutto, è normale). Ma sono pause che non vanno a compromettere l’architettura complessiva e che lasciano il campo, questo sì, a un racconto delle dimensioni spaziali, oltre che delle persone, che ha qualcosa di stupefacente, qualcosa di Italo Calvino e delle sue passioni architettoniche immaginarie (provate a pensare a Dracula che vive dentro le Città invisibili, per dire). Torniamo sempre qui, al tema della vita immaginata, che poi è quella che prende forma nella letteratura e che da lì, da quell’idea platonica, modella la nostra di vita. Fuori dai libri, sempre ammesso che per un romanzo come Così per sempre esista un “fuori”. A questa domanda perfino Giacomo Koch, che tutto vede e tutto ha vissuto, potrebbe fare fatica a rispondere.
Epilogo
Di nuovo Campo Santa Margherita, la sera del 24 maggio 2022. Dracula e Mina non ci sono, devo ammetterlo. Provo a buttarla in caciara pensando che tutte quelle persone in giro in abiti succinti, telefonini e bicchieri di birra siano in realtà degli spettri loro stessi, spettri di una società soffocata dalla tecnologia sociale, ma non vale. Io non sono Philip Dick e loro non sono morti, è solo il mondo, che va avanti, con o senza i romanzi. Allora che faccio? Mi sistemo il colletto del giubbotto, prendo un respiro e torno indietro, verso i meandri di San Polo e una stanza d’albergo per scrivere tutto questo. Muovo i primi passi e mi ripeto che non bisogna inseguire i romanzi fuori dal loro territorio, perché se no si rischia, come capitava al Kafka raccontato da Claudio Magris, di finire “fuori dal territorio dell’amore”. Preferirei di no, diceva Bartleby e dico anche io.
Ma mentre lo dico lo sguardo mi cade su una strana macchia scura per terra, qualcosa di denso, vischioso, rosso scuro. Una macchia di sangue, proprio qui, davanti alla Marco Polo, dove passava Mina. Tanto sangue, come se fossimo in un romanzo di vampiri. Come se Giacomo fosse qui.
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Leggere questo articolo mi ha dato i brividi ,leggere il passo “come guardare il canale della Giudecca pensando che laggiù, un’estate,siamo stati felici” mi ha fatto ricordare il grande amore perduto della mia vita, di nome Gioia, una splendida ragazza ,attraente ed inquietante, di capelli rossi con la pelle chiara e con le efelidi, con lei ho abitato a Venezia,negli anni 80′, in Campo San Polo (davanti a palazzo Soranzo) e sono stato felice,ma poi tutto è finito.
Il ricordo è struggente questo amore per questa splendida forte e fragile donna (nel contempo) mi è rimasto dentro per sempre,come vorrei chiudere gli occhi e ritrovarmi in campo San Polo, seduto ai tavolini del bar a guardare Gioia sorseggiare un te verde e stringerle forte la mano.