[È uscito da poco per Einaudi Altro nulla da segnalare di Francesca Valente, già vincitore del Premio Calvino 2021 e adesso vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2022. Pubblichiamo un estratto su gentile concessione dell’editore.]

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Tutto ciò che accade sulla strada è il contrario del falso e dell’artificio. La vita vera di Debernardi capitava sui marciapiedi: altrove, dov’era un uomo dalle sembianze spettrali, la vita era piuttosto il riflesso di una corrente piú vasta e profonda. Fredda, si allontanava lentamente, scivolando. Sulla strada – anche se casualmente, o forse proprio per quello – la vita era una ricerca continua, avida, di oggetti e luoghi e creature che non contenessero alcuna separazione: tra felicità e dolore (entrambi perfetti se ascoltati con attenzione), tra febbre e lucidità, rapimento e biasimo. Tutto era uno. Tutto s’incontrava. Niente era capovolto. Lui era carne, sangue, suono. Dentro, all’opposto, era un lento affogare, un patibolo, uno spezzarsi nella fame dell’inutile: il mangiare, le sigarette, il caffè, la finestra aperta del bagno, la porta che dà sul giardino. In attesa dell’ipnotico bere, estasi, e dell’eternità dell’eroina.

26-3-83
Debernardi è stato fuori tutta la mattina all’ora del pranzo è andato in cucina e si è fatto dare di brutto il carrello del mangiare.
La sig. Candela le abbiamo medicato le due mani per ustioni provocate dalle sigarette.
Bonaventura – D’Amato

Debernardi si getta contro le porte, sfascia le serrature, fa diversi giri per i corridoi, qualche volta si comporta bene, rientra esaltato, non esce, esce, è assente, si fa consegnare la radiolina rossa di Perin, perde il registratore del Greco e finisce in botte, promette, si procura 46 000 lire, osserva attento Monti Virginia che piange in stato depressivo a causa di un diverbio con il titolare della pensione per questioni di ritardi e cene rifiutate, restituisce, è un po’ prepotente, dorme, è insonne, ci costringe a colluttazioni, è dimesso, è arrivato al P. S. in uno stato pietoso (pieno di cacca e pipí), è di nuovo fuori, non si riesce a trattenerlo.
Ruba, Debernardi, e corre. È un anarchico della vita, un molteplice singolare. È un uomo affilato, zigomi come promontori a picco sulle guance, sopra un volto capace di delicatezza e tregua e pure di brutale violenza, indifferentemente, un muso da animale selvatico, il naso spezzato e dalla punta gonfia e di spugna, una feroce stempiatura con una lingua di peli al centro imbizzarrita come fiamma. Un occhio fisso, l’altro ballerino, non si sa quale dei due sia quello buono. A volte sente strilli acuti come sui moli fischi di traghetti. «L’acqua è schiumosa e verdastra», annuncia. (Non saper esprimere ciò che si pensa o si sente è folle, non il contrario, pensa e dice. Per tutta la vita accumulare nomi e facce come ninnoli o talismani senza distinguerli, non ascoltarne le storie e perciò non immaginarne il destino. Non gettarsi nel tumulto, rifiutare il caos. Questo è folle. Mai arrivare al Grande Mutamento).

Pomeriggio 27-3-83
Debernardi: è sempre sempre ospite dell’Albergo SPDC del Mauriziano. Questa sera invece di aspettare il mangiare ha preso di forza il mangiare di Piras che gli aveva portato la madre e poi se ne è andato.
Turchet: abbastanza tranquilla, Merlo gli ha dato un calcio nel sedere.
Agosta: Balla da sola.
Perrone – D’Amato

Alle h 21 gli infermieri hanno chiamato dal reparto delle donne perché il Debernardi stava manipolando la tv di una paz: nello schermo correvano volpi e donnole, sostavano tassi, spiluccavano beccacce e occhieggiavano civette. Bestie noiose, non quelle che aveva in mente di ritorno dal chiosco di bevande situato davanti alla portineria contro il quale aveva appena lanciato delle bottiglie, una vuota una piena, che spreco. Di quel giorno a Mont Mars, ai laghi della Barma, ch’era piccolo e dei cugini l’avevano preso in malga a dare una mano con le pecore per un’estate, si ricordava una creatura caduta in acqua che luccicava sotto la superficie lasciandosi trasportare dalla corrente, leggera. Un corpo sinuoso, liquido, una piccola esse d’una lucentezza vitrea, l’estremità che era una testa indistinguibile dal corpo respirava fuori dall’acqua producendo minuscole bolle, manovrando il resto di sé come il timone di una nave nella direzione prescelta. Mai in balia dell’acqua, la dominava. C’era quiete, tutto era naturale, ovvio. La creatura, non piú giovane perché non piú dorata come s’addice alle prime ore della vita, era un orbettino. Incerto se fosse vivo, dato il movimento appena percepibile, Debernardi l’aveva guardato mentre con lentezza procedeva lungo la traiettoria che di sicuro s’era prefissato, in quel piccolo cervello che pure c’era in punta al corpo, e ogni dubbio sulla sua vivezza era stato messo in fuga dai lievi colpi di vertebre, placche ossee geniali, con cui insisteva a dirigere tutto se stesso scivolando per le cascatelle. Aveva poi imparato, Debernardi, che in caso di pericolo l’orbettino riesce come le lucertole a staccare la parte inferiore del corpo abbandonandola all’aggressore al solo scopo di distrarlo mentre lui, il resto di lui, fugge. Non è raro trovare esemplari adulti piú corti della media, spezzati.
Come tutte le persone straordinariamente alte, Debernardi è fissato con l’altezza: chiunque è troppo basso, vicino alla terra prima del tempo, come un millepiedi dalle zampe stupide. (Vorrebbe strappargliele una a una, quelle zampette). Lui non scende a compromessi, è questa la sua gloria in un mondo insignificante, banale. Perciò la paz. Sarasso e la paz. Turchet, corte come risucchiate dal pavimento, volgari e grame come solo ij cit sanno essere, ora non può che prenderle a schiaffi, dal nervoso.

25-3-83 Pomeriggio
Premetto (Tornior) che il paz. era molto ubriaco da non connettere piú. Come si è messo a letto ha vomitato per terra, e dopo tutto addosso, è caduto dal letto e non riusciva piú ad alzarsi. Al nostro invito di andarsi a lavare rifiutava tenacemente, aiutato ad alzarsi ed accompagnato in bagno reagiva aggredendomi, per cui dovevo ingaggiare una colluttazione violenta, il paz. sbatteva la testa (fronte) contro lo spigolo del bagno procurandosi una ferita lacero contusa di piccola entità, dopo averlo lavato è stato medicato. P.s. lascio immaginare a chiunque legga, che piacere sia fare la lotta con un uomo pieno di vomito dalla testa ai piedi.
Tornior – Forno

A ogni passo, fuori, dentro, cade, scivola, sbattuto a terra. Si rialza, scende sui marciapiedi e abbandonandosi alla corrente si allunga verso la prossima pozza d’acqua, il prossimo spazio nebuloso. Euforico, il piú del tempo. D’un umore espanso. Un posto dove andare ce l’ha sempre, anche se dalla pensione convenzionata con l’Ussl vicino a Porta Nuova è stato sfrattato. È umiliante, stare nella pensione, dice. È come un orfanotrofio, dice, e lui sa di che cosa parla perché l’odore museale dei corridoi dove s’innestavano le camerate, dell’ufficio verde del direttore, del refettorio dai soffitti religiosamente alti e dei vasi di vetro con dentro le caramelle tonde e piatte di zucchero ce l’ha ancora nella testa. Il luogo è in lui. C’è troppa confidenza, troppa inerzia in quei posti che servono per custodire e intanto osservare chi fuori di lí non ha anima che l’aspetti: persone di cui nessuno vorrebbe sentire parlare, barche che strusciano, mentre lui cerca le cose luminescenti, splendide, dalle quali torna mezzo distrutto perché spesso le cose splendide scorticano la pelle, feriscono la testa, le braccia, le mani, le ginocchia. Sono furie.

Pomeriggio 17-11-82
Da rilevare che ci hanno telefonato dal p. soccorso Moncalieri che avevano una persona malandata, dai connotati risultava Debernardi Fosco. Ha mangiato, ore 18,30 approfittando che uno di noi doveva tenere a bada il signor Beltrami e La Gatta, usciva di prepotenza, mentre l’altro metteva fuori il carrello. Da lontano ci diceva che rientrava e correva.
Spadaro – Bianco

Gli occhi dell’uomo che chiamava padre erano da tempo entrati nei suoi. Occhi crepati. Continua a bere, Debernardi: per dissetare la terra inaridita dell’iride, testimonianza di una vita frammentaria, dispersa. È una storia comune, di chi cerca riparo da tempeste e piogge.
Novembre è un’ora silenziosa: non si attendono bufere, i boschi dormono, le teste si fanno nere. Non c’è fine alla sete, e poi arriva la fame, e un pomeriggio qualunque di quel mese morto Debernardi porta via delle bistecche dalla cucina e tocca un po’ dappertutto, perché lui è vivo, prende a pugni l’apparecchiatura, interrompendo cosí le comunicazioni in corso, e urina sulla sedia della centralinista allagando mezzo ufficio, e strappa i capelli alla dottoressa del Pronto Soccorso, ecc ecc……

23-11-82 Pom
Hanno telefonato l’ispettore sanitario, l’impiegato dell’ufficio tecnico, la centralinista, il Pronto Soccorso, l’agente di P.S. del Pronto Soccorso, chiedendo provvedimenti nei confronti del paz. Debernardi.
Perrone – Scopece

(Pensate a me con indulgenza, quando sarà il momento di guardare chi vi è stato accanto su questa terra, benché invisibile. Possiate essere gentili una volta trascorso il tempo, perché sono stato in rivolta anche per voi, che lo sappiate o no).

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Autore

vanni.santoni@gmail.com

Vanni Santoni (1978), dopo l'esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L'età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera. Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

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