Dopo aver letto una certa quantità di libri, molti dei quali straordinari, capita a volte di pensare qualcosa del genere: che altro mai potrò leggere che sia capace di aggiungere altro, di sorprendermi, di precipitarmi ancora nella meraviglia della letteratura? Niente di più sbagliato: si tratta di un pensiero tremendamente ozioso, a qualsiasi età possa essere partorito. Ecco: la scoperta di un libro come La città di Mario Levrero, in questo senso, è formidabile, ti precipita nel pieno di quello stupore, in quel turbine caotico di immagini e scene fantastiche che assolvono alla missione ultima della letteratura: farti piombare in mondi nuovi, precisi nel dare forma alle nostre angosce, così come alle nostre speranze.
Levrero, nato a Montevideo nel 1940 e scomparso nel 2004, è stato – oltre che scrittore – fotografo, umorista, sceneggiatore di fumetti e insegnante di scrittura creativa. La città fu il suo primo romanzo; risale al 1970, ma – primo effetto speciale di un libro che ne riserva diversi, a ogni pagina – la sua lettura è perfettamente ancorabile al presente: è senza tempo, essendo ambientata in una dimensione che presenta poche coordinate temporali e che potrebbe aver avuto luogo ieri, l’altro ieri, oggi, ma persino domani. Anche da un punto di vista geografico le coordinate sono vaghe: certo, siamo in Sudamerica, ma potremmo essere senza troppi sforzi in qualsiasi altro luogo; o meglio, in qualsiasi altro non-luogo.
Già, perché «la città» del titolo è in realtà la rappresentazione metaforica di un non-luogo per eccellenza. Nel bel mezzo del nulla, ecco una stazione di servizio, un emporio, un bar, qualche negozio e poco altro. Ma andiamo con ordine. Non sappiamo granché del protagonista del romanzo, se non che abita una casa non sua, un’abitazione sfatta, senza elettricità, praticamente senza niente; e così, in una notte per di più rotta da una pioggia incessante, decide di scendere in strada alla ricerca di un negozietto dove acquistare il minimo indispensabile per passare la notte, e magari mangiare un boccone.
Da qui, da una circostanza banale ma inserita in un contesto già obliquo, persino sinistro, inizia un’odissea personale, e sì, kafkiana, dato che Franz Kafka è stato uno degli eroi di Levrero, citato già in esergo («Vedo in lontananza una città, è forse quella che intendi tu? Può darsi, tuttavia non capisco come faccia a vedere laggiù una città, io ho cominciato a vedere qualcosa laggiù solo da quando tu hai attirato da quella parte la mia attenzione, e comunque nient’altro che dei contorni indistinti nella nebbia»).
Sin dall’inizio la vicenda del narratore prosegue per tentativi, come fosse in una dimensione labirintica da dover continuamente districare; del resto, Levrero fu anche abile creatore di rompicapi e cruciverba, e quello in cui si ritrova il suo protagonista è un accumulo di incontri, segni e variabili che conducono a un autentico rompicapo . L’uomo dapprima si perde nella notte piovosa; quindi, spaesato e in cerca di un modo per rincasare, viene accettato a bordo di un misterioso camion, governato da un autista scostante e soprattutto in compagnia di una fatale compagna di viaggio. Quando il camionista molla a terra lui e lei (non dopo che Levrero abbia lasciato che tutto un motore di ambiguità intercorresse tra i tre passeggeri), i due intraprendono un cammino verso la misteriosa città del titolo.
La vicenda si complica ulteriormente. La città è in realtà un ammasso borgesiano – e dunque misterioso e impalpabile, fatto della stessa materia dei sogni – di botteghe e casupole, popolato da persone strambe, inaccessibili («Quello, in realtà, non era nemmeno un paese; non saprei come chiamarlo. Direi che era, piuttosto, una grande stazione di servizio, molto vistosa e dai colori sgargianti, circondata da alcune case vecchie, raggruppate lì come per caso»).
Scopriamo il nome della donna, Ana, soltanto quando quest’ultima scompare, come un fosse stata un miraggio. Lo spaesamento del protagonista si fa sempre più denso e si trasmette in una modalità del tutto automatica al lettore, che non deve fare alcuno sforzo per sentirsi investito da un intreccio di turbamenti e senso d’oppressione, proprio come accade nelle storie di Kafka.
Visionario, con un’architettura lineare eppure complessa, composto da momenti di pura bellezza (come quando viene descritto un suono impercettibile, così: «Questo suono, a volerlo spiegare, era simile a quello che potrebbe produrre un foglio di carta molto leggera che cadendo dal soffitto, in modo uniforme e lento, sostenuto dall’aria, andasse a sfiorare con uno dei bordi un muro dipinto a calce, o con una certa ruvidezza sulla superficie») La città compone una trilogia assieme a Il luogo e Parigi. Con un romanzo così, non si può non includere Mario Levrero nella cerchia neanche così ristretta dei grandi scrittori sudamericani, una schiera che ha saputo regalare alla letteratura mondiale alcune delle più belle storie mai scritte, e persino pensate.
Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.

Noi, instancabili lettori, siamo così. Quindi che dirti? Grazie per il suggerimento!