È convinto di abitare la periferia del canone, Andrés Neuman. Che si tratti di romanzi, di narrazioni brevi o di poesia, la sua reinterpretazione dei procedimenti investe la dimensione temporale, la linearità della trama, la complessità formale, la voce. Nel suo universo letterario l’indagine sul corpo esplora gli anfratti per celebrare lo scarto: l’oggetto d’indagine rivela l’insignificanza dell’individuo, la sua finitezza, l’incombenza della replica, il ridicolo celato dietro ogni assillo.

Quando i tentativi di non soccombere a un dissidio interiore si legano alla riflessione sul dramma come reiterazione, una cicatrice può costituire una memoria sensibile. Il paradosso di un corpo che diventa incidente, su cui l’autore già si interrogava in Frattura (trad. Federica Niola, Einaudi, 2019), trova ora una nuova declinazione nel racconto del reale reso per tormenti, chimere, convinzioni, illusioni.

Con Anatomia sensibile (trad. Silvia Sichel, 2021) Neuman compone una sorta di glossario emotivo della materia umana. Un gioco di prosa e poesia che si fonda sull’umanizzazione di arti, organi, dettagli anatomici per rivelare la propensione del poeta a trasgredire continuamente la linearità espressiva.

L’elemento surreale è al contempo profondamente razionale: la scelta di rendere protagoniste della narrazione le parti anatomiche permette di attuare continui espedienti retorici per comporre un disparato campionario umano. Rendere antropomorfici i comportamenti di una schiena, biasimare il braccio e lodare il gomito, identificare un’ornitologia dell’ascella, un bagaglio del petto, permette lo sviluppo di un’infinita gamma di personaggi attraverso cui registrare manie e maniere ricorrenti nell’individuo.

Parte dalla pelle perché ritenuta custode di una memoria assoluta e capace, attraverso le sue trascendenze, di celare “la riserva del peso delle cose”. Si muove nel corpo passando per la grandezza della testa (“nel bene o nel male, qui comincia e si conclude la persona”), per affrontare le rivoluzioni dei capelli ritenendo la pettinatura un atto politico, “forse perciò le nostre rivoluzioni in questo campo sfociano spesso in una delusione”.

L’esito comico non riguarda solo la naturalezza con cui redige il manifesto della natica, stila dieci dilemmi per la mano, o definisce il naso come utopia, ma deriva in particolar modo dal linguaggio, con una scelta che si nutre dell’incontro di registri diversi, dal descrittivo al simbolico, dal surreale al grottesco, dall’epico al quotidiano.

Una disinvoltura che rende autentica una voce letteraria vicina, tra gli altri, a Virgilio Piñera nel racconto del reale, a Clarice Lispector nei motivi espressivi, a Giorgio Manganelli e Giovanni Papini nell’esercizio formale e linguistico per generare un rovesciamento di senso, a Samuel Beckett nell’uso del comico, a Ennio Flaiano nella vivace lievità, a Juan José Arreola nel continuo cambio di registro favorito dalla sintesi.

Convinto della possibilità di rintracciare suoni familiari anche in un alfabeto estraneo, Neuman fa proprie le suggestioni dei protagonisti delle sue narrazioni per inventare una sorta di “fonetica di confine” che gli permette di accostarsi a una lingua a partire dalle intonazioni e dai silenzi. Dedicherà un’intera raccolta di poesie al tema, Vivir de oido (Almadia, Città del Messico, 2017) nell’intento di rintracciare i segni di un’identità che provengono da un’eredità famigliare dolorosa, identificati attraverso il suono come veicolo portatore di storie mosse dal passato.

Tra liriche addominali e occupazioni dell’ombelico che, “incapace di accettare la propria realtà, si orienta come una bussola che disprezzasse il nord”, Neuman si pone in ascolto del corpo per distinguere la melodia che muove il vivere. Intona una dissonante sinfonia di afflizioni e sussulti a partire dall’identificazione di tracce d’identità che diventano narrazione del presente, tra epifanie amorose, fugaci riflessioni esistenziali, scorie di smarrimento, trasfigurazioni fisiche e inganni che dissuadono dalla realtà.

Se il patrimonio riconosciuto della caviglia è quello di farsi “cerniera tra la meta e il terrore di raggiungerla”, è il piede, nel suo ritmo e nei suoi disordini, a porre in versi le frasi della gamba. L’insistenza su dettagli anatomici e il carico di un significato figurato apre scorci sull’osservazione di un’indole comune, sulle incongruenze dell’agire umano, come nell’identificazione del collo come “Periscopio dell’io”.

Nido retrospettivo, gli uccelli del passato riposano sulla nuca, composta di fessura e brivido. La prima fa da trampolino alle correnti d’aria, ventilando la chioma. Il secondo serve per allertare i peli, che si inerpicano come sherpa su per un dirupo e temono la valanga della memoria. Il promontorio del pomo d’Adamo riproduce, in scala I : 2, la forma della coppa; osserviamo entrambe le cose con sincero appetito.

Sono i particolari minimi a farsi portatori di mutamenti che diventano metafora di una condizione esistenziale condivisa, resa con un’abile tessitura ironica. Al contrario del “pene senza qualità” che a causa del peso della responsabilità non accetta “la sua gloriosa esiguità”, “una vagina tutta per sé” diventa simbolo identitario, richiama le rivendicazioni femministe ottenute dopo secoli di ingerenze e soprusi: “La vagina ha attraversato un parto storico per la gestazione del proprio spazio. Da allora non ha più smesso di darsi alla luce”.

Ogni relazione trova una traduzione nei tentativi di decodificare l’altro lungo percorsi alternativi a quello verbale, a partire da una classificazione sensibile che diventerà la traccia per i grandi temi che caratterizzano l’intera produzione letteraria di Neuman: la ridefinizione di rapporti sulla base di un’assenza che contribuisce a una costruzione immaginaria, come in Le cose che non facciamo (trad. S. Sichel, Sur, 2017); l’indagine su un’idea di maternità; la riflessione sul tempo con un’attenzione all’infanzia che diventa il prisma per osservare la società e innescare un’analisi politica e storica – predominante in particolare in Una volta l’Argentina (trad. S. Sichel, Ponte alle Grazie, 2011) e Il viaggiatore del secolo (trad. S. Sichel, Einaudi, 2019) –; l’analisi della sessualità come fascinazione e mistero nell’esplorazione dell’altro; l’alterazione del reale come mezzo per esperire un presente alternativo; il costante richiamo a una natura indifferente e ostile che domina i versi raccolti in Decada 1997-2007 (Acantilado, Barcellona, 2012).

La personale misura identificata nella forma breve rivela una scrittura esatta, con un sapiente equilibrio dei toni cupi e luminosi. Le storie racchiuse nei frammenti di Anatomia sensibile chiamano il lettore a districarsi nella polisemia del testo. Il corpo come strumento primario di esplorazione emotiva del mondo permette a Neuman di tracciare la cartografia della società del presente.

La tempia è un tumulto, il cortile di un condominio in cui nessuno dorme. Ogni volta che si mette a pulsare, nella testa si aprono e chiudono finestre. Alcune chiedono silenzio. La maggioranza, sangue.

La prosa limpida e evocativa risalta in un’opera priva di una reale trama, ma che rivela la propria originalità nell’accento assegnato alla struttura formale e contenutistica: è l’architettura-corpo a forgiare i personaggi e renderli indipendenti. In tale gioco compositivo è infinita la gamma di itinerari componibili: il graduale disvelamento di indizi, caratteristiche, simboli, rivela l’abilità del narratore di dosare l’enfasi comica stratificandola per comporre un genuino e bizzarro universo anatomico.

Per quanto insista l’anatomia ortodossa, l’occhio non appartiene al corpo, bensì alla sua possibilità di rappresentazione. [..] Senza avvallo ottico, vivremmo circondati di congetture.

Che si tratti dell’essenzialità della parola poetica o della prosa di racconti o romanzi, Neuman restituisce al lettore storie che a partire dai traumi rivelano una sottile armonia alla base di una personale visione del reale.

Con Anatomia sensibile compone una commedia umana che mette in scena le aspirazioni e le frustrazioni, le manie e le ossessioni, il ridicolo dell’individuo. Il corpo nella sua interezza diventa un palcoscenico di miserie e fragilità i cui tumulti trovano senso nel multicorpo dell’anima.

Un bel trucco per non smettere mai di guardare è la miopia, più che un difetto una risorsa plastica: gli oggetti si riconfigurano con l’eleganza di una pinacoteca.

 

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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