Uno spettro si aggira per le librerie italiane: non lo spettro del comunismo bensì il nuovo libro di Igor Sibaldi, La Russia non esiste, un romanzo di mille pagine che segue le avventure di Nil – un bambino randagio, un ladruncolo, poi una spia, un assassino e un dongiovanni – nella Russia sovietica, in Germania e in Francia dal 1919 al 1945. Anche l’autore, Sibaldi, può essere considerato uno spettro delle nostre librerie, con libri che spaziano dalla filosofia alla narrativa alla saggistica e alla critica letteraria fino al teatro e ai più vasti e inesplorati settori dell’angelologia. Sibaldi è uno scrittore mistico che non si pone il problema delle frontiere fra un genere e l’altro; le sue opere non sono catalogabili in un unico scaffale. È anche un filologo e uno slavista: per Mondadori ha curato gran parte dei capolavori russi dell’Ottocento, compresi I fratelli Karamazov e Guerra e Pace. Alcuni suoi saggi introduttivi sono memorabili.

Tolstoj, più di Dostoevskij, sembra essere uno dei modelli de La Russia non esiste, un modello sia letterario che filosofico; tuttavia il romanzo potrebbe anche essere accostato a Dickens e – per la precisione stilistica, specie nella prima metà del libro, e per la poetica dell’eros di molte sue pagine – a Flaubert. Nil cresce, ama, uccide, combatte in guerra o fa vita mondana con la stessa docile imperturbabilità nei confronti del proprio destino, ovvero del Lupo Grigio di una fiaba russa che guida i suoi passi lungo tutto il romanzo, di un uomo il cui nome rimanda, in latino, a niente, al nulla, “nihil”, e che quindi essendo nulla può essere o divenire (o aspirare a) tutto. Nil diventa il confidente e il protetto di molti pezzi grossi dell’Unione Sovietica, e se la cava sempre, facendo colpo persino su Stalin. Sopravvive senza sforzi, perché la fortuna o gli dèi lo aiutano ovunque, nei malfamati vicoli russi e in battaglia, nei lager e nei salotti e addirittura su un aereo in mezzo alla bufera che può cadere e non cadere, ucciderlo o salvarlo.

“La nuvola era la morte” racconta Sibaldi. “Veniva avanti e indietro e bisognava lottare. Goga lottava. Non Nil: Nil era il passeggero. Era sempre stato il passeggero. Questa idea lo fece sorridere, inspirò l’aria già umida ed elettrica di tempesta e si guardò lentamente attorno: a destra i boschi e il fiume erano ancora illuminati dal sole.” Nil sopravviverà e l’aereo atterrerà a Soči, nel sole, presso la villa di Stalin. Il lettore troverà Stalin e i suoi sottoposti che giocano a biliardo, lieti di accogliere il giovane e bello Nil, la spia che piace alle donne. “È un lampone” pensa lui osservandoli, ovvero nient’altro che una delle bande di randagi in cui imperversava da ragazzino. Stalin è il capobanda. Gli altri – Mikojàn, Vorošilov, Poskrëbyšev, Mòlotov – sono i suoi sgherri. Nil si ambienterà senza problemi.

Il tema di Dio, della sua possibile o impossibile ma comunque sconvolgente esistenza o inesistenza, è ripreso spesso dai personaggi del romanzo. Vera, il grande amore di Nil, dice: “Ci hanno sempre imbrogliati su Dio. Chi ha saputo cos’è Dio se lo è tenuto per sé e ha raccontato alla gente che Dio manda all’inferno, che vuole che andiamo a messa, e che se uno rispetta i comandamenti Dio lo premia. I comandamenti! Che solo a impararli a memoria bisogna diventare attori, figuriamoci poi metterli in pratica.” Per Vera, e quindi anche per Nil, Dio significa l’ispirazione. È grazie all’ispirazione del momento, alle improvvisazioni del suo pensiero e dei suoi atti, che Nil riesce sempre a salvarsi. In questo c’è qualcosa di felino, che lo riavvicina continuamente a un suo primordiale istinto di sopravvivenza. D’altra parte, come sanno i non pochi lettori dei suoi testi filosofici (o di angelologia: pensiamo soprattutto a Il tuo aldilà personale), Sibaldi vede nei gatti degli esseri più prossimi a Dio, vale a dire all’altrove e al mistero dell’esistenza, di quanto non lo siano gli uomini. Da bambino infatti Nil parla con un gatto, Murr; il ricordo di Murr lo accompagnerà per tutta la vita. E più avanti discute con i compagni persi, con le voci dei suoi amici randagi, pensando: “Sto immaginando. Mi invento, come gli attori di teatro.” Però in seguito uno dei personaggi del libro, Žilenkov, gli dirà: “Ci sono sempre voci nella mente, voci che spiegano i pensieri, domandano, rispondono, protestano, gridano.” Le voci del pensiero – i fantasmi, le ombre, financo dio e il diavolo – sono molto importanti in tutta l’opera di Sibaldi.

Ma La Russia non esiste è innanzitutto un vasto romanzo di sesso e di morte. E di poesia. Il Novecento russo, oltre che sanguinoso, è poetico, mirabilmente poetico. Da bambino Nil è quasi analfabeta; poi imparerà a leggere. Savrasov, uno dei suoi protettori, lo porterà a vedere Majakovskij a teatro – e qui ci sono alcune fra le pagine più belle del romanzo, con Majakovskij che recita La nuvola in calzoni, e “il tempo passava, largo, si allargava, ogni minuto era lento, ma come sono lente le nuvole, e poi torni a guardarle e ti accorgi di quanto si sono allontanate…” Ciononostante i tempi della poesia nell’Unione Sovietica sono difficili, infernali; non a caso Sibaldi è un grande lettore di Bulgakov. Quando alcuni scrittori stranieri, fra cui Aragon e Malraux e Klaus Mann, visitano la Russia, Savrasov si raccomanda di ospitarli nel modo migliore. “Lusso sfrenato” dice. “Feste. Biglietti gratis dappertutto. Automobili a disposizione. Gite. Parate. E troie gratis. Hai detto di non chiedere soldi, sì? Bisogna che capiscano che nel nostro puttanaio c’è un’etica. Noi vi diamo l’amore e non guai, e voi dateci la vostra anima. Giusto? Devono sapere che questo è il Paese della felicità.” I ritratti di alcuni scrittori russi allora in voga – Alekséj Tolstoj, Babel’, Šolochov – sono esilaranti.

Leggere un libro di mille pagine oggi è un atto di ribellione culturale, ha detto recentemente Sibaldi. La Russia non esiste può essere raffrontato, per tema e imponenza, a Le Benevole di Jonathan Littell o a L’ottava vita di Nino Haratischwili, due grandi romanzi contemporanei che pure si confrontano con gli orrori del Novecento; tuttavia in Littell e in Haratischwili l’orrore è accentuato e a tratti perfino estetizzato (è soprattutto il caso di Littell), quasi a voler scioccare a tutti i costi il lettore, mentre in Sibaldi ogni orrore è normalità. Nil non crede di essere all’inferno e perciò non vi è, rovesciando l’assioma di Rimbaud. Se la gente intorno a lui muore, è perché così deve succedere. “È il tempo della morte, a noi hanno dato il diritto di uccidere, c’è una tempesta e noi siamo le onde” gli dice uno dei personaggi, Dibič, durante la repressione in Ucraina. Le onde non hanno colpa delle tormenta che le agita; gli uomini, Nil, sono attori che non possono non portare a termine il dramma che li attraversa, la storia umana. Quando tentano di voltarle le spalle o imporsi, magari organizzando un esercito antisovietico per la Nuova Russia, di nuovo la Storia impone il caos delle proprie ragioni e gli uomini, i personaggi, sono costretti a fuggire o a uccidere per salvarsi. Žilenkov, complice di Nil, gli dice: “Non c’è dubbio che la Storia voglia Hitler e Stalin. Li aiuta, li protegge. Gli lascia sterminare più gente possibile. Chi ha detto che la Storia sia amica degli uomini?”

Igor Sibaldi ha raccontato di aver proposto il manoscritto all’editore Mondadori nell’ottobre del 2021, e che inizialmente gli avevano chiesto di tagliare la parte in Ucraina; qualche mese dopo Putin invaderà l’Ucraina e l’editore cambierà idea – le pagine ucraine sono rimaste. L’attualità, la guerra, di fatto ci fa leggere questo libro non soltanto dal punto di vista narrativo e estetico ma anche storico e politico. Cos’è dunque la Russia? “Nella Russia si può soltanto credere, perché la Russia non esiste” dice uno dei tanti personaggi del romanzo, Meàndrov, riprendendo una lirica di Fëdor Tjutčev riportata a fine volume. La Russia non esiste; la nuance mistica e ossimorica – la Russia, che è reale, in verità non esiste – di queste parole ci fa pensare che gli eserciti e gli uomini di tutti i tempi combattano e si dibattano per quel nulla insensato che in mancanza di termini migliori chiamiamo Storia. Per fortuna anche la poesia, il nostro sentire e divenire (e restare) umani, ci accompagna e può essere, lei, più disperatamente reale della Storia stessa: della sua e della nostra mostruosità.

 

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Autore

edopisani@minima.it

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988 e vive a Roma. Ha esordito con il romanzo E ogni anima su questa terra (Castelvecchi Editore, 2022, finalista premio Berto, finalista premio Flaiano Under 35). Con Castelvecchi ha pubblicato anche il saggio E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! (2023) e il romanzo Al mondo prossimo venturo (2024). A gennaio 2026 l’editore Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

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