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Foto di Chaos Soccer Gear su Unsplash

Italia, Germania, Svezia e Inghilterra: queste le quattro Nazionali Scrittori che si sfideranno per l’evento charity “Writing Solidarity”, in programma a Roma il 2 e 3 settembre 2023. L’evento – organizzato da “Come si scrive una grande storia”, la scuola di scrittura e sceneggiatura di Francesco Trento – è volto a sostenere il progetto di Nawal Soufi, l’attivista italo marocchina che ha dedicato il suo impegno a rifugiati, profughi e richiedenti asilo. Scrittori e scrittrici da tutta Europa, registi, sceneggiatori, ma anche attori, si alterneranno sul palco del Teatro Garbatella per due giornate di talk e lezioni di scrittura, a cui si potrà partecipare in cambio di una donazione. Molti i nomi degli ospiti presenti: da Tobias Jones ad Antonella Lattanzi, da Daniel Tatarsky a Nadia Terranova, da Zerocalcare a Francesca Melandri. Non solo scrittori, ma anche sceneggiatori, registi e attrici come, tra gli altri, Sebastián Borensztein, Lino Guanciale, Stefano Lodovichi, Paola Minaccioni ed Emanuela Fanelli. Tutto il programma su  https://writingsolidarity.it/.

di Martino Ferrario, portiere della Nazionale Italiana Scrittori

È difficile trovare due mondi apparentemente più distanti di calcio e letteratura, almeno in Italia, così difficile che non appena letta l’affermazione probabilmente ti sono venuti in mente alcuni titoli che hanno trattato, divinamente, l’argomento. Febbre a 90 di Nick Hornby,  Il maledetto United di David Peace, Azzurro Tenebra di Giovanni Arpino o Fùtbol di Osvaldo Soriano.

Eh sì. Perché il primo istinto è quasi sempre quello di negare, di pensare sia una cazzata. E, tanto per essere chiari: lo è. Solo che calcio e letteratura sono diventati uno stereotipo. Uno stereotipo di appartenenza di luoghi agli antipodi. Uno stereotipo che, almeno a una prima occhiata, è davvero difficile da negare.

Il lavoro di squadra contro lo squillo di una singola persona. L’imprevisto che cambia tutto all’ultimo secondo contro il lavoro certosino di mesi se non, più spesso, anni per costruire una struttura a prova di bomba. L’attesa spasmodica e allo stesso tempo immota per quell’attimo di feroce dolore o ineguagliabile felicità contro la necessità di essere presi per mano, accompagnati all’interno di una storia dalla prima all’ultima pagina.

Fruibilità, insomma, ma anche aspettativa.

Io non mi aspetto che la mia squadra segni un goal né che lo subisca. Lo voglio, lo desidero, ho un fuoco che mi brucia le viscere nell’attesa che succeda, ma quando non capita so che qualche giorno dopo ci sarà una nuova occasione, e io sarò sempre lì – su un seggiolino dello stadio, al pub, sul divano o ovunque preferisca – ad aspettarla.

Un libro, invece, quando non mi prende o non vale nulla (perché, diciamolo senza remore, molti dei libri che vengono pubblicati hanno un valore letterario minore di un “biscotto” da zero a zero su un campo di provincia di una serie minore) mi lascia l’amaro in bocca. Mi fa pensare di aver buttato soldi – peraltro molti meno di quelli che ho pagato per andare allo stadio o per un qualsiasi abbonamento ai broadcast, di aver sprecato tempo e che quell’autore o quell’autrice proprio non mi vedrà più.

Per non parlare dei pregiudizi, umani e linguistici che questi mondi si portano dietro.

Non ci aspettiamo che il pubblico della presentazione di un libro sia lo stesso di una partita di calcio. Né che al Salone del Libro di Torino, accanto ai bus delle comitive scolastiche e delle biblioteche dei paesi, parcheggino quelli che portano gli ultras.

Non ho mai sentito qualcuno complimentarsi con una persona che aveva fatto un ragionamento particolarmente brillante dandogli del calciatore o della calciatrice. Mentre mi è spesso capitato sentire un “Eh, ma quello (o quella) fa lo scrittore (o la scrittrice)” per indicare una persona che al nono scalino in salita inizia a sudare ed entrare in tachicardia.

Parlando di calcio e letteratura si arriva davanti allo scontro definitivo tra l’esperienza collettiva e quella individuale, uno scontro così identitario da portare tante persone a schierarsi.

E se per una volta provassimo a cambiare il modo con cui siamo abituati e abituate a guardarlo?

Essere lettori o lettrici ci porta ad appartenere a un gruppo. Un gruppo che sentiamo elitario, un gruppo in cui ci identifichiamo e con cui abbiamo condiviso una delle esperienze al mondo che più uniscono le persone: provare emozioni.

“…ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient’altro nella testa…”

 Sono le parole di Paul Ashworth, protagonista di Febbre a 90, sono stampate su un libro – e meravigliosamente portate sullo schermo da Colin Firth – e sono la definizione perfetta di quello che ci accade quando leggiamo. Non le vediamo, tutte quelle persone di cui parla, ma non facciamo nessuna fatica ad immaginarcele quando alziamo la testa, e infatti poi ne parliamo assieme, diamo consigli, ne discutiamo e torniamo a leggere.

Eppure parlano di calcio. Di una qualsiasi partita allo stadio.

E cosa vogliamo dire di chi scrive e di chi gioca al pallone?

Mesi, anni di sforzi immani, di routine auto-imposte, il tutto pronto a consumarsi nell’istante in cui si tocca la palla o il lettore o la lettrice prenderà in mano il libro, ne leggerà la quarta e magari darà un’occhiata all’incipit.

Non importa se per arrivarci ti sei dovuto o dovuta allenare con climi boreali o subtropicali, se hai messo la sveglia a orari antelucani per scrivere almeno un’oretta tutti i giorni o se, al posto di andare a berti quella birra, hai preferito leggere, studiare, correre o andare a letto per far riposare il corpo.

A noi, il pubblico del calcio e della letteratura, questo non interessa. Vogliamo provare emozioni, le vogliamo provare nel modo più intenso possibile e lo vogliamo fare ogni volta che ci approcciamo a loro.

Calcio e letteratura sono due mondi costruiti da singoli che, senza una collettività che partecipa in modo attivo, semplicemente non potrebbero esistere, o almeno non lo potrebbero fare nel modo in cui li conosciamo.

Sono anche due dei pochi, pochissimi mondi, accessibili a quasi tutte le persone del nostro Paese – alla fine per essere un calciatore o una calciatrice ti basta aver dato un calcio a un pallone e per essere uno scrittore o una scrittrice serve saper scrivere, due skill che si imparano fin da piccoli – e che quindi possono in un modo o nell’altro conoscere.

Due mondi così vicini da sembrare distanti.

“Il calcio ha significato troppo per me e continua a significare troppe cose. Dopo un po’ ti si mescola tutto nella testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perché l’Arsenal fa schifo o viceversa” – dice ancora Paul.

Perché, con la letteratura non succede lo stesso?

 

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Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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