Sin dalla pubblicazione delle opere di Freud si può riuscire a immaginare il movimento inconscio della mente, le associazioni libere che scaturiscono e i meccanismi di controllo che danno a un movimento altrimenti complesso un certo ordine. Conosciamo anche, sempre attraverso le sue opere, ciò che significa, psicoanaliticamente, un rimosso, allontanare dalla coscienza qualcosa di spiacevole e inaccettabile, e come questo (per esempio un tabù) possa accomunare intere comunità. La letteratura ha trovato, com’è noto, un terreno molto fertile nella psicoanalisi, così come Freud ha utilizzato la letteratura per l’elaborazione e la spiegazione di certi argomenti, e non poche sono le opere che mettono in scena un dialogo tra psicoanalista (o un dottore dalla specializzazione generica) e paziente, struttura ricca di possibilità e invenzioni narrative. Un libro che esemplifica bene questo processo è, per esempio, il Lamento di Portnoy di Philip Roth, un lungo monologo di Alexander Portnoy, l’ebreo americano protagonista del romanzo, rivolto al suo psicoanalista, romanzo che non a casa viene citato dalla stessa Katharina Volckmer per parlare di ciò che ha ispirato il suo libro recentemente pubblicato in italiano.
Katharina Volckmer, tedesca ma da tempo residente in Inghilterra come la protagonista del suo romanzo, ha scritto un libro d’esordio che si inserisce in pieno nel tipo di racconto di cui si è parlato: una ragazza, di cui conosciamo molto poco, è stesa sul lettino del dottor Seligman (di cui conosciamo le mani che «sembrano quasi dei gattini, calde il giusto fin da subito» e che, «in quanto ebreo, andrà senza dubbio in paradiso») e inizia a raccontare delle sue fantasie sessuali su Hitler, ma da lì improvvisamente scarta e racconta una parte di Londra, poi si concentra su cosa significhi l’amore e cosa pensa della morte, per poi riflettere sulla sua sessualità e su un corpo che non sente suo (ancor di più in una società di cui non condivide le ingiuste gerarchie), in una girandola di pensieri che il lettore, grazie a una scrittura sempre calibrata, riesce a seguire con interesse, divertimento e, talvolta, tristezza. Il romanzo, pubblicato da La Nave di Teseo con la traduzione di Chiara Spaziani, si intitola Un cazzo ebreo e il titolo italiano con la sua inversione pare puntare più sull’aspetto irriverente (The appointment. Or, The Story of a Jewish Cock è il titolo inglese), ma questa scelta non deve distogliere l’attenzione da una narrazione eccezionale, il flusso di coscienza di una mente ondivaga controllato con maestria dall’autrice.
E se la scrittura è di per sé già un elemento molto interessante di questo romanzo, altrettanto si deve dire del suo contenuto perché le immagini, i sogni e i pensieri della narratrice costruiscono nel loro complesso un’articolata riflessione sul rimosso più ingombrante del mondo tedesco, il nazismo e, nello specifico, la figura di Adolf Hitler. «So che potrebbe non essere il momento migliore per sollevare l’argomento, dottor Seligman, ma mi è appena venuto in mente che una volta ho sognato di essere Hitler. Mi vergogno molto a parlarne persino adesso, ma ero davvero lui, tenevo un discorso da un balcone, affacciata su una folla di fanatici seguaci» recitano le prime righe del romanzo, sollevando immediatamente la questione del rapporto gravemente ferito tra la Germania e il popolo ebraico, una riflessione che trova libertà anche grazie alla scelta di far parlare una ragazza attraverso un lungo flusso di pensieri. Il fatto che il romanzo, scritto in inglese da Volckmer, abbia faticato a trovare un editore in Germania è una conferma del suo essere oggetto di riflessioni scomode (non a casa l’autrice cita anche Bernhard tra i suoi riferimenti, altro scrittore in grado di utilizzare ironia e sarcasmo per deridere la sua natia Austria): «so quello che il linguaggio è in grado di fare» scrive a un certo punto Wolckmer e pare davvero che il suo libro sia un ardito esperimento sulle funzioni del linguaggio rispetto al desiderio di riparazione tedesco e a ciò che di questa tragica storia viene collettivamente rimosso. La colpa sembra essere nella mancanza totale di un lutto vero e proprio, come nota la narratrice: «non siamo mai stati in lutto, semmai ci comportavamo assecondando una nuova versione di noi stessi – istericamente non razzisti in qualsiasi circostanza, e pronti a negare sempre qualsiasi differenza. All’improvviso c’erano soltanto tedeschi. Nessun ebreo, nessun operaio immigrato, nessun Altro. Eppure non abbiamo mai restituito agli ebrei lo status di esseri umani né abbiamo permesso che interferissero con la nostra interpretazione della storia».
Ma Un cazzo ebreo, che dissacra con intelligenza ciò su cui si posa («Riesco persino a vedere le sue lenzuola con le svastiche ricamate e il pigiama coordinato, così come tutto il resto, comprese le tazze della colazione. Ne ho viste alcune, in Polonia, in uno di quegli strani negozi di antiquariato interamente dedicati ai memorabilia dei loro persecutori, dove appunto vendevano tazze e piatti con disegnate minuscole svastiche») non insiste solo sul tema della memoria tedesca, ma va a inserirsi con altrettanta disarmante semplicità nella vita famigliare, nelle aspettative che non possono essere deluse, nelle forze che spingono ognuno a obbedire a desideri standard. La narratrice rivendica il diritto più importante di tutti, di essere libera, e quindi di divincolarsi dalle strette della famiglia (nel caso del libro di una madre vanitosa e molto femminile e di un padre debole e malato, venditore in pensione che ogni anno si reca alla fiera delle lavatrici a Norimberga, città dove si fa di «tutto, pur di far dimenticare alla gente l’altro evento annuale che era solito svolgersi lì e le famose leggi che avevano preso il nome della città e che dividevano le persone in categorie umane e subumane, decidendo, con l’ausilio dei più piccoli e dilettanteschi grafici a torta, chi meritasse di vivere e chi no») e di potersi liberamente svincolare dalle logiche maschili in ogni ambito della quotidianità («nessuna religione che mi sia mai capitata di incontrare aveva qualcosa di carino da dire sulle donne»).
Ecco perché attraverso questo racconto, vertiginoso nella sua struttura e magistralmente controllato, emergono ossessioni esistenziali profonde e inevitabili, una confessione assolutamente contemporanea, un’analisi collettiva e liberatoria.
Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”, “Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi” e “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico”
