L’ultimo romanzo di Angela Scarparo - appena uscito ma finito di scrivere nel 2013, secondo la data apposta nell’ultima pagina - Istruzioni per un anticomunismo di massa (Castelvecchi 2025) ha un titolo provocatorio che evoca il linguaggio dei manuali e dei prontuari, un linguaggio da pedagogia spicciola, da semplificazione per addestrare il lettore alla rassegnazione. Secondo Scarparo, infatti, non è mai esistita un’alternativa all’idea che la società possa essere organizzata diversamente da come è, nonostante qualcuno – forse anche lei – ci abbia creduto. La parola “massa” evocata nel titolo fa riferimento alla nozione novecentesca con cui si accompagnavano le parole “cultura”, “comunicazione”, “consenso” (di massa) in una specie di tradizione gramsciana rovesciata: non più un’egemonia culturale progressiva bensì una egemonia reazionaria normalizzata dove l’anticomunismo – inteso come una sorta di liberismo all’estremo, dove l’individuo è l’unica unità pensabile e ogni forma di solidarietà una minaccia alla libertà personale – è una pratica diffusa, quotidiana e automatica, che assorbiamo senza accorgercene, perché nessuno crede ormai che ci possa essere un’altra possibilità di organizzare la nostra vita, i rapporti amorosi e quelli di potere, che a volte coincidono.
Il romanzo segue Adriana, una donna di mezza età, immersa in un ambiente borghese e familiare ordinario. È l’estate del 1993 a Roma quando la incontriamo, senza lavoro e con un ex-marito con elevate ambizioni professionali, che usa i figli come moneta di scambio. Adriana trova un impiego altrettanto improbabile come PR per Ivana, una intellettuale di origini polacche che incarna il conformismo dominante, una donna con idee molto precise, una voce esasperata del panorama culturale post-ideologico e post-comunista cui Scarparo allude come riflesso di una sinistra smarrita e disillusa. La storia si concentra sui gesti quotidiani, le conversazioni, le paure e le piccole rinunce dei personaggi. Adriana e gli altri vivono rapporti familiari pieni di rancori e silenzi, affrontano routine professionali e sociali che sembrano inevitabili e sono invischiati in piccoli compromessi morali, dove anche i sentimenti più intimi vengono filtrati dal buon senso dominante. Il romanzo mostra come questo ambiente metta un ordine fittizio nelle vite dei protagonisti, facendo apparire naturale ciò che invece è frutto di convenzioni sociali. Adriana sembra cercare momenti di autenticità o di riflessione, ma si trova continuamente messa a confronto con un mondo che normalizza il pensiero, dove la mancanza di alternative è data per scontata.
La tensione tra Adriana e Ivana – da un lato la protagonista che si aggrappa alle briciole della propria identità politica e dall’altro una figura quasi fanatica di anticomunismo – è il nucleo emotivo e ideologico del romanzo. Un viaggio a Tel Aviv, dove Adriana si invaghisce di Aaron Levi, e la comparsa di Carolina, la figlia ventenne di Ivana che vuole farsi suora e che pare avere un rapporto profondo e anticonvenzionale con la religione e con Dio, fanno esplodere altre dinamiche etiche e culturali. Nel romanzo l’anticomunismo non c’entra nulla con il contesto storico, è piuttosto la fotografia di un momento antropologico che influisce sulle psicologie. L’autrice non descrive una stagione politica ma prova a mettere a nudo i pasticci delle persone “di sinistra” che si ritrovano senza bussola dopo la fine dei grandi ideali novecenteschi, e come questa deriva influenzi i rapporti personali, i desideri, il senso di appartenenza. Adriana ha una nuova relazione con Svevo, regista, ex di Ivana e suo nuovo amante, e questo rapporto aggiunge uno strato ulteriore di tensione sentimentale, con intrecci che assumono la forma di un mosaico di passioni, fallimenti, desideri incrociati.
Perché questo romanzo di Angela Scarparo mi è sembrato molto “moraviano”? Forse per il nome della protagonista, Adriana, che mi ha riportato alla memoria l’Adriana di La romana (1974)? Anche lei era una donna comune, più giovane della protagonista del romanzo di Scarparo, con una madre avida, costretta a fare i conti con rapporti di potere che passano attraverso il corpo, il lavoro, l’amore, in un ambiente urbano piccolo borghese. Anche l’Adriana di Scarparo è attraversata, come quella di Moravia, da una forma di passività innocente, che tutti e due gli autori osservano ma non giudicano. Istruzioni per un anticomunismo di massa suona moraviano anche se l’autore de Gli indifferenti viene citato una sola volta, nelle ultime pagine della bibliografia ispirazionale a supporto. E sì che il romanzo rigurgita di citazioni, rimandi letterari, nomi di autori evocati con una frequenza quasi ostentata, come se Angela Scarparo sentisse il bisogno di esibire, o forse di mettere al riparo, il proprio capitale culturale simbolico. Le buone letture di Scarparo entrano nel romanzo a volte come un tic, come un gesto difensivo di legittimazione, tipo “so da dove vengo e so con chi parlo, o con chi vorrei parlare”. Un accumulo di riferimenti che produce un effetto ambiguo: arricchisce certamente il tessuto del racconto ma, nello stesso tempo, introduce una leggera ansia di riconoscimento, Scarparo si sente obbligata a mostrare i segni di appartenenza a un mondo colto, che ha perso la propria funzione critica perché anche la cultura, come la politica, appare “normalizzata”. Interessante è che il libro sia punteggiato da frasi isolate e messe in corsivo, il che gli conferisce un tono vagamente sperimentale. Un esempio, tra i tanti:
“Guardandola, mentre pianificava, ho pensato che una donna potesse essere elegante, bella, considerarsi - come ho scritto -
‘colta e femminista‘
ma totalmente dipendente dallo sguardo di un uomo e, in quanto tale, persa”.
Un modo di scrivere che rinvia a una tradizione riconoscibile nel secondo Novecento, lo ritroviamo in Annie Ernaux, che stacca dal flusso narrativo parole e sintagmi come fossero oggetti linguistici da osservare; l’uso del distacco tipografico è anche di Joan Didion, utilizzato dall’autrice americana come sospensione del racconto, momento di autodiagnosi. La sintassi spoglia e il tono da “relazione su sé stessi” di Scarparo mi ha fatto pensare invece a Natalia Ginzburg. È una tecnica di estraniazione del linguaggio: la scrittrice prende parole che dovrebbero descrivere un vissuto e le mostra come etichette, slogan. Il corsivo funziona come una teca di vetro: ci invita a guardare la parola, non a viverla. Più che un manierismo in Scarparo sembra un uso politico della forma letteraria; in un libro che parla di anticomunismo di massa, estrapolare frasi fatte che sembrano naturali, mostrare cioè come pensiamo attraverso formule, è perfettamente coerente. Il linguaggio è una costruzione sociale, il corsivo ci fa vedere la formula, il cartellino e non è più un fatto narrativo.
Istruzioni per un anticomunismo di massa è dunque un romanzo che colpisce non tanto per la sua capacità di sedurre il lettore sul piano narrativo, ma per l’intelligenza con cui lo porta a interrogarsi sull’ampio materiale che mette in campo. Più che puntare sull’intreccio, Scarparo sembra interessata a mettere in scena un dispositivo critico, un laboratorio in cui osservare come ideologie, linguaggi e identità si depositino nella vita quotidiana. È un libro che chiede di essere letto con attenzione più che con abbandono, che stimola il pensiero più del piacere, e che, proprio per questo, risulta più sfidante che “bello” in senso tradizionale, un romanzo che lascia poche emozioni immediate, ma molte domande aperte.
Paolo Landi si occupa professionalmente di comunicazione e ha scritto alcuni libri sull’educazione dei minori all’uso consapevole dei media. Recentemente ha pubblicato “Instagram al tramonto” (La Nave di Teseo)
