di Ludovico Cantisani
Curato da Annalisa Ambrosio e Paolo Di Paolo ed edito da Electa, The Baricco Book è dichiaratamente e spregiudicatamente il catalogo di una mostra che non esiste – non ancora, perlomeno. Tra i dieci autori italiani di tutti i tempi più tradotti nel mondo, dagli anni novanta ad oggi Baricco ha contribuito in modo attivo, esplicito e a tratti frenetico al rinnovamento del concetto e delle pratiche di narrazioni in Italia, sia nel suo lungo e sfaccettato percorso editoriale e letterario, tra romanzi, saggi, articoli su giornali e incursioni in altri linguaggi come il cinema e il teatro, sia con l’importante esperienza della Scuola Holden di Torino, fondata nel 1994 e presto annoverata tra le più importanti scuole di storytelling – qualunque cosa questa espressione veramente significhi – di tutta l’Europa. Come scrivono i due curatori nella prima pagina del volume, Alessandro Baricco “ha definito nel tempo un certo modo di essere scrittore. Piuttosto diverso dal modello novecentesco. Qui si cerca di capire come”.
The Baricco Book immagina un percorso attraverso l’opera, la figura pubblica, l’immaginario narrativo e le teorie narratologiche di Baricco tramite una serie di “stanze” introduttive e un campionario di 99 oggetti variamente connessi con l’universo che ruota attorno a Baricco narratore, intellettuale, personaggio pubblico e maestro di storytelling. Una delle più sorprendenti affermazioni di questo catalogo per una mostra virtuale e ideale sullo scrittore fa notare che “Baricco ha cominciato da una tesi in Filosofia su Theodor Adorno, Primo Levi si è laureato in Chimica, Fernanda Pivano ha tradotto i suoi primi libri di nascosto, Umberto Eco ha detto di aver smesso di credere in Dio studiando Tommaso d’Aquino negli anni dell’università torinese. Forse alcuni scrittori piemontesi, per trovare il loro spazio di libertà e privacy hanno bisogno di dare agli altri l’impressione che stanno andando da un’altra parte. E poi, di soppiatto, infilarsi nel corridoio”. Oltre a Gianni Vattimo si individuano come maestri di Baricco, sulla base delle prefazioni che ha scritto e delle lezioni che ha tenuto, Conrad, Melville, Benjamin, Fenoglio, Fante, Guareschi, Faulkner, Steinbeck, McCarthy e, abbastanza sorprendentemente, Walt Disney. A più riprese The Baricco Book si interroga su quali siano i tratti specifici di Baricco nel panorama letterario dell’Italia contemporanea, individuandone uno senza dubbio nella sua attenzione per la contemporaneità. “A differenza di tanti altri scrittori di romanzi, Baricco presta una speciale attenzione alla cronaca e non evita di esprimere la sua opinione riguardo a ciò che sta avvenendo in quel momento”, si legge nel volume. “Forse per questo motivo, a differenza di tanti altri scrittori di romanzi, il lancio di molti dei suoi libri è stato accompagnato da azioni collegate alla realtà del momento (una live chat per City, un reading per Omero, Iliade, un book trailer per Emmaus, e così via). Spesso queste trovate hanno a che fare con il recente sviluppo tecnologico: ci giocano, sperimentano, lo esplorano senza paura. Velocità”.

Altrettanta attenzione The Baricco Book la presenta ai molteplici universi narrativi immaginati dall’autore dal 1991 dell’esordio Castelli di rabbia, vincitore del premio Campiello, fino al suo più recente romanzo Abel del 2023. Guardando i personaggi secondari dei libri di Baricco, si legge in una delle pagine introduttive del catalogo immaginario, “si può capire qualcosa della tecnica di filatura. Sono spesso velati di surrealtà, come se lo sguardo del narratore avesse intercettato un tratto o una movenza del reale in cui si annida qualcosa di buffo, grottesco, dolce, terribile”. Interessanti anche i rilievi che Di Paolo e la Ambrosio fanno sui moduli narrativi basilari delle narrazioni di Baricco: “al di là di Abel – Un western metafisico non si può dire che Alessandro Baricco sia uno scrittore di western, ma alcuni tratti di quel genere letterario ricorrono nel suo modo di raccontare le storie, due in particolare: il duello (siano le armi pistole, ritratti, automobili o i tasti di un pianoforte) e la fantasia di una traversata immensa da compiere”. Tempismo, visione, leggerezza, design e soprattutto velocità sono le parole chiave con cui Di Paolo e la Ambrosio analizzano la narrativa e in generale l’opera di Alessandro Baricco.
Tra i novantanove “oggetti” – in senso molto lato – che rappresentano il cuore di The Baricco Book alcuni sono scontati – il numero di Topolino ispirato a Novecento, scatti della stanza del preside alla Holden e dello studio di Baricco nella sua abitazione, la foto dell’incontro tra lo scrittore e Angelina Jolie per la presentazione del film Without Blood al Torino Film Festival 2023, l’NFT audio di Novecento lanciato nel 2022 -, altri più sorprendenti: l’edizione Einaudi, curata da Renato Solmi, dei saggi e dei frammenti di Walter Benjamin intitolata Angelus Novus – “quando la Scuola Holden era appena nata, questo testo ne era per così dire la Bibbia”, ricordò anni dopo Baricco; l’”istantanea di autore ed editor” che vede un giovane Baricco al fianco di Grazia Cherchi, scomparsa prematuramente nel 1995; la riproduzione dello screenshot della pionieristica chat per il lancio di City del 1999, una “linea diretta con Alessandro Baricco” annunciata parallelamente all’addio della consueta promozione pubblica su tv e stampa; le leggendarie sedie delle prime lezioni della Scuola Holden nella sede storica di corso Dante, poi collezionate come cimeli dagli ex-studenti dopo il trasferimento dell’istituto nell’ex Caserma Cavalli dell’Arsenale militare di Torino; i fotogrammi dello spot della Barilla del 2002 diretto da Wim Wenders e scritto da Alessandro Baricco – l’unica pubblicità che ad oggi abbia mai accettato di creare, divertito dal fatto che “volessero uno spot in cui non appariva neanche un fusillo”; il passaporto col visto cinese effettuato per il viaggio in Cina durante il quale Baricco ha scritto il finale del suo I barbari, edito nel 2006: “la Grande Muraglia non difendeva dai barbari: li inventava. Non proteggeva la civiltà: la definiva. Per questo noi la immaginiamo lì da sempre: perché antichissima è l’idea, cinese, di esser la civiltà e il mondo intero”; l’articolo che inseriva il nome di Baricco nel “Toto Ministri”, per il dicastero della Cultura, nel 2014; l’oggetto del futuro in quanto tale, ma “questa pagina è ancora da scrivere”; uno screenshot del “libro privato”, poi confluito in un saggio per smartphone di 33 frammenti intitolato Quel che stavamo cercando, in cui Baricco si interrogava sulla Pandemia come “creatura mitica”.
The Barrico Book è un libro, anzi un oggetto, piuttosto atipico nel panorama editoriale italiano contemporaneo. Non è sicuramente un saggio critico sull’opera di Baricco, indubbiamente non ha alcuna valenza biografica, non è neanche un’esplorazione ordinata dei suoi universi narrativi o delle sue riflessioni sullo storytelling – è una narrazione per simboli e sineddochi di uno scrittore che ha messo la riflessione sulla narrazione al centro della sua opera. L’idea stessa di costruire un ritratto di Baricco attraverso gli oggetti – fotografie, frammenti, memorabilia, screenshot, biglietti, suoni, residui materiali e simbolici – apre una dimensione ulteriore, che rende The Baricco Book qualcosa di più di un semplice catalogo e di molto diverso da una biografia convenzionale. La scelta dei curatori di affidare la narrazione a 99 “reperti” è già un gesto teorico: è come se la vita e l’opera di Baricco non potessero essere raccontate da una linearità cronologica, ma chiedessero piuttosto un montaggio di tracce, una costellazione di segni, un archivio da attraversare più che una narrazione da seguire – ed è qui che il dialogo con Walter Benjamin, maestro dichiarato di Baricco e citato nel libro attraverso l’edizione Einaudi di Angelus Novus, diventa particolarmente fecondo. Nel celebre saggio Il narratore del 1936, Benjamin diagnosticava la crisi della narrazione moderna: la perdita dell’esperienza condivisa, la frattura tra l’individuo e la memoria collettiva, la dissoluzione dell’aura nell’epoca della riproducibilità tecnica; la modernità ha reso difficile la pratica stessa dello scambiare esperienze, e la figura del narratore, nella sua concezione tradizionale, è stata portata sull’orlo della scomparsa. The Baricco Book sembra opporre a quella crisi una forma alternativa e sorprendente di resistenza: la narrazione non più affidata solo alla voce, o alla pagina, ma alla materialità degli oggetti, che diventano a loro volta depositari di esperienza e capaci di generare ulteriori narrazioni. Ogni oggetto del catalogo “esposto” in The Baricco Book è una specie di cristallo di tempo: un frammento che trattiene e riflette un gesto creativo, un passaggio della vita pubblica, un’idea in formazione.
I reperti narrativi raccolti da Annalisa Ambrosio e Paolo Di Paolo incarnano perfettamente la logica benjaminiana del frammento: ricomposti insieme non producono una biografia, bensì ciò che Benjamin avrebbe chiamato una “costellazione”, in cui senso e forma emergono non dalla continuità ma dagli interstizi. Oggetti come la Rolleiflex, il visto cinese sul passaporto, lo screenshot della chat di City, le vecchie sedie della Scuola Holden, il coltellaccio Bowie di Abel, la bottiglia promozionale per Emmaus sono elementi eterogenei, non gerarchizzabili, presentati senza nemmeno seguire un criterio cronologico, che assumono la funzione di piccoli templi dell’aura. In un’epoca che tende a dematerializzare tutto, l’aura ritorna proprio grazie alla concretezza degli oggetti collezionati nel volume: rari, irripetibili, segnati dall’uso, impregnati di storie. In questo senso, The Baricco Book è quasi un dispositivo anti-entropico, un tentativo di salvare ciò che l’industria culturale nella sua funzione tradizionale consumerebbe o dimenticherebbe.
Al tempo stesso, la stessa figura pubblica di Alessandro Baricco sembra inscriversi, sotto certi aspetti, nel dibattito aperto da Benjamin. Se il saggio del 1936 profetizzava la fine del narratore tradizionale, l’autore torinese incarna invece un modello di narratore contemporaneo, per non dire post-moderno: capace di muoversi tra romanzi, teatro, cinema, televisione, performance, nuove tecnologie, podcast, lezioni, reading. Non un autore chiuso nel libro, ma un performer culturale che cerca continuamente nuove forme per restituire al racconto il suo spessore di esperienza. Oggetti come il book-trailer di Emmaus, lo spot della Barilla scritto per Wenders, la live chat avveneristica del 1999 o il saggio per smartphone sul Coronavirus raccontano la traiettoria di un narratore che si getta consapevolmente nella sfida con i media e con i linguaggi, fino a volerli forzare per ricavarne nuove possibilità di racconto: un modo di fare letteratura che Benjamin avrebbe forse riconosciuto come un tentativo di reinventare la narrazione nell’epoca della sua crisi.
In questa prospettiva, la scelta dei curatori di raccontare Baricco attraverso gli oggetti appare coerente anche con un’altra intuizione benjaminiana: quella per cui la narrazione non vive solo nei testi, ma nelle tracce che essi lasciano. Non è un caso che molti oggetti del libro parlino non dei romanzi in sé, ma del loro contesto di produzione, dei loro apparati, dei loro margini: la chat online scelta al posto della canonica presentazione televisiva con l’“ospitata” da Maurizio Costanzo o similari; le sedie della prima sede della Holden invece dei programmi pedagogici redatti dalla scuola; i fotogrammi dello spot invece del romanzo scritto in quegli anni; il timbro del passaporto accanto ai paragrafi conclusivi dei Barbari – periferie che diventano centro, margini che diventano storia. Forse proprio per questo il libro suggerisce un’idea di mostra – una mostra che ancora non c’è ma che sembra già prendere forma: una mostra in cui la narrazione non è raccontata, ma vista, toccata, attraversata, esperienziata. Una mostra che mette in scena ciò che Benjamin chiamava l’esperienza “accumulata”, quella che si sedimenta negli anni e che solo un narratore autentico sa restituire. E Baricco, che negli anni ha spesso dichiarato di non credere nei confini rigidi tra i generi e tra i media, può essere letto come il protagonista ideale di un tale dispositivo.
In questo senso The Baricco Book non è soltanto un omaggio o un esercizio di stile curatoriale, ma una riflessione sullo storytelling come iconografia. Se la Scuola Holden ha insegnato che per raccontare bisogna costruire mondi, allora questi novantanove oggetti rappresentano le reliquie di un mondo narrativo che, come in un museo immaginario, ci invita a esplorare il modo in cui le storie nascono, si trasformano e si propagano. The Baricco Book è un libro che si interroga su come oggi si possa ancora essere narratori consapevoli del contemporaneo: non figure solitarie che parlano in abstracto da una montagna, ma artigiani della memoria che attraversano, rielaborandoli nelle narrazioni, un universo disseminato di segni, schermi, tracce, residui – indizi.
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