Per prima cosa bisogna ricordarsi della lingua, i termini usati, la loro posizione, la musicalità, il ritmo. Occorre pensare a come il linguaggio si rinnovi, quali gli aggettivi – aggiunti o levati – quali e dove gli accenti, quale avverbio usare e quando la sostituzione di uno di questi ultimi possa cambiare il senso della frase. Ci si deve ricordare che ogni parola ha un suono. E il suono è sordo, il suono è caldo, il suono è vuoto, il suono è limpido, il suono è una eco. Sapere che il suono della stessa parola cambia a seconda della frase in cui la posizioniamo, del momento della storia in cui lasciamo che un nostro personaggio la pronunci. Scoprire che è sempre una faccenda di grammatica, di periodi costruiti seguendo la regola ferrea, regola successivamente disattesa o reinventata; di frasi costruite seguendo la dinamica del sogno, di una realtà che è possibile reinventare. Di una realtà possibile anche se difficile da immaginare. È necessario sapere che è sempre una faccenda di donne e di uomini, delle miserie che ci appartengono, dei desideri che ci attraversano. Tutto questo fa memoria e ritorna – facendo sì che gli occhi di me lettore brillino – ogni volta che mi capita di leggere – e purtroppo non succede molto spesso, ma forse è una fortuna, chissà – una nuova storia di Giordano Meacci, come in questa primavera in cui è arrivato Cittadino Cane, edito da Industria&Letteratura, un racconto lungo, una nouvelle per dirla alla francese, per dirla come Piglia direbbe di un testo di Onetti.

«C’è un desiderio inespresso di paradiso che lo rende ridicolo. Guardate quante e quali specie di morti s’accalcano tra i suoi occhi e il sole […]»

L’invisibile, così si chiama la collana di cui il testo di Meacci è il primo titolo, è diretta da Martino Baldi, e si pone come obiettivo principale quello di esplorare il territorio del racconto lungo, o medio lungo, un habitat non troppo frequentato dall’editoria italiana, e di conseguenza dalla narrativa, ciò che non si pubblica non esiste. Un sotto strato dei tempi in cui viviamo, di sfuggente, di intangibile, che diventa corporeo solo se viene raccontato, se qualcuno ci scrive una storia. Il progetto è molto interessante e promette bene, è bella la grafica, il formato del libro. In quest’invisibile si mostra Meacci con la sua inventiva, con i personaggi che muovono le proprie esistenze nel mondo agitati da una precarietà ancestrale, attraversati da un grande senso di incompiutezza. Sono dei timidi, degli irrisolti, preda dei sogni sbagliati, di desideri senza rimedio. A volte odiosi, sempre meravigliosi.

Il futuro immaginato prima però fa ridere solo prima.

Cittadino cane è il titolo che rimanda al cinema, l’altro pianeta su cui vaga Meacci che, ricordiamolo, è anche un bravissimo sceneggiatore; perciò, pensiamo a Quarto potere di Orson Welles, pensiamo a Citizen Kane, pensiamo a come questo autore sia capace di evocare mondi e di tessere fili che legano insieme più arti, più piani temporali. Carlo Cane è un politico italiano di destra, figlioccio istituzionale di Silvio Berlusconi – Presidente della Repubblica -, scopre da una diagnosi che gli restano sei mesi, forse un anno di vita, non si fa affliggere troppo dalla novità e decide di ripercorrere tutta la sua vita, un’esistenza in bilico tra momenti di genio e segmenti di debolezze cognitivo/sentimentali.

Un uomo interessante, estremamente piccolo, lo si immagina sempre ragazzo, sempre in attesa che qualcuno (il padre o Berlusconi) gli consigli la mossa da fare, il pensiero da elaborare. Sempre solo, vittima della solitudine di chi ha perso la madre da ragazzino. Incapace di amare davvero, o soltanto di non averlo saputo dimostrare, a sua moglie, per esempio. Se il futuro non è dato, Carlo, in questo percorso a ritroso (un po’ triste, un pochino egopatico), vorrebbe in qualche tratto mettere mano al passato, e non di certo per riportare in vita sua madre, per cancellare la malattia, per ringiovanire, ma per avere al posto di ciò che è, della sua risulta, «una presenza riscritta», così scrive Meacci, nelle tipiche accelerazioni di cui la sua prosa è capace. Una prosa sempre sognante, attaccata al bordo del cielo, una prosa stellare nella duplice accezione, perché straordinariamente bella e compiuta, perché vicina alle stelle, perché si può scrivere del terreno, dell’ordinario provando a elevarlo – e torniamo all’inizio –con il ricamo del linguaggio.

C’è sempre un eccesso di pudore, nel mentire sulla propria vita; anche se lo facciamo tutti, quando ci raccontiamo. Io per primo.

Viene rievocato un incontro tra Cane e Putin, dipinto come uno che si immagina «un adone, ma secondo un’estetica russa ottocentesca riscritta». La riscrittura è un tema, ma la riscrittura del tempo, del modo, del passo che occorra alla ridefinizione di uno stile. E come non cogliere tutta l’ironia e la verità degli anni berlusconiani appena (sì, appena) trascorsi, quando nell’incontro con Cane, il buon vecchio Silvio afferma: «Avreitantovolutoessereamato», in un passaggio del libro che piacerebbe a Orson Welles, e all’obiezione di Carlo Cane, risponde che intendeva Giuliano Amato, capolavoro, chapeau.

Le pagine più belle sono proprio quelle in cui Meacci parla delle parole morte. Carlo Cane in un momento rivelatore, in cui si manifesta quasi romantico, coraggioso e perduto dice a Berlusconi, che ha paura delle parole morte, quelle dei romanzi, quelle che dicono gli attori. Soprattutto ha paura che alla rilettura, al riascolto cambino. La paura che nasce dal fatto che ricordiamo una battuta di un film, il verso di una canzone, in un modo, certi che sia quello e invece poi è diverso, chiudendo il ragionamento con una delle frasi più belle del racconto: «Se fossero le parole a cambiare quando non le guardiamo?».

C’è qualcosa di onirico nel passo di Meacci, di profondamente poetico, nella scelta di posizionare un accento, nel modo in cui un brano semplicemente descrittivo acquisti d’incanto rilevanza letteraria. A qualcuno riesce, a Meacci, per esempio.

Ci sarà qualcosa che hai seppellito dentro e che non hai mai detto…

Nel suo precedente romanzo, Il cinghiale che uccise Liberty Valance, scriveva: «È tutto un abisso di dèmoni privati, la scoperta degli altri», e dall’abisso di Carlo Cane parte per farci esplorare i suoi dèmoni, il punto è che non sono solo i suoi, perché alla lunga le debolezze si somigliano tutte, così come un desiderio che non esplode, la menzogna di ognuno di noi quando ci tocca raccontare ciò che siamo stati, menzogna che genera una sorta di pudore, scrive Meacci, dice Cane.

Ho letto Cittadino Cane tre volte, e ogni volta mi pare migliore; è un incantevole racconto, retto da un perfetto meccanismo sintattico, che scivola verso la fine con una delle più belle definizioni sulla vita mai lette.

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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