È difficile descrivere in poche parole un disco come In the Aeroplane over the Sea dei Neutral Milk Hotel: “un concept album indie, di genere folk-rock con elementi noise ispirato alla figura di Anne Frank” suona comunque riduttivo.
Il saggio Olanda, 1945 – Anne Frank e i Neutral Milk Hotel, scritto da Massimo Palma e pubblicato da Nottetempo può dunque aiutare lettori e appassionati a orientarsi meglio, a capire cosa c’è dietro quei 40 minuti di musica che hanno affascinato così tanti ascoltatori. Palma comincia proprio raccontando la reazione al disco, nato come prodotto per una ristrettissima nicchia – siamo nella Louisiana del 1998 – e poi diffusosi in varie parti del mondo grazie anche al boom degli mp3 scaricati più o meno legalmente nei primi anni 2000. Un ‘traffico’ che ha permesso all’Aeroplano di diventare un fenomeno di culto.
Anche in Italia siamo stati in molti a lasciarci rapire dalla voce nasale di Jeff Mangum, da quei versi criptici montati su accordi semplici, riproducibili da chiunque sappia strimpellare appena la chitarra. Una tristezza benedetta che pervade le 11 tracce del disco, una cupezza di fondo colorata da inserti di fisarmonica, fiati, singing saw e improvvisi scatti di chitarre distorte. Basterebbe già questa reazione viscerale, il primo impatto da ascoltatore vergine, per consigliare l’ascolto di In the Aeroplane over the Sea a chiunque.
Ma il disco non si esaurisce a questo. Il secondo e ultimo lavoro dei Neutral Milk Hotel è un vaso di Pandora del cantautorato rock americano, basta sbirciarci dentro per accorgersi che quelle melodie sono tutt’altro che innocue. Massimo Palma quel vaso lo spalanca e ci si tuffa dentro senza paura, con grande rispetto, accogliendo uno a uno tutti i fantasmi – o meglio, gli spooks – che ne vengono fuori.
Fra i tanti il più presente è ovviamente quello di Anne Frank, autrice di quel Diario che è allo stesso tempo racconto personale di crescita e testimonianza storica, un resoconto che come sappiamo s’interrompe prima dell’orrore, quello vero, la deportazione nel lager dove la ragazza troverà la morte.
In the Aeroplane over the Sea però non è un concept album sulla storia di Anne Frank. Non ne racconta le vicissitudini come fosse un’opera rock. La Anne da lui evocata non è quella sorridente, cristallizzata nelle poche foto in bianco e nero che tutti abbiamo visto e rivisto. L’approccio è diverso, unico e per certi versi anche blasfemo. Jeff Mangum stabilisce una sorta di ponte onirico tra lui, ragazzo profondamente immerso nel disagio benestante degli anni ‘90, e quell’adolescente vissuta cinquant’anni prima in un mondo che sembrava impazzire. È come se le due figure, tanto lontane nel tempo e nello spazio si sovrapponessero senza però mai fondersi del tutto. Tanto che una delle voci narranti del disco è un Two-Headed boy, un ragazzo a due teste, in parte carne e ossa, in parte fantasma.
Massimo Palma scandaglia i versi di Mangum, un immaginario enigmatico, onirico, in parte oscuro, dove la stessa Anne pur restando protagonista dell’intero album è nominata esplicitamente una sola volta mentre non vengono mai menzionate né la Germania né tanto meno la Shoah. L’autore analizza quelle liriche formulando ipotesi, cercando rimandi, assonanze, sussurri, per cui laddove i Neutral Milk Hotel evitano di farne nomi e cognomi, Palma lascia che nel suo libro i fantasmi sfilino in parata, che si richiamino l’un l’altro dal più recente al più lontano, come se avesse tirato un sasso in un lago formando tanti cerchi concentrici.
Si parte così dalla fine degli anni ’90, con gli stessi Neutral Milk Hotel, band ‘fantasma’ scioltasi poco dopo la realizzazione del secondo album – ma che non ha lesinato “apparizioni” in occasionali e brevi tour di reunion – per tornare poi indietro alla fine degli anni ‘70, a quel Philip Roth che fu forse il primo a rileggere il personaggio di Anne Frank in una chiave quasi disturbante nel romanzo Lo scrittore fantasma (The ghost writer, 1979). Roth ci riporta poi a Primo Levi, uno dei più noti testimoni letterari italiani della Shoah. Il grande autore americano infatti intervistò Levi pochi mesi prima del suicidio di quest’ultimo e Palma ci racconta alcuni dettagli di quell’incontro nonché le riflessioni che ne scaturirono.
Da Primo Levi si risale così al tormentato Franz Kafka, mentre proseguendo ancora incontriamo il poeta Paul Celan, la pittrice Charlotte Salomon, l’Olandese Volante, Max Ernst, Hanneli Goslan – l’amica di Anne Frank a cui lei nel Diario si rivolge con un ‘Oh Hanneli’, espressione che nel disco si trasfigura in Oh Comely – e tanti altri fantasmi “concentrici” in uno specchio d’acqua che scopriamo essere calmo solo apparentemente.
Il libro di Palma, oltre a fare quello che un buon saggio deve fare, ossia moltiplicare nel lettore le curiosità e spingerlo ad approfondire, ci lascia almeno due suggestioni, due consapevolezze che forse rappresentano il valore aggiunto di questo lavoro. La prima, la meno rassicurante, è l’impossibilità di scacciare i fantasmi. Scrivendo In the Aeroplane over the Sea Jeff Mangum sembra averci in qualche modo provato, scontrandosi però con un inevitabile insuccesso. L’intero album dimostra anzi come certe presenze una volta evocate tendano a restare, a installarsi dentro di noi a un livello talmente profondo che non c’è porta che possa chiuderle fuori, almeno non definitivamente.
La seconda suggestione arriva invece verso la fine del libro, appena accennata, eppure colpisce molto: se ogni arte, dalla pittura alla letteratura, è un tentativo di evocare spettri – o appunto di liberarsene – per i fantasmi stessi non c’è arte più congeniale della musica. Perché la musica è fatta della loro stessa sostanza, impalpabile, immateriale, ubiqua e persino infestante, nel bene e nel male.
