Terzo appuntamento della nuova rubrica a cura di Anna Toscano, a cadenza quindicinale. Dieci domande a poetesse e a poeti per cercare di conoscere i loro primi avvicinamenti alla poesia, per conoscere i loro albori nella poesia, quali siano stati i primi versi e i primi autori che li hanno colpiti, in quale occasione e per quali vie, e quali i primi che hanno scritto. Le altre puntate sono qui.

Qual è la poesia che hai incontrato, e quando, che ti ha fatto pensare, per la prima volta, che fosse qualcosa di fondamentale?

Si è trattato di Shakespeare in realtà, le tragedie. Credo fosse Romeo e Giulietta o forse La Tempesta, avevo tredici anni e per la prima volta mi sono resa conto di cosa potessero fare le parole. Mi sembrava un miracolo, nel senso che fino ad allora non avevo mai letto parole in grado di “descrivermi”, per la prima volta condividevo un senso di solitudine. Ero un’adolescente e quindi come capita a tutti gli adolescenti le mie emozioni erano enfatizzate e come tutti i teenager mi sentivo incompresa. Non riuscivo a comunicare né con gli adulti né con i coetanei. Per cui quando lessi Shakespeare la mia meraviglia derivò dal fatto che – dio mio – c’era qualcuno che aveva provato quelle stesse sensazioni ed era riuscito a comunicarlo a quel modo! È stata questa la mia prima esperienza con la poesia, anche se non (tutta) era scritta in versi. Comunque sia, è stata la netta sensazione di sentirmi meno sola che probabilmente allora mi ha sedotto e continua a sedurmi.

Qual è il primo autore o autrice che ti è rimasto/a in mente come poeta?

Il primissimo poeta che mi rimase in mente, ma parliamo sempre di epoca adolescenziale, è stato Bukowski, anzi prima ancora Alfonso Gatto, ricordo perfettamente che da qualche parte, non ricordo dove, ebbi l’occasione di leggere A mio padre e fu subito amore.

C’è stata una persona o un evento nella tua infanzia, o giovinezza, che ti ha avvicinato alla poesia? Chi era? Come è accaduto?

A casa mia c’erano pochi libri, provengo da una famiglia di commercianti e l’ultima cosa a cui pensavano era leggere. Escluso mio nonno. Se n’è andato quando avevo solo sette anni ma se c’è un famigliare che associo alla letteratura è lui. Mio nonno era molto povero e per studiare aveva fatto finta di avere la vocazione, per cui riuscì ad entrare nel collegio Don Bosco di Pordenone, salvo il fatto che l’ultimo anno il prete del paese scoprì che aveva una fidanzata e così lo cacciarono. Comunque sia i nonni abitavano nell’appartamento sopra il nostro. Lui già iniziava a non stare bene e non partecipava alle frenetiche attività lavorative della famiglia, l’avevano eletto a mio baby sitter e ogni sera per addormentarmi mi leggeva l’Odissea o l’Eneide, per cui quando iniziai le superiori mi dissi: cavoli, io questa roba la conosco. Un bel regalo alla mia pigrizia scolastica, grazie nonno.

Quali sono i primi libri di poesia che hai cercato in una biblioteca o in una libreria?

I primissimi che ho acquistato erano di Bukowski, un amore che è durato fino ai vent’anni. Poi Baudelaire, Rimbaud e Ungaretti, acquisti selvaggi, senza un criterio preciso.

Il primo verso, o la prima poesia, che hai scritto e che hai riconosciuto come tale: quando è stato e in quale circostanza?

A sedici anni. Capitò all’improvviso. Credo fosse un pomeriggio estivo, ero distesa sul mio letto e all’improvviso ho sentito l’esigenza di scrivere, quindi presi carta e penna e sempre lì, a letto, riempii il foglio, naturalmente con una poesia orribile, ma probabilmente qualcosa comunicava perché quella stessa e altre vinsero, diversi anni dopo, un concorso letterario per inediti. Da quando acquistai più consapevolezza mi sono sempre chiesta come cavolo avevano fatto a premiarmi, e sì che la giuria era formata da accademici… vai a sapere. Probabilmente per mandarle a un concorso io stessa credevo fossero “buone” cose, ma erano le prime e la poesia ha bisogno di molto lavoro. Erano versi giovanili che incrociavano il maledettismo baudelairiano con il realismo americano, insomma c’erano già bizzarri ossimori che talvolta deviavano verso l’orfismo.

Quando poi i versi sono arrivati copiosi, quali sono stati i tuoi pensieri?

Da quel primo atto di scrittura non ho più smesso, chissà se è un male o un bene. In ogni caso, anche quando i versi iniziarono a fluire copiosi, non avevo in mente una poetica, non mi chiedevo molte cose, scrivevo e basta. Ero ancora inconsapevole. Scrivevo perché mi piaceva scrivere, mi divertiva e mi sembrava di comunicare meglio attraverso la scrittura rispetto all’oralità. Solo dopo i vent’anni, anzi quasi a trenta, ho iniziato a sviluppare un pensiero più strutturato. In realtà a rileggere quei primi versi c’erano già tracce di una poetica precisa. E qui forse ha ragione Borges quando dice che ogni scrittore crea i suoi precursori; compreso, aggiungerei, se stesso da giovane. Ma appunto erano testi istintivi, di pancia, con tutte le conseguenze tecniche e retoriche che immaginiamo. Una cosa è rimasta: il lavoro di provocazione, il tentativo di destrutturare i luoghi comuni. Come allora anche oggi mi piace rovesciare le prospettive, un esercizio che ho praticato anche in prosa.

Quando hai avuto tra le mani le tue prime poesie pubblicate, cosa è accaduto?

Oh ero felicissima. Felicissima e stupida. Non sapevo ancora che anni dopo mi sarei data da fare per requisire, ovunque le trovassi, le copie di quel primo libretto. Era tremendo, anche se, proprio in questa occasione, ho dovuto riprenderlo in mano e tutto sommato tre, quattro versi si salvano.

La poesia per te è più di una fede o quasi una fede?

No, non direi che è una fede. Direi che è una cosa “affidabile”. La poesia semplicemente mi fa stare bene. Leggo più narrativa che poesia e comunque è una specie di atto egoistico, voglio dire che è anche un rifugio. Quando ne hai le tasche piene, quando le cose non vanno come dovrebbero andare, quando ti accorgi quanto il mondo oramai sia quasi totalmente sordo alla bellezza, ecco che spunta il desiderio isterico di leggere poesia; ed è un rischio, perché bisogna stare molto attenti che non diventi uno strumento consolatorio. È facile rifugiarsi nei versi o nelle storie. Io per esempio del lockdown ho un ricordo meraviglioso, avrei voluto altri cento lockdown, è stato l’unico momento, in questi ultimi anni, in cui potevo passare pomeriggi interi distesa sul divano a leggere. Era stupendo. E non mi interessava nulla di cosa stava accadendo là fuori. Ecco, in questo senso la poesia è un rischio, tutta la letteratura in realtà, per cui bisogna stare (anche) con un piede fuori. D’altra parte lo esige la poesia stessa, di cosa si scriverebbe altrimenti?

La poesia inizia?

Sì. In termini puramente pratici c’è un momento in cui, più che iniziare, sei iniziato dalla poesia. Naturalmente mi riferisco alla mia esperienza, prima di scrivere la mia prima poesia non ho mai, dico davvero, mai pensato per un secondo che nella vita mi sarebbe piaciuto scrivere. È capitato, e io non so ancora bene perché. Voglio dire, non saprei dare una ragione precisissima, non era un progetto. È capitato.

La poesia finisce?

Nel mio caso potrebbe finire anche domani. Per il resto no, nonostante tutte le demonizzazioni possibili, mi riferisco a chi strepita che la poesia è morta: non lo ritengo possibile. Nonostante questo mondo chip, speed, smart, c’è una buona percentuale di giovani e giovanissimi che continuano a leggere e a scrivere poesia. Senza infilarsi in questioni troppo noiose, io non ritengo che un tempo i giovani fossero più saggi o più sensibili. I giovani sono i giovani e come un tempo ce ne sono di profondi e di superficiali. Anche questo “orrore” per i social, ritenuti tra le principali cause di appiattimento intellettuale, è una sciocchezza. I social sono solo uno specchio più grande, negli anni ’40 o ’80 chi voleva appiattirsi o conformarsi lo faceva comunque. C’erano forse i social o internet o la play station durante il nazismo? E comunque sono sempre stati molto pochi i lettori di poesia e in proporzione, dopo l’alfabetizzazione, oggi più di un tempo. La poesia non finisce perché in tutte le epoche c’è un’esile nicchia di eroi che hanno il coraggio dell’introspezione, di esaminare, in sé prima che negli altri, il bene e il male, di guardarsi allo specchio e vederne anche le mostruosità. La poesia sensibilizza a questo tipo di percorso e la gente non ha voglia di farsi sensibilizzare, ha altro da fare, è una precisa scelta pratica ma è anche una specie di viltà, la paura di guardarsi dentro, meglio aderire a un gruppo o a un partito dove plaudere ai buoni valori. Finché c’è l’umano ci sarà poesia, la prova della nostra umanità. Un giorno ci saranno solo macchine e forse la poesia finirà, ma credo manchi ancora parecchio tempo e in ogni caso non ci sarà nessuno ad accorgersene.

 

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Autore

a.toscano@minima.it

Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre università. Un’ampia parte del suo lavoro è dedicato allo studio di autrici donne, da cui nascono articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, conferenze, curatele, tra cui Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza e Con amore e con amicizia, Lisetta Carmi, Electa 2023 e le antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol. I e vol. II. Molto l’impegno per la sua città, sia partecipando a trasmissioni radio e tv, sia attraverso la scrittura e la fotografia, ultimi: 111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire, con G. Montieri, 2023 e in The Passenger Venezia, 2023. Fa parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate e del direttivo scientifico di Balthazar Journal; molte collaborazioni con testate e riviste, tra le altre minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria, Artribune, Il Sole24 Ore. La sua sesta e ultima raccolta di poesie è Al buffet con la morte, 2018; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie. Suoi scatti fotografici sono apparsi in guide, giornali, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze radiofoniche e teatrali. www.annatoscano.eu

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