Se avessi avuto un apparecchio Holter attaccato al cuore mentre leggevo Settembre nero, il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, il tracciato avrebbe mostrato un andamento inusitato e il cardiologo avrebbe voluto approfondire. Se poi quel tracciato fosse stato consegnato a un compositore, ne avrebbe tratto un brano tra i più belli di sempre.

Non sono impazzita. Sono solamente reduce da una nuova esperienza di immersione nei mondi di uno scrittore dall’abilità magistrale, uno di quelli che pensi che non possano – anche stavolta – fare meglio, e invece lo fanno.

Parte piano, con un largo, questa nuova storia, che si svolge tutta in un’estate, quella del 1972 in Versilia, e mette sulla scena un io narrante ragazzino, di dodici anni, estremamente capace di dire “io” e di rendersi conto che in realtà nulla capisce fino in fondo. E questa consapevolezza gli viene, a ben vedere, perché la storia è raccontata dallo stesso io cresciuto, ai giorni nostri, che ripercorre quel tempo cristallizzato nella memoria per trovare un senso compiuto a quanto è successo dopo. Avvenimenti che noi non sappiamo e non sapremo mai, se non per sommi capi, nei capitoli finali, quel che basta per dare conto che niente mai è senza effetti. Ma il verso della consequenzialità va qui al contrario di quanto siamo abituati a pensare: il dopo può essere tralasciato in funzione del prima, la conseguenza può essere più pregna della causa.

Veronesi non è nuovo, nella sua narrativa, ai sovvertimenti. Quasi ogni suo romanzo amplifica il dettaglio, il momento, il singolo pensiero per dare respiro alla vita tutta.

Penso alle mattinate di Pietro Paladini che scorrono solo apparentemente immote davanti alla scuola della figlia in Caos calmo, alle morti ingiustificate in XY, agli scorci temporali avanti e indietro de Il colibrì.

In Settembre nero quel che allo scrittore preme di raccontare è tutto quello che segnava la routine di Gigio Bellandi e della sua famiglia, in quei brevi mesi di solleone, nel 1972, in Versilia.

Facendo i conti delle date e delle età il lettore potrebbe ingenuamente pensare che la voce narrante sia lo stesso Veronesi (d’altro canto l’autofiction ormai impazza) e che allo scrittore sia venuta, in una forma di senilità letteraria, la voglia di raccontare un universo sfumato via che appartiene a lui e ai suoi coetanei. Quello della lentezza delle mattinate in spiaggia e dei riposini a casa per non bruciarsi al sole (specie se madre e sorella soffrono di rutilismo), delle chiacchiere tra avventori ai bagni, dell’attesa di ritrovare un amico (o un’amica) che estate dopo estate torna nello stesso luogo di villeggiatura e non c’è modo, in mezzo, di sapere dove sia e cosa faccia visto che a malapena si usa il telefono fisso, dell’odore della plastica di maschere, pinne e boccagli sotto il sole, della gomma dei materassini, della crema solare, del 45 giri con The Cat, delle strisce dei Peanuts, dei chinotti al chiosco.

Invece, come l’io che narra si dà premura di spiegare, questi non sono che i soli prodromi dello sconvolgimento che ne è seguito.

Non ho mai incontrato nessuno al quale sia successo così presto, e inaspettatamente, quello che è successo a me. Da non riuscire nemmeno più a ricordare com’era fatta quella vita che fu spazzata via; da non poter mai più dimenticare d’averla vissuta.

Ed ecco che infatti poi, nel rallentando, con grazia dei primi capitoli che ci fanno dire: “Ecco, sì, è un romanzo di formazione, un po’ come David Copperfield” cominciano invece ad addensarsi nella mente del lettore le nubi del sospetto, l’Holter registra i primi picchi inattesi.

Quando ci si ritrova molto distanti da ciò che si è stati un tempo, come è successo a me, ricordarsi di quel tempo è importante; e se si trattava di un tempo fatto di piccole cose, come è stato per me, anche le piccole cose diventano importanti. Il punto infatti non è che quelle cose io le ho perdute. Le avrei perdute comunque. Il punto è capire se, essendo quello che ero, io potevo o no opporre resistenza alla forza che me le ha fatte perdere in quel modo.

Veronesi interrompe la narrazione dell’estate del ‘72 con un’anticipazione tesa, angosciante, un presagio di sventura che salda le sue radici nel futuro, in quello stesso processo di sovvertimento per il quale il passato e il presente non sono da intendersi cause ed effetti in ordine necessariamente cronologico. E l’evento accaduto ventisette anni dopo che decide di raccontare, infatti, non è parte della storia, ma un simbolo. È una disgrazia cui non è stato testimone diretto, ma ci ha assistito la moglie, incinta dell’ultimo figlio, sulla spiaggia, mentre lui con gli altri era risalito a casa: quelle situazioni in cui la curiosità si trasforma in avventatezza perché la Natura ha delle regole impreviste.

Un ragazzo muore, un secondo può essere salvato ma perché ci si riesca non bisogna fare quello che verrebbe spontaneo, cioè correre a tendergli la mano. Bisogna agire con lentezza, “quella lentezza così gravida di dolore e di ansia e di disperazione, così difficile da concepire, così controintuitiva, eppure così prima di alternative, e l’ho presa a modello anche per questo mio racconto. Vorrei dirvi subito quello che mi è successo nell’estate dei miei dodici anni, ma so che se lo facessi, oltre a quel che è andato perduto allora si perderebbe anche la possibilità di rispondere alla domanda per cui ho deciso di raccontarlo”.

L’adagio della sinfonia di Veronesi è quindi imposto: chiede dei ritardando, frena dei presto e dei prestissimo, ma oramai, dopo l’incidente occorso nel futuro, il crescendo è inarrestabile.

Seguiamo ancora la vita di Gigio Bellandi e della sorellina e della madre al mare, ci appassioniamo all’arrivo (finalmente!) della vicina di ombrellone Astel, di un anno più grande di Gigio, mulatta, bellissima, che all’improvviso dopo estati di indifferenza non vede altro che lui, ancora imberbe. Facciamo il tifo per quell’amore adolescenziale che ci ricorda i nostri, al mare, e davvero non possiamo immaginare come tutto questo possa cambiare di segno e precipitare nell’incubo.

Eppure succede.

E il nostro cuore, la pressione del nostro sangue, il ronzio nelle nostre orecchie fanno come la storia sulla pagina: tengono. Sono in tensione. Cercano di rallentare laddove, invece, ormai si sente che siamo vicini al collasso. L’Holter lo registra, anche i picchi che scappano al controllo. Lo intuisce Gigio che origlia i genitori la notte, quando lo credono addormentato, lo capisce il lettore, più smaliziato, che coglie i dettagli stonati. E in mezzo alle Olimpiadi, in cui si consuma la tragedia del Settembre nero, il massacro compiuto da un’organizzazione terroristica palestinese contro gli atleti israeliani a Monaco di Baviera, si consumano le tragedie piccole, e immense, dei singoli.

Veronesi sa farlo: annodare i fili della tragedia alla vita, perché non c’è distinzione tra le due. Disegnare le traiettorie del senso di colpa. Chiedersi ragione del senso ultimo guardando il dipanarsi dei fatti ordinari, descrivendo gli eventi che accadono alle cose fisiche. Caos calmo si apre con la scoperta della morte della moglie del protagonista, mentre lui stava salvando una sconosciuta, XY è l’apoteosi della tragedia apparentemente inspiegabile, Baci scagliati altrove il più bel racconto che sia mai stato scritto sulla perdita. Settembre nero ci lascia con il senso di compiutezza dell’incompiuto. Degli amori abortiti appena nati, delle persone perdute per sempre, delle famiglie spezzate, delle estati che non torneranno più. Ma poi ci sono gli ulivi, che reggono alle gelate perché qualcuno ha fatto al momento giusto la potatura giusta e da un tronco ne nascono altri due.

Io vi lascio qui. Sono nel mio oliveto, col telefonino all’orecchio, e dentro al telefonino c’è mia sorella. […] Il solo suono che mi circonda è il canto dei nipoti dei nipoti dei nipoti dei nipoti dei nipoti dei nipoti degli uccellini che cantavano nel mio giardino quando ero piccolo. Sto guardando i due polloni che spuntano dal terreno e, nel mezzo, il ceppo del tronco originario, segato dopo la gelata.
Sono tre.
Ecco: immaginatemi sempre così, per favore. Mentre vedo.

 

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v.berengo@minima.it

Valentina Berengo, veneziana, giornalista culturale, scrive di narrativa su quotidiani e riviste online, tra cui «Il Foglio», «minima&moralia» e «Il Bo Live», il magazine dell’Università di Padova. È tra i fondatori di Scrittori a domicilio e di Personal Book Shopper - dimmi chi sei e ti dirò cosa leggere, ideatrice della rassegna letteraria L’anima colta dell’ingegnere ed editor della collana di saggistica divulgativa dell’Università di Padova I libri de Il Bo Live. Da anni presenta autori in libreria, in biblioteca, online e ai festival Rovigoracconta, Pordenonelegge, La Fiera delle Parole, Freschi di stampa e altri, oltre che al Premio Mario Rigoni Stern, e fa parte della giuria tecnica del Premio Letterario Internazionale Latisana per il Nordest. È laureata in Ingegneria e ha un dottorato in Ingegneria geotecnica.

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