I libri belli che dopo molti anni vengo ripubblicati e in tal modo letti dalle nuove generazioni o riletti da quelle che ne avevano seguito i natali, sono tra le cose che mi entusiasmano nella vita. Quando ho visto che circolava, in anteprima, un volumetto dal titolo Il libro di Teresa, prima ancora di concentrarmi per capire se fosse proprio quel “libro di Teresa” mi sono persa nella memoria per trovare la copertina con dei bicchieri di vetro con del vino rosso e dietro una bottiglia. Ricordavo la parte destra e sinistra della copertina come speculari e nel mezzo in stampatello stava il titolo. Era edito da Giunti nella collana Mercurio, era il 1995 e l’autrice, Carola Susani, era al suo primo romanzo. Scrivo all’imperfetto per riferirmi a un’abitudine nel passato, come si insegna nei corsi di lingua, usando dunque un tempo elastico per indicare non un punto fisso nel passato ma una durata.
Quella copertina, quel libro, appunto, stava nelle mie giornate di ragazza verso la laurea, girava con me nella tasca dei pantaloni – usata allora solo forse per Diego Valeri e il suo Guida sentimentale di Venezia, di cui tutti noi studenti andavamo pazzi in quel tempo –, stava in casa in pila su tavoli e tavolini. Era con me. A quella copertina ho pensato quando, pochi mesi fa, ho incontrato per la prima volta Carola Susani a Roma, e mentre camminavamo nella casa di Alberto Moravia io volevo spesso fermarla per dirle di quei bicchieri e di quella bottiglia, ma poi non l’ho fatto. Quando, poco tempo dopo, ha iniziato a girare in rete quel volumetto mi sono entusiasmata e ho atteso un poco per guardare bene la copertina, mi dicevo “Amerò anche questa?”.
Uscito quest’anno per Marietti1820, nella collana Gli zefiri con postfazione di Chiara Valerio, si è subito ripromesso, nel piccolo formato, un compagno di casa e di strada. E il disegno in copertina in basso a sinistra, tratto nero su fondo bianco, che raffigura una ragazzina in divisa con un fiocco sproporzionato al collo – un fioccone che può trasformarsi da un momento all’altro in una nera colomba o in un uomo che marcia – può esser letto come la raffigurazione di una delle bambine personagge nel testo ma anche di una di noi, ognuna di noi: compagne di scuola, di vita, una grande famiglia di lettrici e lettori.
Rileggere oggi Il libro di Teresa di Carola Susani, dopo molti anni, mi ha fatto ripensare a quante cose non avessero mai lasciato la mia memoria e a quante invece avessi dimenticato. Una colomba bianca seduta al posto del nonno a tavola è una delle immagini più tenere che mi sia rimasta stampata nella memoria, e forse l’ho trattenuta perché di tenerezza in questa storia non ve ne è molta.
La vicenda narra di una famiglia tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del secolo scorso, madre e padre e diverse figlie e figli, senza tralasciare anche quelli non sopravvissuti a lungo dopo i primi vagiti. Una storia come tutte e per questo diversa da tutte: il lavoro, le malattie, le difficoltà, ma soprattutto la guerra, i fascisti e gli antifascisti, la religione, i giornali, il sesso, l’amore, la morte. Gli oggetti della religione, dai crocifissi ai chiodi, le parole della fede, la Parola dell’Antico e del Nuovo Testamento, i sentimenti della religione, l’aiuto caritatevole e la devozione, sono mescolati con la vita di tutti i giorni, una vita fatta di turbamenti, di morte, di tradimenti. Di premonizioni.
Tutti i bambini, ma anche gli adulti, di questa storia si muovono tra sentimenti scarnificati, quasi quanto gli interni e gli esterni in cui vivono, ridotti all’osso nella dicotomia tra il bene e il male, tra vivere e morire: le loro scelte spesso sono accadimenti a cui non si sanno sottrarre, come decidere da che parte stare. Crescere non li renderà più scaltri o meno soli, ma più dubbiosi e per questo più bisognosi di verità e dunque di ricerca di qualcosa o di qualcuno che realizzi o concretizzi il vero.
Nella parte finale del libro vi è uno svelamento di significato che attribuisce senso al singolo come collettività, una sorta di consustanziazione umana; la solitudine dei personaggi si allenta in una nuova visione: “Ida sostiene che il giorno del Giudizio saremo uno dentro l’altro, ma all’inverso, così potremo entrarci tutti senza pressarci. Il più giovane terrà il più vecchio, gli ultimi – i primi. Così Ida avrà dentro mamma e babbo; nostra madre, a sua volta, sopporterà la nonna panettiera e il nonno maestro, che dovrà sostenere, tra gli altri, un transfugo di san Bartolomeo, e tale Sus, ebreo. Mia figlia Teresa, ad esempio, terrà Rebecca, Giacobbe e Rachele, un giudeo marrano, un ugonotto e garibaldino, fornaia, maestro, nonno e nonna, e per primo, o per ultimo, me […]”.
Alla prima lettura, quasi trenta anni fa, cosa avevo capito di queste parole di Ida? Non lo so, so solo che ora mi ci trovo molto e sorrido; penso che sia proprio così, talvolta sento che i miei occhi non sono i miei ma quelli di mia madre dentro di me e vedo e guardo come guarda e vede lei. È tutto un tempo imperfetto che perdura.
Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre università. Un’ampia parte del suo lavoro è dedicato allo studio di autrici donne, da cui nascono articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, conferenze, curatele, tra cui Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza e Con amore e con amicizia, Lisetta Carmi, Electa 2023 e le antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol. I e vol. II. Molto l’impegno per la sua città, sia partecipando a trasmissioni radio e tv, sia attraverso la scrittura e la fotografia, ultimi: 111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire, con G. Montieri, 2023 e in The Passenger Venezia, 2023. Fa parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate e del direttivo scientifico di Balthazar Journal; molte collaborazioni con testate e riviste, tra le altre minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria, Artribune, Il Sole24 Ore. La sua sesta e ultima raccolta di poesie è Al buffet con la morte, 2018; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie. Suoi scatti fotografici sono apparsi in guide, giornali, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze radiofoniche e teatrali.
