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Uno dei propositi che mi ero ripromesso per quelle vacanze era spendere tanto. Spendere in modo esagerato rispetto alle mie possibilità, farlo in modo irresponsabile, offensivo, come una liberazione, o come un indennizzo. Vivere sontuosamente, assaporare in modo abusivo il sapore rotondo dello sfarzo, la logica imprudente e rarefatta della spensieratezza.
Con questa idea nella mente, un giorno mi recai in una Spa, in un hotel a cinque stelle collocato qualche centinaia di metri dopo la mia pensioncina, sul lungomare che si dirige al di fuori dei confini dalla piccola città in cui mi trovavo.
Dopo aver atteso venti minuti buoni che la receptionist spiegasse a una famiglia dell’Est Europa ogni agevolazione della struttura nella quale stavano per prendere alloggio, e prelevasse con una facilità inquietante dalla loro carta di credito un saldo a molti zeri per la loro permanenza in hotel di appena qualche giorno, infine fui ricevuto anch’io. Il bancone era lungo non meno di quindici metri, e dietro di esso si trovava un’unica impiegata.
Quando le dissi che ero lì solo per usufruire della Spa, un velo di delusione le attraversò fugacemente il viso. Era chiaro che il flusso di denaro che stava per entrare nella loro cassa sarebbe stato di vari ordini di grandezza inferiore rispetto al precedente.
Ciononostante fu cortese e sorridente. Mi comunicò l’importo da pagare (che secondo i miei standard corrispondeva comunque a quello di una cena al ristorante per molte persone) e lo digitò nel Pos per consentirmi di avvicinare la carta. Lo feci senza pensare, inserii il codice, e ricevetti in cambio uno scontrino da esibire al personale.
Entrai nella Spa passando per la sontuosa e labirintica hall dell’albergo. Penetrare in quell’ambiente tiepido, umido, ovattato e profumato, era come entrare nella reggia dei Feaci, un luogo in cui ogni cosa sembrava al sicuro, protetta dalla cura dell’ospitalità e dalla bellezza.
L’ambiente era deserto, non c’era essere umano a turbarne la quiete e il senso di protezione che emanava.
Una giovane donna mi condusse a visitare i vari locali e a spiegarmene il funzionamento.
Parlava a voce bassa, per non turbare il silenzio che vi regnava, scalfito solamente dai rumori soffusi dell’acqua e del vapore, e il suo tono basso poteva essere scambiato per una sorta di intimità. Ogni tanto, per richiamare la mia attenzione su qualcosa, la donna mi toccava impercettibilmente un braccio, mi indicava un particolare ambiente e me ne illustrava il funzionamento. Quando fu certa di avermi spiegato quanto bastava, si congedò, dicendo che, in caso di bisogno, lei sarebbe stata dall’altra parte del vetro, a mia disposizione.
Seguendo il suo consiglio, iniziai il percorso con un lungo bagno in piscina. La piscina era leggermente riscaldata. Il suo scopo era favorire e agevolare la confidenza con un ambiente acquatico, vaporoso; ma ancora a uno stato zero, iniziale, prima di arrivare allo scompenso sensoriale dei bagni aromatici e delle saune, che non si limitavano a solleticare piacevolmente le sensazioni esterne del corpo, ma andavano a modificare lo stato generale dell’organismo, stimolando un’abbondante sudorazione, alterando il ritmo del respiro, modificando le dimensioni degli organi interni e i valori della pressione sanguigna.
Nella piscina erano presenti delle postazioni di idromassaggio e dei getti d’acqua fredda. Era tutto piacevole, invitante e profumato, ma era chiaro che si trattava solamente di un preambolo. Mi era stato consigliato di starci mezz’ora, ma dopo dieci minuti ero già ansioso di penetrare negli altri ambienti per sperimentare quanto avevano da offrirmi.
Iniziai, come da suggerimento, dai bagni aromatici, in cui la temperatura era tutto sommato bassa, tra i 40 e i 45 gradi, ma l’umidità poteva arrivare fino al 100%. Entrando in quelle cabine, sembrava di trovarsi presso l’atrio infuocato dell’Averno. Il vapore non consentiva di vedere alcunché. La realtà appariva dietro un grado di sfocatura quasi totale, che ne metteva in dubbio la veridicità.
Arrivai a dubitare perfino della consistenza di me stesso. Mi discioglievo in un bagno di sudore così abbondante che non ero più sicuro di poter riacquistare la mia compattezza una volta uscito dalla cabina. Per riportarmi a uno stato solido di aggregazione, erano a disposizione vari sistemi. C’era il secchio d’acqua gelata, che tirando una corda ti riconduceva bruscamente a una temperatura accettabile. Oppure i cubetti di ghiaccio, ai quali potevi attingere da un vassoio sempre pieno, e che potevi gettarti generosamente sul corpo.
Dopo aver fatto ricorso a questi rimedi estremi, potevi sperimentare le docce emozionali, che alternavano getti d’acqua fredda, getti d’acqua tiepida, getti di vapore profumato e getti d’acqua calda. Le sensazioni termiche e tattili venivano accompagnate – come un po’ in tutta la struttura – da musiche d’ambiente e luci colorate, in modo da rendere l’esperienza sensoriale il più coinvolgente e totalizzante possibile.
E poi arrivavi alla prova più dura, quella per la quale tutto il resto non era stato nient’altro che un prologo, quella che avrebbe messo seriamente alla prova la tua resistenza fisica; un’ordalia, un giudizio di Dio che ti avrebbe portato a sperimentare il limite della tua resistenza in condizioni estreme: la sauna.
Nella Spa erano presenti due saune: nella prima, la temperatura poteva andare dai 70 ai 100 gradi; nella seconda, la cosiddetta sauna russa, oscillava tra i 90 e i 120. Il tempo di permanenza consigliato all’interno andava dai 10 ai 15 minuti.
Appena varcavi la soglia e richiudevi la porta dietro di te, avevi la sensazione esatta di essere penetrato in un girone dell’inferno. Iniziavi a sudare immediatamente in modo copioso, ma la cosa più impressionante non era quella, ma il fatto che ti sembrava che gli organi interni iniziassero ad andare a fuoco, il respiro era diventato bollente, e ti seccava prima i polmoni e poi la gola.
Dopo un po’ notavi che per terra giaceva un secchio di legno pieno d’acqua, con dentro un mestolo, anch’esso di legno. L’acqua del secchio rimaneva miracolosamente fresca, o forse sembrava fresca solo se paragonata alla temperatura raggiunta dal tuo corpo. Utilizzai quel mescolo copiosamente, fin quasi a svuotare il secchio, quando mi resi conto che le cellule del mio corpo si stavano trasformando in qualcosa di diverso.
Mi allontanai allora dalle saune e feci la doccia gelata, provando un piacere inaspettato. Ogni sensazione corporea sembrava sfasata rispetto alla realtà. Ciò che in un normale contesto climatico aveva un significato, nella Spa ne assumeva uno completamente diverso.
Per tornare a una dimensione più ordinaria, rientrai nella piscina riscaldata. Non ero più l’unico ospite. Erano sopraggiunti un ragazzo e una ragazza tra i venticinque e i trent’anni, una coppia. Avevano entrambi la carnagione chiara e i capelli rossi. Li sentii conversare tra loro, parlavano inglese. Erano entrambi molto belli.
Ci ritrovammo a un metro di distanza in una piccola vasca separata, nella quale era attiva una funzione di idromassaggio. Non potemmo fare a meno di sorriderci. Gli chiesi di dove fossero, e mi dissero che erano scozzesi. Facevo un po’ di fatica a comprendere l’accento, ma mi resi conto che potevo comunicare con loro in modo soddisfacente.
Per evitare fraintendimenti, solitamente mi rivolgevo al ragazzo. Mi disse che avevano fatto un ampio giro per l’Italia, e ora si trovavano in quella cittadina del Sud per fare un po’ di mare. Dal suo modo di fare e da quello che diceva, era chiaro che dovevano avere una larga disponibilità economica.
Il ragazzo mi disse di chiamarsi Tom. La ragazza nel frattempo era tornata nella vasca principale e sembrava disinteressata ai nostri discorsi, ma mi accorsi che, quando pensava di non essere vista, ci osservava con curiosità. Dopo qualche minuto, salutai Tom augurandogli buon divertimento e tornai a sedermi nella sauna per vedere se questa volta avrei resistito un po’ di più. Dopo pochi minuti la ragazza scozzese venne a sedersi vicino a me. Non disse nulla, ma evidentemente attendeva che le rivolgessi la parola. Rimasi zitto per un po’, poi, vinto dall’imbarazzo per quella bellezza così esplicita e insidiosa, le sorrisi dicendo che per me lì dentro era troppo caldo, e, senza aspettare la sua risposta, mi alzai e uscii dalla sauna.
Tornai in piscina e iniziai a nuotare per i fatti miei. Dopo una decina di minuti i due ragazzi se ne erano andati. Mi feci la doccia, mi asciugai come potei e andai a chiamare l’inserviente che mi aveva accompagnato nella Spa. L’ora pattuita era terminata, e le dissi che ero pronto per il massaggio.
Mi accompagnò in una stanzetta, mi disse di asciugarmi bene, di indossare degli slip di carta e di attendere lì un momento. Poi mi sorrise per l’ennesima volta, uscì e mi lasciò solo.
Erano forse trascorsi cinque minuti, quando entrò la massaggiatrice. Mi disse di chiamarsi Martina e mi diede la mano, abbandonandola nella mia per qualche istante più del necessario. Anche lei mi sorrise in maniera rassicurante, forse accorgendosi che ero intimidito. Avrà avuto trent’anni, forse meno. Aveva i capelli biondi e ricci, il naso leggermente aquilino e un fisico asciutto. Mi disse di distendermi a pancia sotto e di rilassarmi, e io lo feci. Infilai il viso in un’apposita cavità del lettino e distesi le braccia lungo i fianchi. Dopo qualche secondo mi unse la schiena con un olio profumato e iniziò il massaggio.
Subito percepii un’ondata di benessere che mi avvolgeva. Martina sapeva esattamente quali punti del mio corpo doveva toccare per farmi stare bene. Per raggiungere delle zone più lontane, a volte si appoggiava al mio corpo con il suo. A intervalli irregolari potevo sentire la morbidezza del suo seno sulle mie spalle o contro i miei fianchi.
Dal foro in cui affondava il mio viso vedevo il pavimento sottostante e i piedi di Martina che si spostavano intorno a me: sentivo le sue mani sul mio corpo, l’olio profumato che di tanto in tanto mi lasciava cadere sulla pelle, la lenta musica d’ambiente che risuonava in sottofondo su sonorità tantriche. Era un’intimità fluida, alla quale ero stato ammaestrato dall’esperienza acquatica dell’ora precedente trascorsa nella Spa. Nelle mani di Martina sul mio corpo era il tepore della piscina riscaldata, il profumo dei bagni aromatici, il calore delle saune, l’incontro con i ragazzi scozzesi, tutto passava per quelle mani e da quelle mani veniva riepilogato.
Dopo circa venticinque minuti, Martina mi chiese di voltarmi. Era la prima volta che risentivo la sua voce, e istintivamente sussultai, come se avessi pensato di essere rimasto solo nella stanza. Mi parlò con dolcezza, a voce bassa. Obbedii a quel comando, e quando fui disteso con il mio viso verso l’alto, chiusi gli occhi per timidezza.
Iniziò a massaggiarmi le spalle, le braccia, le mani, e poi – molto delicatamente – l’addome. Ero entrato in uno stato di rilassatezza profondissimo, prossimo al sonno. Il massaggio spandeva il suo balsamo sia sul mio corpo che sul mio stato di coscienza. Abbandonavo lentamente la terrestrità per entrare in una dimensione ultracorporea, spirituale. Martina svolgeva un ruolo medianico tra me e il mio essere profondo, facendomi abbandonare la dimensione della fisicità, e lo faceva agendo proprio sul mio corpo, toccando dei punti nevralgici, esercitando la giusta pressione, infondendo sulla mia pelle il calore delle sue mani. Continuava a girare intorno al lettino come in un cerchio, massaggiando ogni muscolo, sciogliendo ogni contrattura.
Mai prima di allora avevo percepito così chiaramente i confini materiali della mia corporeità. Quando le sue gambe, durante un movimento, venivano a contatto con le mie braccia distese lungo i fianchi avevo un palpito di stupore, come se – ogni volta che capitava – scoprissi nuovamente di non essere solo nella stanza, e realizzassi che la mia identità era diversa dalla sua.
Infine ci fu il rito del risveglio. Martina iniziò di nuovo a parlare: mi disse a bassa voce, molto dolcemente, che il massaggio era terminato e mi invitò a rimanere sdraiato ancora qualche minuto. Mi chiese poi se andava tutto bene, e io risposi che sì, andava tutto benissimo. Aprii gli occhi, ci sorridemmo. Poi disse che sarebbe uscita dalla stanza e che, quando mi fossi sentito pronto, avrei potuto rivestirmi.
Rimasi da solo. Percepivo una serenità interiore che non conoscevo. Sentivo una fluidità corporea del tutto nuova. Ogni muscolo pareva rigenerato, ogni tensione era stata sciolta.
Mi rivestii lentamente, presi le mie cose e uscii dalla stanza. Dirigendomi verso l’uscita, vidi Martina seduta a una scrivania a riempire dei moduli. La salutai con gentilezza, e le chiesi se, qualora avessi voluto tornare, avrei potuto chiedere nuovamente di lei. Rispose di sì, ma che dipendeva anche dai turni con le sue colleghe.
Uscii dall’hotel. Il sole stava tramontando in quell’istante sotto l’orizzonte. L’acqua e il cielo erano come infuocati, ma di colori appena diversi. A riva, il vento increspava leggermente la superficie del mare, facendo presagire tempo brutto per il giorno dopo.
M’incamminai lentamente verso il mio albergo procedendo sul lungomare, sul quale era già percepibile una piacevole brezza serale. D’un tratto mi ricordai che avrei dovuto cenare con degli amici, e quindi accelerai il passo.
Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.
