“Sono animali intelligenti i pipistrelli, per niente matti”
(Ines Cagnati, I pipistrelli, Adelphi 2024)

“Ho guardato le vigne tempestate di tulipani selvatici, quelli gialli lunghi ed esili, quelli rossi più paffuti, e di ornitogalli che mia madre chiama stelle dei campi. L’erba del terrapieno era scintillante di sole. Mi riempiva di gioia vedere tanta bellezza. Allora mi sono messa a ballare dondolando forte la cesta”.

Come in Génie la matta (Adelphi 2022) e come pure ne Il giorno di vacanza (Adelphi 2023) anche in Pipistrelli, appena pubblicato da Adelphi, nella traduzione di Lorenza di Lella e Francesca Scala, Ines Cagnati fa della natura la protagonista assoluta. Ad eccezione di Lei, con Parigi sullo sfondo, tutti i racconti che compongono il libro, uscito in Francia nel 1989, sono ambientati nella campagna francese dove l’autrice si è trasferita da bambina insieme ai genitori, emigrati italiani. La minuzia affettuosa con cui Cagnati indugia nella descrizione della natura, nominando a una a una le piante e gli animali che l’hanno accompagnata durante la propria infanzia contadina, porta il lettore a immergersi nel paesaggio fino ad esserne completamente assorbito. Non c’è idillio nella rappresentazione della natura di Ines Cagnati, e neppure tensione nostalgica. La natura non è né benigna né maligna, è la natura e basta: capace di accoglierti con la sensualità dei suoi colori e odori, come di respingerti con la propria urtante indifferenza: “A volte cerco di entrare nello stagno dalle acque inquiete. Cado subito, affondo, ne esco aggrappandomi agli steli, coperta di fango e sanguisughe. Lo stagno non mi vuole”.

La necessità della scrittura di Cagnati affonda le radici in quella linfa vitale che è la sua esistenza; per questo non può prescindere dalla relazione con il paesaggio della sua infanzia, e ancora di più dal trauma vissuto nel momento in cui è stata naturalizzata francese, tanto da aver dichiarato più volte di non essersi mai più sentita né italiana né francese, ma semplicemente straniera. Forse perché lo stesso verbo “naturalizzare” nasconde le insidie che si annidano nell’aggettivo “naturale” troppo spesso visto sinonimo di normale. Ha ragione Roland Barthes quando definisce il naturale come “l’ultimo degli oltraggi” (Cfr. Barthes di Roland Barthes, Einaudi 1980). La violenza con cui la scuola vuole normalizzare i bambini e le bambine, e nel caso di stranieri assimilare, è continuamente raccontata da Cagnati.

“A scuola, a poco a poco, comincio a capire che la maestra non vuole che giochiamo”. A parlare è la voce narrante del racconto La ragazzina in azzurro quando la maestra la mette sul banco a riempire il quaderno di aste: “Ne faccio qualcuna quasi dritta calcando fortissimo e tirando fuori la lingua per impegnarmi al massimo. E poi mi ricordo di ieri, al ruscello, con la piccola, giocavamo a buttarci in acqua a vicenda, a schizzarci, a tutto, eravamo contente. Allora mi viene un’idea. Anziché fare delle aste mogie mogie, le faccio giocare fra loro. Ne faccio una in piedi, è lì lì per cadere, si inclina in avanti, è caduta, sdraiata a terra. Questa è mia sorella. Ritiro su l’asta, è in piedi, si inclina all’indietro, cade e si ritrova sdraiata all’indietro. Questa sono io. Faccio tutta la riga così”.

Quanta e quale tenerezza in questo corpo a corpo con le aste: in poche righe Cagnati riesce a descrivere la fragilità del primo giorno di scuola nonché l’incredibile potenzialità dell’infanzia di immaginare, creare mondi, fare del corpo la misura delle cose. Allo stesso tempo, nella reazione indignata della maestra che segue il passo citato, segnala la cecità e fin crudeltà del mondo degli adulti: “A un tratto qualcuno mi solleva, mi strappa dal banco”.

Come la stessa Ines bambina, la protagonista non parla la lingua della maestra: la prima e unica parola francese che capisce è “Arlequin”, parola che tuttavia viene pronunciata dalle compagne per deridere il suo grembiule variopinto confezionato dalla madre con quel che poco che aveva a disposizione. Nemmeno il grembiule dunque riesce a rendere la protagonista uguale alle altre. Fortunatamente, però, c’è ad aiutarla “la ragazzina del prato, con il grembiule azzurro”, uno dei tanti grembiuli azzurri che aleggiano in questi racconti, e che sembra veicolare il sapore di una promessa. Anche la ragazzina del prato è una straniera, per la precisione di origini russo polacche, e abita al di là della siepe di biancospino oltre la quale il padre della protagonista ha vietato alle proprie figlie di andare perché nel mondo degli adulti, pure se stranieri, regnano sospetti e paure: “A noi non piacciono gli sconosciuti”, ripete la voce narrante assumendo il punto di vista del padre. Le due bambine, invece, si piacciono immediatamente: prima di incontrarsi a scuola, si sono conosciute al di là della siepe, sul prato dove pascolano le mucche, una zona franca in cui parlare due lingue diverse non importa: meglio poter ridere di gioia, intrecciare corone di fiori con cui adornarsi i capelli.

Se ne La ragazzina in azzurro, prevalgono la gioia e la grazia dell’incontro tra le due bambine, nel racconto che apre il libro, intitolato La tacchinella, la protagonista inizia a prendere coscienza dell’emarginazione a cui la società la condanna, e quando si presenta all’esame in ritardo di un’ora, sporca e scarmigliata, con un mazzo di iris appassiti e soprattutto con una tacchinella morta sotto il braccio, non possiamo non avvertire un senso profondo di ingiustizia e insieme una pena immensa per la sua esclusione. Almeno, nel racconto intitolato La carovana di sale, la bambina piuttosto che confidare nella scuola preferisce affidare i propri sogni all’incontro con un giovane zingaro del paese del quale invidia la possibilità di viaggiare. Anche qui la maestra scambia la curiosità e l’immaginazione infantili per insolenza: “A scuola la maestra mi ha punito due volte. Voleva che le dicessi che cos’è il complemento di compagnia. Ho risposto che è quando vai via insieme a qualcuno. Ha detto che non capivo davvero niente di niente e mi ha dato degli esercizi in più da fare, così imparavo. Allora ho pensato ai deserti. Ho alzato la mano e ho chiesto: «È vero che nei deserti ci sono molti cammelli?»”.

Ciò che commuove, pensando alla vita di Ines Cagnati e al ritorno ossessivo nella sua opera dei vissuti che hanno contribuito a rendere infelice la sua infanzia, come lei ha più volte dichiarato, è l’essere poi diventata un’insegnante di francese in un liceo parigino, come allude anche il racconto Lei.

L’estraneità e la marginalità sono le condizioni che accompagnano tutte le figure femminili di Cagnati: bambine che badano alle mucche in compagnia dei loro cani, che percorrono chilometri in sella alle loro biciclette, che imparano faticosamente la lingua del paese in cui sono emigrate, che hanno un rapporto complicato con le loro madri, e in generale con le loro origini; bambine che sono diventate adulte ma non abbastanza per i paradigmi della società: donne strambe come Génie, la matta e come la donna senza nome dell’omonimo racconto (non a caso l’ultimo del libro) che tutti chiamano la “Pipistrella”: “Dicono che sono matta, ma non è vero” è ciò che dichiara immediatamente la protagonista nell’incipit. “«Sei matta e brutta e sporca da far scappare i ragni», io gratto il muro sotto la carta da parati scollata finché non trovo la polvere di cui ho bisogno. La mangio”. Gli altri non fanno che rimandare alla protagonista un’immagine di sé disgustosa, tanto che l’unico specchio di cui la donna si può fidare è quello restituito dall’acqua in fondo al pozzo. Anche ne La tacchinella l’immagine finale è quella di un vecchio pozzo dove la protagonista si “è fermata a guardare le acque inquiete e le lumache morte”, e dove butta i fiori appassiti e il suo piccolo animale morto. Emblema della disperazione, ma anche luogo dell’unica possibile rinascita, il pozzo rappresenta la solitudine da cui nessun “complemento di compagnia” può salvarci.

“Come avrebbero voluto poterla aiutare!”, si legge verso la fine di Lei, “Ma temevano di non poterla aiutare, che se ne fosse andata troppo lontano. O invece era ancora possibile trattenerla? Alcuni pensarono di sì, e si sbagliavano. Si rimproverarono di non averla saputa amare davvero, di averla abbandonata”.

 

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Autore

lisabentini@tin.it

Lisa Bentini si è laureata in Letteratura Contemporanea a Bologna. Docente di Lettere nella scuola dal 2006 è intervenuta in seminari e pubblicazioni su romanzo, poesia e teatro. Scrive inoltre sulle pagine culturali del Manifesto, sulla rivista on line Limina e sul Blog della casa editrice Topipittori.

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