Quando ti viene proposto per la prima volta un ricovero in un reparto di psichiatria, la reazione è solitamente la paura o la perplessità. Quando poi ti vengono rivelati alcuni dettagli sulla modalità della degenza, la perplessità aumenta a dismisura. Vieni informato che ti verranno ritirati tutti gli oggetti personali con cui potresti farti del mare: stringhe delle scarpe, cavetti per la ricarica dei cellulari, rasoi, lamette, pinzette per le sopracciglia. Vieni messo in guardia sulla possibile tipologia di pazienti che potresti trovare in reparto: persone aggressive, inquietanti, spaventate, violente, con reazioni imprevedibili. Vieni informato sulle misure di contenimento che potrebbero essere messere in atto: sedazione, contenzione al letto, immobilizzazione con metodi violenti, se necessari.
Nel mio caso, quando, lo scorso dicembre, questo episodio è accaduto davvero, la paura e la perplessità si sono manifestate nel momento in cui ho iniziato a chiedermi che cosa io avessi a che fare con tutti questi rimedi e precauzioni che ricordavano più un vecchio manicomio che una moderna clinica psichiatrica.
Io, in fondo, ero solo un uomo di mezza età cui era stato diagnosticato un disturbo bipolare di tipo I. Avevo i miei momenti down, quelli in cui tutto diventava più difficile: la vita sembrava senza senso, e l’unica cosa che riuscivo a fare era piangere e disperarmi. I momenti up erano invece molto rari: la mia vita oscillava dalla normalità al dolore senza ch’io avessi la possibilità di prendermi delle pur minime rivincite sulla stanchezza e sulla monotonia.
E allora, cosa avevo io a che fare con queste persone, per quale motivo dovevo condividere con loro questo stigma di follia che non mi apparteneva?
Pure, intravidi in questa proposta una possibilità, il potere di indagare dall’interno il mistero più insondabile dell’animo umano, quello del disagio mentale, della condizione di alterità che a volte lo estromette dal consesso delle cosiddette persone normali e le proietta negli spazi aperti dell’anarchia mentale; quello in cui le norme che solitamente regolano i comportamenti sociali vengono sovvertite, lasciando aperte le sterminate praterie della psiche.
La mia esperienza nel reparto psichiatria dell’ospedale romano nel quale sono stato ricoverato è stata in realtà eccellente. Non ovviamente per le scene alle quali ho inevitabilmente assistito, né per la scoperta sempre un po’ impietosa che in simili circostanze si compie dell’entità dell’animo umano.
Ciò che maggiormente mi ha colpito sono state innanzitutto le persone e i legami che si sono instaurati tra di esse. Quando al reparto psichiatria si parla con un’altra persona, solitamente ci si mette a nudo. Non ci si conosce, e dunque non si ha nessuna remora a parlare con gli altri con una libertà superiore a quella che si adopererebbe con un collega di lavoro, con un amico, perfino con un parente. Si snocciolano con semplicità l’elenco dei disturbi psichiatrici, la lista dei farmaci assunti, i medici consultati. E ciascuno è in grado di riconoscere con l’interlocutore affinità e differenze, abbandonarsi ad empatie o a riconoscere divergenze.
Poi, certo, ci sono casi in cui si sperimenta la stranezza, la stravaganza, anche il senso di pericolo. Come quando un signore, cattolico fervente che aveva riconosciuto in me un compagno confessionale notando che mi facevo il segno della croce prima di pranzo, ha strappato con violenza di fronte a me un santino a cui ero molto affezionato in quanto sosteneva fosse di natura demoniaca. Ma la stramberia e l’arroganza si incontrano assai ancora più di frequente al di fuori di un reparto psichiatria, e dunque simili piccolezze non fanno certamente notizia.
Nei reparti psichiatria, si trovano normalmente delle aree comuni in cui si consumano i pasti tutti insieme, si guarda la tv, si può parlare tra i pazienti. Mentre è severamente proibito entrare nelle camere degli altri degenti, i medici incoraggiano la frequentazione delle aree comuni. Hanno ben chiaro che lo scambio di esperienze tra i malati ha un potenziale superiore al potere curativo di un farmaco: l’infermo deve riabituarsi a stabilire rituali di comunicazione normali ed efficaci, che siano in grado di fargli assumere nuovamente un ruolo nella società.
Poi, certo, in queste aree comuni tocca confrontarsi anche con la diversità, con l’imprevisto, con lo scontro. Chi vuole vedere un canale della TV e chi vuole vederne un altro. Chi vuole tenere la luce accesa e chi vuole tenerla spenta. Ma è proprio in questi imprevisti che si rimettono in circolo le dinamiche della socialità, e i pazienti reimparano ad affilare le sofisticate armi del confronto.
Io sono stato ricoverato in psichiatria per un tempo relativamente breve rispetto agli standard, ovvero per undici giorni. In questi undici giorni ho conosciuto meno di una decina di persone. Con alcuni di loro si è stabilito un rapporto speciale, che abbiamo coltivato per parecchi giorni, anche dopo la mia dimissione dal reparto.
Nonostante le restrizioni dovute alla pandemia impedissero ai pazienti di ricevere visite, non mi sono mai sentito solo. Ho sempre avuto qualcuno con cui scambiare un abbraccio o due parole amichevoli. I sorveglianti degli ospedali non sono affatto rigidi contro la pratica degli abbracci, nonostante i pericoli della pandemia. L’abbraccio è un farmaco con pericolosi effetti collaterali, ma molto efficace nel mettere in moto le dinamiche dell’amicizia, del sentirsi amati. Chi riceve un abbraccio si sente immediatamente parte di una relazione.
Al reparto psichiatria, chiunque può ricevere un abbraccio, anche da parte di qualcuno che non conosce. Quell’abbraccio non significa ti voglio bene, ti manifesto un sentimento di amicizia. Significa ti riconosco come persona viva, ti prego, riconoscimi anche tu come tale. Siamo dotati di un corpo attraverso il quale esprimiamo la nostra vita. Non sciupiamo questa occasione.
Poi ci sono i medici. I medici lavorano in equipe, si confrontano sulle proprie intenzioni e prendono decisioni collegiali. Mi ha colpito la loro gentilezza, la loro delicatezza. Le loro reazioni a quello che gli viene detto sono sempre molto caute, quasi direi edulcorate. Dopo aver avuto esperienze negative con psichiatri lunatici, scontrosi e poco empatici, mi fa piacere avere a che fare con dei professionisti educati, rispettosi, che non trattano il tuo disagio mentale con scetticismo. Fanno quello che dovrebbe fare un medico: si occupano del tuo problema senza farti sentire un problema. Si prendono cura di te più che dei tuoi sintomi e della tua difficoltà.
Sono stato ricoverato al reparto psichiatria per undici giorni: un numero molto limitato di giorni rispetto a questo tipo di ricoveri, e in un ospedale specifico, che ha costituito l’unica esperienza avuta da me in questo tipo di struttura. È chiaro quindi che la mia esperienza costituisca un unicum, non rappresenti un paradigma di ciò che avviene nelle cliniche psichiatriche italiane.
Ma senz’altro ha rappresentato una smentita rispetto alla premessa iniziale, ovvero che l’ingresso nel reparto di terapia psichiatrica avrebbe rappresentato la discesa agli inferi della degradazione, una monumentale presa di contatto con il nonsenso e il disordine dell’animo umano.
Poche settimane dopo essere uscito da psichiatria, mi è capitato di leggere un libro molto interessante su questo argomento. Il libro si intitola, provocatoriamente, L’arte di legare le persone, e in poco tempo ha fatto molto parlare di sé. È stato scritto da Paolo Milone, uno psichiatra che ha lavorato per quarant’anni nei reparti di psichiatria d’urgenza degli ospedali genovesi, soprattutto nel cosiddetto Reparto 77. Il libro copre un arco di tempo molto vasto, che parte poco dopo la chiusura dei manicomi nel 1978, e durante il quale le tecniche di contenimento dei malati di mente si sono modificate ed evolute.
L’aspetto più particolare del libro non consiste tanto nei racconti delle esperienze cliniche, che pure hanno un loro fascino e una loro ironia, quanto nel linguaggio metaforico con cui l’autore ampiamente si esprime per raccontare gli aneddoti del libro: «Entro in enormi stanze vuote, vedo il paziente in lontananza nel suo letto, attraverso cubi di niente, gonfiati di follia, dove infiniti mondi coesistono, e, dopo prolungato viaggio nel silenzio, giungo all’isola della disperazione, mentre il padrone ha già svegliato i cani e sguainato il coltello».
E ancora: «La follia è un giardino dove abbevero i miei cavalli stanchi, sciolgo i calzari, siedo all’ombra, e lascio riposare lo sguardo sulle colline lontane».
Questa indulgenza in uno stile metaforico e simbolico non lascia sorpresi laddove si descrivono fenomeni che per loro stessa definizione esulano dal territorio familiare della referenzialità, delle cose che conosciamo e che sappiamo descrivere ogni giorno. Se mancano i riferimenti contestuali della normalità, non si può fare altro che esulare per i sentieri dell’affine, per i viali incerti della similitudine o della contiguità. Il risultato è un linguaggio aperto, spiazzante, che ben si addice a racconti psichiatrici, che ce ne rivelano la slegata specificità.
Leggendo, ho riconosciuto quelle atmosfere vissute al reparto psichiatria, in cui ti vengono riferite delle cose che forse intuisci ma che non arrivi a comprendere per intero: «ho avuto una crisi», «sentivo le voci che dicevano che dovevo farmi del male», «vedevo delle creature che non esistono». C’è tutta una mitologia di eventi che ti capita di ascoltare e con cui non è facile confrontarsi, perché sono accadimenti che nella tua mente non possono esistere ma esistono in un modo più profondo della realtà, perché la influenzano più di un evento reale, la determinano più dei fatti che ciascuno può sperimentare ogni giorno.
La funzione poetica del linguaggio è quella che mette in correlazione i sentimenti con il tipo di fruizione che se ne ha:
«Poetico è il mal d’amore, il rimpianto, il lutto,
poetico è il dolore tragico che trova ragione, vendetta, riscatto,
impoetico è questo dolore, monotono, lento, insaziabile, sequestratore.
Poetica è la nostalgia, impoetica la depressione.
Poetica è la fantasia, impoetico il delirio.
Poetico è il timore, impoetica l’ansia.
Poetico il desiderio, impoetica la dipendenza.
La poesia non frequenta la Psichiatria, si ferma sulla soglia».
Cosa ha a che fare la poesia, ci si potrebbe chiedere, con i disturbi psichiatrici? Si tratta di uno stratagemma per mettere in relazione fenomeni perturbanti con la bellezza? Per stabilire gerarchie di seduzione per ciascun sintomo psichico? Probabilmente no. Del resto, «la poesia non frequenta la Psichiatria, si ferma sulla soglia». La poesia si serve di parole, mentre la psichiatria spesso travalica la parola, risultando pura pulsione: «Nei congressi psichiatrici si usano parole, ma un problema definibile con parole non è un problema psichiatrico».
Se si riesce a definire con parole esatte un problema psichiatrico, probabilmente abbiamo a che fare con qualche cosa di diverso. Anche se nei congressi psichiatrici si usano parole, il problema psichiatrico tende a sfuggire alla parola, alla classificazione verbale. Esso si nasconde in un umore, in un odore, in un contatto. Spesso, per affrontarlo, c’è bisogno letteralmente di avere un corpo a corpo con il paziente, confrontarsi con una dimensione fisica per la quale passano nervi, muscoli, vasi sanguigni più che simboli o semplici parole. I simboli sono per la psicanalisi, la psichiatria somiglia di più a un’arte marziale, in cui per vincere bisogna lottare: «Da una crisi psicologica si esce spesso con una visione più matura di se stessi e del mondo. Da una crisi psichiatrica non si ricava nulla».
Essere ricoverati a psichiatria ti mostra un aspetto completamente nuovo dell’animo umano. Mentre normalmente ci si aspetta di trovare un senso nelle cose che accadono, anche quelle più inesplicabili, non è detto che il senso faccia capolino nei fenomeni psichiatrici. O meglio, è un senso fatto interamente di fisicità, che non è riducibile in parole, o almeno non completamente.
Nella psichiatria, la relazione non è una relazione verbale, ma un confronto fisico, corporale. Quando mi proposero di farmi ricoverare al reparto psichiatria lo capii immediatamente. Non mi diedero indicazioni su come relazionarmi con gli altri pazienti, su come fosse più opportuno comportarmi. Mi fecero l’elenco degli oggetti che mi avrebbero sequestrato, mi rivelarono quali fossero le misure di contenzione per bloccare i degenti più molesti.
Lì per lì non capii. Poi, quando un giorno vidi un ragazzo soggetto a TSO che veniva legato al letto proprio nella mia stanza, a due metri da me, mi resi conto che non c’erano parole per ottenere lo stesso effetto. Quel ragazzo non poteva essere convinto che quella fosse la cosa migliore per lui. Urlava, si dimenava, poi si calmava e tentava di convincere i medici che quel trattamento non aveva senso. Poi, di fronte alla loro sordità e alla loro intransigenza, ricominciava a urlare e a dibattersi, ma per quelle parole proprio la psichiatria non ci passava.
Dopo che il ragazzo venne con enorme difficoltà legato al letto, e dopo che i medici se ne furono andati, il giovane recuperò faticosamente la calma e mi chiese con curiosità: «Ma secondo te, io sono pazzo?».
Io, senza sapere di che parlassi, risposi di no, ma non riuscivo a vedere un essere umano razionale sdraiato in quel letto accanto al mio, ma semplicemente un corpo legato, privato della libertà. Un corpo che non capiva, che proprio non riusciva ad accettare.
Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.

Ti auguro di stare sempre meglio.
Un’esperienza intensa e s-offerta….
Sarebbe davvero bello un confronto con la pratica filosofica in counseling: la relazione d’aiuto attraverso la filosofia.
Buona continuazione del percorso
Grazie per quello che hai scritto. Ho vissuto la stessa esperienza circa un mese e mezzo fa: non avrei saputo descriverla meglio. Chissà, un giorno ci proverò anch’io. Intanto spero vivamente che tu stia meglio, un abbraccio