Il romanzo La vita potenziale di Lavinia Bianca (Gramma Feltrinelli, 2025), dal quale riemergo dopo una lettura no stop nel week end, mi ha lasciato molte domande. È stata una lettura coinvolgente e, tutto sommato, piacevole. Partendo dalla fine, dalle pagine “Sull’autrice”, si scopre che “Lavinia Bianca” è uno pseudonimo e che il suo vero nome è Federica Lione. Lo pseudonimo è quindi una sorta di alter ego, non un semplice trucco editoriale o di protezione della privacy. “Lavinia Bianca” è – si direbbe oggi – “lo spazio creativo” dove la vera Federica può esprimere parti di sé che forse non emergerebbero altrimenti. La nota parla di “doppio” e sottolinea proprio questa scissione tra l’autrice e la voce narrante, tra la banalità del quotidiano e l’indicibile, tra Federica (che si immagina borghese e, chissà, forse timorata di Dio) e Lavinia, che invece “attraversa il confine del buon gusto, del buon senso e del Super-Io”. Questo dire apertamente che Lavinia è uno pseudonimo e il fatto che si sveli il vero nome dell’autrice nello stesso volume, aggiunge alla lettura un livello meta-testuale, che ci risparmia tra l’altro la stucchevole ricerca della vera identità di un’altra Elena Ferrante. Non si tratta di nascondere, ma di rendere chiaro che il romanzo nasce da una storia già in parte raccontata altrove (“un blog letterario, ospitato da una piattaforma ormai dismessa”), e che è impregnato di una riflessione sulla scrittura di sé. L’autrice invita il lettore a capire che Lavinia non è “finta” nel senso di ingannevole, ma è una proiezione letteraria di Federica. Magari stiamo leggendo parte del materiale già pubblicato sul blog, non necessariamente in forma completa o definitiva. Il blog potrebbe aver funzionato come spazio di prova, di esercizio o di dialogo con i lettori, e il romanzo potrebbe rappresentarne la trasposizione più compiuta.
Lavinia Bianca/Federica Lione che definisce Lavinia come colei “che dice l’indicibile” è significativa: il doppio non è quindi un travestimento o uno stratagemma narrativo, ma un mezzo per accedere a verità, emozioni o pensieri che forse Federica, come sé stessa, non avrebbe espresso con la stessa libertà. Questo modo di organizzare il romanzo comunica già qualcosa sulla sua natura: è un lavoro di introspezione, di gioco tra identità, e la presenza del vero nome serve a radicare il tutto nella realtà dell’autrice senza svelarne completamente la voce segreta che, a questo punto, ci incuriosisce molto. Cosa avrà da dirci Federica nel suo prossimo romanzo, se uscirà col suo vero nome in copertina?
Il caso ha voluto che abbia incontrato Federica/Lavinia una sera a Roma, nel breve spazio di una cena al ristorante, improvvisata con altri due amici, prima di aver letto il romanzo. Leggendone qua e là online e sui giornali me l’ero immaginata come la solita esordiente da solitudine dei numeri primi, fragile e malinconica in senso naif, oppure “spietata” in quel modo acerbo e stereotipato che ormai mi fa evitare gli scrittori e le scrittrici quando vengono lanciati dalle case editrici nella ressa violenta del mercato editoriale puntando tutto sulla loro giovanissima età. Invece ho conosciuto una donna, senz’altro giovane, ma che – anche nel romanzo – rivela di aver superato i trent’anni: e capisco meglio, a lettura ultimata, che dietro la scrittura di La Vita potenziale c’è un lavoro consapevole, una maturità stilistica che viene senz’altro da esperienza, esercizio, padronanza felice del linguaggio.
A proposito di linguaggio: c’è una frase, a pagina 101, “Potrebbe parlarmi come parlerebbe a una bambina di dodici anni?”, che è una delle molte false piste di questo romanzo. Sembrerebbe suggerire un abbassamento di registro, il ricorrere a una intimità quasi infantile perché, fin dalla prima pagina, Lavinia Bianca ha preteso che chi affronta il suo libro sia un lettore adulto, possibilmente colto e scafato: la lingua che usa è continuamente punteggiata da termini rari o eruditi (la “memoria eidetica”, la “terapia mitridatica”, “che degnifica”, “il peso atlantico”) che ci avverte che questa non è una lettura riposante. Avrebbe potuto dire “memoria fotografica” invece che “eidetica”, anche se – prevedo già l’obiezione – “eidetico” richiama non solo una esperienza visiva ma anche di suoni e sensazioni (e il fatto che lei attribuisca questo tipo preciso di memoria “a due guardiani, due autoctoni attempati che si esprimono prevalentemente in dialetto” è insieme snob e autocompiacente). La scrittura vuole apparire moderna e attuale, ma l’eccesso di leziosaggini o di lessico colto rischia di incatenarla a uno stile a volte un po’ stantio. È come se la lingua, nel tentativo di essere sempre “di livello”, finisse per rallentare il racconto invece di liberarlo. Il risultato – non sempre però – è un “proseggiare”, cioè un procedere che perde un po’ di fluidità e immediatezza, costringendoci a consultare il vocabolario. L’effetto Geppi Cucciari è in agguato: la furbissima comica piazza aggettivi “ricercati” in frasi triviali, così fa la parte di quella colta e la invitano a presentare il Premio Strega. La vita potenziale mostra da un lato una voce ambiziosa, dall’altro una tendenza a ostentare la cultura più che a integrarla naturalmente nella narrazione.
Questo contrasto potrebbe però essere voluto: Lavinia è un alter ego complicato, una voce che cerca di dire l’indicibile. La scelta di parole ricercate e l’eccesso di erudizione potrebbero riflettere il suo bisogno di distanza e controllo, mentre la richiesta che le si parli “come a una bambina” suggerisce vulnerabilità e desiderio di semplicità. In questo senso, la lingua diventa specchio del personaggio, non solo strumento narrativo. Per chi legge, questa oscillazione tra leggerezza apparente e densità lessicale può essere affascinante ma anche impegnativa: ci si deve destreggiare tra profondità concettuale e simbolismo verbale. Questo rende la lettura stratificata, ma anche rischiosamente artificiale.
La vita potenziale parla esplicitamente di sesso. Invece del suo mentore Philip Roth, leggendo Lavinia Bianca, a me sono venuti in mente Bret Easton Ellis e Henry Miller. In Ellis, anche nelle scene più crude, la sessualità appare naturale: è parte integrante della vita dei personaggi, un riflesso della loro alienazione e della decadenza sociale che li circonda. Allo stesso modo, in Tropico del Cancro, Miller – anche quando scrive “Tania, c’è l’osso nei miei venti centimetri di cazzo” – lo fa senza filtri, l’esplicito non risulta mai ostentato; le scene erotiche si saldano perfettamente nella narrazione, parte di una visione complessiva della vita dei protagonisti. In Lavinia Bianca, invece, l’esplicitezza sessuale sembra a volte forzata – forse perché è una donna? – come se l’autrice cercasse di stupire il lettore fin dalla prima pagina (“…quel surplus di ore lavorative è un rischio calcolato, come lo sperma tra i capelli quando decidi di farti eiaculare in faccia”), frasi che colpiscono per la loro ostentazione, per il modo in cui dichiarano fin da subito la volontà di provocare. Non è che il sesso non sia parte del vissuto dei personaggi: è piuttosto che la lingua usata per épater les bourgeois (ricorro volutamente a un modo di dire usurato), accentua l’impressione di un gesto di trasgressione premeditata, performativa. Ma c’è, come accennavo, un elemento di percezione di genere da considerare: la sessualità esplicita raccontata da una voce femminile tende a sembrare più scandalosa agli occhi del lettore contemporaneo, semplicemente perché la cultura letteraria l’ha storicamente codificata in modo diverso rispetto a quella maschile. Questo accentua la sensazione che in Lavinia Bianca l’indicibile debba essere sempre annunciato, mentre in Ellis o Miller l’esplicito scorre come naturale conseguenza della vita dei personaggi.
Il tributo reso a Philip Roth e a Freud, con i quali Lavinia finge di dialogare (nei riferimenti letterari compaiono anche Michel Houellebecq, Blake Bailey, Gustave Flaubert): espone loro i propri fatti, dilemmi e ansie, e immagina le loro risposte. Chiamare in causa figure canoniche della letteratura e della psicanalisi mi ha ricordato certe scrittrici francesi, come Catherine Millet, che intrecciano sessualità e psicanalisi, e finiscono per cadere nello stereotipo dell’intellettuale femminista, con tanti saluti alla letteratura. Allo stesso modo, il tromboneggiare pallido e assorto di Roth, evocato anche nella famosa scena della masturbazione col fegato sottratto al padre macellaio in Portnoy – acclamato come maestro del grande romanzo americano, ma oggi insidiato da autori più bravi di lui o almeno altrettanto bravi, come Jonathan Franzen – produce qui un effetto simile a quanto successe con Mordecai Richler e La versione di Barney, quando quelli del Foglio ne fecero il loro romanzo di culto e lo trasformarono immediatamente in un autore reazionario, da leggere in poltrona con la pipa mentre fuori piove. La soggezione (esagerata?) verso questo scrittore imprime al romanzo di Lavinia Bianca una tensione tra ammirazione ostentata e mitizzazione letteraria, come se l’alter ego cercasse il confronto competitivo con il mito del maestro americano, più che con la realtà dei propri personaggi.
Nonostante le sue audacie linguistiche e il contrasto costante tra sofisticazione e trasgressione, La vita potenziale lascia un’impressione viva. C’è nel romanzo una curiosità intellettuale e un coraggio narrativo che raramente si incontrano in un esordio: l’autrice osa misurarsi con il sesso, con l’intimità e con l’indicibile senza compromessi, sfidando il lettore a seguirla nei suoi territori più estremi. La lettura può risultare impegnativa, ma è proprio questa densità a trasformare la narrazione in un’esperienza eccitante, capace di sorprendere e di restare impressa. In fondo, al di là di perfezionismi superflui e ostentazioni, emerge un talento autentico: una voce che sa farsi ascoltare, insinuarsi nella mente del lettore e lasciargli, pagina dopo pagina, qualcosa di originale su cui rimuginare
Paolo Landi si occupa professionalmente di comunicazione e ha scritto alcuni libri sull’educazione dei minori all’uso consapevole dei media. Recentemente ha pubblicato “Instagram al tramonto” (La Nave di Teseo)
