Fin dal principio, il progredire del tempo fu scandito dall’alternanza del buio e della luce: «E fu sera e fu mattina. Primo giorno». Se non esistesse questa opposizione, sarebbe arduo avere coscienza dello scorrere delle ore, dell’alternanza delle stagioni, della gioventù e della vecchiaia, della vita e della morte. Nella linea sottilissima che separa la luce dal buio e il buio dalla luce prende sostanza ogni nascita, ogni crescita, ogni scomparsa, ogni dissoluzione. L’esistenza non si fonda necessariamente sull’identità. Molto spesso, piuttosto, è una questione liminale, che procede per identità e differenza, per pieno e vuoto, per movimento e stasi.

Lo sa bene Daniele Piccini, che nel suo Canzoniere scritto solo per amore (appena ripubblicato con materiali inediti da Interno Poesia, dopo diciannove anni dalla prima edizione) scrive un libro particolarmente attento a tali dicotomie dell’essere.

Come ci rivela nel titolo in maniera inequivocabile, il Canzoniere scritto solo per amore è principalmente – se non esclusivamente – un atto d’amore che l’autore compie in ricordo del padre prematuramente scomparso. Da una parte è un omaggio alla sua memoria, indagata nelle minuzie più profonde dei ricordi personali; dall’altra è una ricerca spasmodica in tutta la natura di tracce che parlino di lui, che ne rievochino l’esistenza; pur se si tratta di un’esistenza segreta, che si nasconde nei luoghi di confine, dove l’essere sembra non esser più, e il non essere promette una speranza nuova di esistenza.

Il poeta va alla ricerca del padre nelle forme di densità indecisa, nei territori rarefatti dell’effimero, ricorrendo a immagini spesso di natura inafferrabile, quasi sempre di ispirazione marina o atmosferica.

Già nella prima poesia della raccolta, di natura quasi proemiale, leggiamo:

Ti porto via
dalla plancia di comando
di questo cimitero
che prende il mare.
Vecchia cellula erosa
abituata ai venti,
ne guido l’abside di vedetta.
Tu nel ponte, sottocoperta, primo
mio viaggiatore amato
a cui devo l’onore del viaggio.

Un cimitero che prende il mare è dunque la prima immagine del libro. Un’immagine maestosa, quasi hollywoodiana, che suscita timore e meraviglia per ciò che evoca, per quanto ha di comprensibile e quanto di meno pervio. Il cimitero “prende il mare” nel senso che trascina via i defunti dalla terrestrità nota – di consistenza solida – che a loro appare la vita di prima, mentre ora devono abituarsi a un mondo liquido che non dà riferimenti, alla velocità incorporea che regna al di fuori del tempo.

Già i primi versi del libro ci pongono di fronte all’amore del mare – mediatore privilegiato del viaggio – e all’affetto, al desiderio di custodire l’anima diletta dall’ignoto, tenendola al riparo, sottocoperta, preservandola dalla vista del vuoto, di quello che manca e che non si conosce.

Naturalmente si tratta di un desiderio impossibile. Il poeta non può preservare il padre dal suo odioso destino, ma può porsi alla guida di quella nave infernale, e donargli come tributo la piccola luce del suo amore, dei suoi poveri ricordi, per portare un po’ di chiaro nell’oscurità densa e duratura che gli si spalanca davanti:

Non ti proteggerò dal lungo buio delle notti,
ma sarò lucciola perenne che brucia con la tua,
sfarfallando negli anni.
La terra si è ricoperta di fiori,
e io guido la carica della nave
su cui ti sei imbarcato senza dirmi
neanche “ciao” (e lo avresti voluto,
anche per essere un’ultima volta mio).

I fiori di cui è ricoperta la terra potrebbero essere dei fiori funebri, ma anche un orpello di cui la terra stessa si riveste per rendere omaggio ai defunti che l’abbandonano per sempre. Il poeta, pur trovandosi sopra la nave in cui il padre compie l’ultimo viaggio, sembra essere da lui separato da un fittissimo sbarramento, tanto che non può neppure ottenere dal genitore quell’ultimo “ciao” che, in punto di morte, non era riuscito ad avere. Tra loro sembra essere una barriera semipermeabile, da cui le cose possono solo sfuggire ma mai entrare. Una volta sono le parole: “Mi sfugge il suono delle tue parole, / di quando chiedi il vino al ristorante / quando scherzi, / una musica sorda mi percorre”. Un’altra è il sorriso: “Era quasi una smorfia il tuo sorriso: / con quello non mi appari, / non mi visiti”.

È così che si diventa ombre, perdendo a poco a poco ogni sfaccettatura di vita, ogni colore. Ma, più che i defunti, questo processo riguarda la memoria dei sopravvissuti, che è destinata giorno dopo giorno a impoverirsi, a dimenticare dettagli rilevanti: un’espressione particolare del volto, un episodio, un movimento consueto delle mani. Il ricordo appartiene a un regno incorporeo, in cui nulla più è duraturo e ogni cosa si consuma. Tutto si gioca tra passato e presente, tra pensiero e realtà, e – a livello metaforico – tra il mare la terra.

Ci sono immagini bellissime, che rivelano in bagliori istantanei legami e distanze, che l’amore apre e chiude, evoca e fa sparire in un lampo:

La vita della valle
è in lei che dorme,
l’ora più lunga della notte è questa.
La immagino che stringe il pugno e sogna
le boscosissime forre,
il canto dei venti sopra la collina.

Non sempre sono chiari i referenti delle immagini utilizzate, ma, ciononostante, il poeta riesce a evocare un universo magico e suggestivo, in cui la dialettica tra realtà e pensiero e quella tra vita e morte hanno sempre un esito apprezzabile. Alla riuscita del testo contribuiscono – in questo caso – una serie di espedienti. In primo luogo, l’identità ambigua della “lei che dorme”. È forse la valle stessa, che si distende nel sonno nell’“ora più lunga della notte”, evocando un mondo smisurato, in cui le pianure e i monti vivono di una vita incommensurabile, che traguarda l’immensità e rasenta l’eterno, andando al di là di ogni cosa, anche della morte? O è la morte stessa, che in tutto il libro viene evocata in un esorcismo continuato, e che qui diviene un un’allusione alla notte, osservata nel suo momento di maggiore estensione nel tempo e nello spazio? O si tratta di un’entità indefinita che quasi germoglia dall’ambientazione notturna, custode del sonno e del riposo, che presiede ai delicati equilibri del buio e della luce, della coscienza e del torpore, della morte e della vita?

La staticità e il divenire si sovrappongono in questo inseguimento tra vita e morte che sembra non avere mai termine: “Immersi nel finire / cosa siamo stati / passeggeri, viatori / immersi nella luce che trascorre”. L’immobilità irreversibile della fine viene qui disinnescata dall’uso all’infinito del verbo “finire”, che sottintende una durata, e dunque un movimento. Come se la staticità definitiva della morte potesse divenire miracolosamente una fluidità nella quale è possibile bagnarsi, per poi trasformarsi addirittura in pura “luce che trascorre”.

Il canto d’amore al padre defunto assume a poco a poco i contorni di un omaggio appassionato, e il tono diviene elegiaco: “Ma forse stai diventando un fiore / e ogni tuo segno profumato / di colonia sfugge agli inverni brevi, / all’ora senza luce delle albe”. Il canto si sofferma su delle immagini attinte dal repertorio della natura: il profumo di un fiore, la brevità degli inverni, l’ora in cui – all’alba – la luce si prepara ad allagare il giorno. Tutte figure inafferrabili se non con le parole, nelle quali il poeta insegue il ricordo del padre. Forse senza raggiungerlo, ma certamente sfiorandolo con il suo amore.

La natura è una fonte continua di ispirazione per l’immaginario poetico di Piccini, che le deve forse le sue immagini migliori:

Aggiungi la tua voce alle molte
perse nel mondo, confuse tra le acque
gorgogliate, inudibili
che qualcuno districherà un giorno
dalla stiva del creato
rifacendole nuove
come il vento d’aprile.

La morte sembra aver restituito all’universo ciò che resta di suo padre. Ora, la sua voce si confonde con altre voci acquatiche che gorgogliano in maniera indistinta, pressoché inudibile. Il poeta va a ricercarla nella “stiva del creato”, che immaginiamo come uno sterminato ripostiglio nel quale vengono ammassati gli individui che non sono più, ombre che non si distinguono l’una dall’altra, in attesa di riacquistare nuova vita in un ricordo improvviso, in uno sbuffo di calore, in un alito di vento in primavera. E proprio “il vento d’aprile”, che nel periodo pasquale soffia sulla natura per scrollarle di dosso – con il suo tepore indeciso – il gelo dell’inverno, con il suo chiaro riferimento alla resurrezione, mi sembra una tra le immagini che meglio suggella l’intenzione di rinascita di questo libro, scaturendo inattesa da un grappolo di versi che sembrano parlare d’altro, manifestandosi quasi all’improvviso, come fanno solo le cose più belle.

 

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Autore

lucaalvino@minimaetmoralia.it

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.

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