Di Brian Evenson non ci si può fidare.

Chi ha un minimo di familiarità con la sua scrittura sa che prima o poi ogni sicurezza, ogni terraferma su cui mettere i piedi, inizierà inesorabilmente a scricchiolare. Quando nelle sue storie incontriamo una piccola “stortura” nell’ordinario fluire delle cose, inutile sperare che possa ricomporsi e riportarci in una zona di razionale comfort. Molto più facile invece che s’ingigantisca fino a creare un nuovo ordine pericolosamente somigliante al caos.

La raccolta intitolata Canzone per il disfarsi del mondo, edita da Nottetempo, ci mette in guardia già nel titolo, preannunciando una realtà prossima al collasso, già piena di crepe pronte a cedere. Si tratta di ben 22 racconti, tutti piuttosto brevi, che costituiscono quasi un piccolo “manuale dell’inquietudine”. Rispetto alla forma romanzo, in cui il disfacimento arriva con maggiore gradualità, di fronte a un minor numero di pagine a disposizione, Evenson si scatena premendo ancora più forte sull’acceleratore dello straniamento: apre mondi che non dovrebbero esistere, mette cose dove non dovrebbero stare, esplora l’orrore analizzandone tutte le facce, lo smonta per capire come funziona, proprio come farebbe un bambino con un giocattolo.

Forse proprio per questo sembra divertirsi un mondo.

Se le storie in sé sono tutt’altro che rassicuranti, la voce narrante non è cupa né disperata, ma sembra quasi in uno strano, stranissimo modo, sorridente. Un sorriso beffardo il suo, diretto non tanto ai suoi personaggi quanto al lettore stesso. Se i protagonisti di alcune storie, come Wanderlust e Menno, sono ossessionati dalla sensazione di essere osservati, la stessa impressione ce l’abbiamo noi lettori, quella di un autore che ci spia sornione, impaziente di vederci cadere nelle sue trappole.

Per costruire la sua personale idea di weird, Evenson prende in prestito elementi classici dell’horror e della fantascienza, getta uno sguardo a maestri dell’angoscia come Kafka, Poe e Lovecraft – quest’ultimo apertamente omaggiato nel racconto Il signore delle vasche – ma allo stesso tempo si prende molte libertà e si toglie perfino qualche sfizio, come quando in un passaggio veloce di Contenuti sensibili prende in giro un collega blasonato come Jonathan Franzen.

Ciò che però sembra dare davvero gusto a Evenson, è l’arte della sottrazione. Tornando alla metafora del giocattolo è come se, dopo averlo smontato, provasse a rimontarlo lasciando fuori quanti più pezzi possibile per vedere se funziona lo stesso. Il senso di angoscia di noi lettori allora non è dovuto tanto alla presenza di mostri o alieni in agguato, e nemmeno alla possibilità di universi disturbanti che minacciano di penetrare le difese della nostra realtà. L’ingrediente chiave di questi racconti sta nelle assenze, in ciò che ci aspetteremmo di trovare e che invece Evenson ci nega. Quella spiegazione in più, quel chiarimento, quel “che-fine-ha-fatto”, quell’“e-quindi?”, sono tutti pezzi che l’autore omette, consapevole che tutto funzionerà lo stesso. Magari il risultato sarà un po’ sghembo, storto, meno lineare. Ma a lui (e diciamolo, anche a noi) piace così.

Ho avuto la fortuna di incontrare Evenson e avere il tempo e l’occasione di parlarci. Ho trovato un uomo tranquillo, gioviale, forse perfino sereno, l’esatto contrario dello stereotipo che ci aspetteremmo e quasi vorremmo che incarnasse: una figura ambigua, schiva, infestata dalle sue ossessioni. Avere invece di fronte una persona tanto piacevole, dopo l’ovvia sorpresa, ha aperto la strada a uno spunto di riflessione sulla sua scrittura e forse sulla scrittura in generale. Se gli orrori con cui Evenson riempie romanzi e racconti sono senz’altro frutto della sua mente, di sue esperienze, di suoi pensieri intrusivi, quando li mette su carta ne ha in qualche modo già preso le distanze. Non ce li racconta da vittima, ma da persona libera. Pensiamo a quando noi stessi vogliamo esprimere a parole un grande dolore o un trauma: possiamo farlo restandoci dentro, scrivendone mentre stiamo ancora soffrendo o possiamo farlo dopo, quando tutto è stato metabolizzato e di quella ferita è rimasta solo la cicatrice. In quale di questi due casi il dolore arriva di più al lettore? E se invece del dolore volessimo trasmettere paura, ansia, ossessione? Un testo è più ansiogeno se lo scrittore è in ansia o se quell’ansia è ricostruita a posteriori? Il lettore è più sensibile all’immediatezza o alla lucidità, al mestiere? Quello che davvero rende Evenson un autore unico, uno che fa genere a sé, forse è proprio la scelta drastica fatta in tal senso: non si limita a ricostruire un’inquietudine passata, ma aspetta di esserne al di sopra, non vuole solo affrontarla senza soccombere, ma pretende di manipolarla a suo piacimento e per giunta con una calma quasi serafica, con malcelato divertimento. Autore e lettore non sono mai sulla stessa barca, anzi a tratti sembra quasi di vedere Evenson fare ciao ciao con la manina mentre ci guarda precipitare nel baratro. Se insomma, come dice il titolo della raccolta, ad accompagnare il disfarsi del mondo c’è una canzone, a fischiettarla non può essere altri che lui.

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Autore

a.vertorano@tin.it

Armando Vertorano, classe 1980, è autore televisivo, scrittore e sceneggiatore. Quando non scrive quiz e domande per il piccolo schermo, collabora con riviste culturali online come minima&moralia, Snaporaz e Limina. Ha pubblicato due raccolte: una di racconti (Dindalé) e una di testi teatrali (Materiali di scena), e ha all'attivo due podcast, Cover the top e Se telefonando.

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