«Laura disegna un mal di testa. si concentra sulle onde che martellano il cervello fino a farlo fumare, dà un morso al pane del giorno prima, lo appoggia sul piatto e beve un sorso di latte freddo».
Nella letteratura dell’America Latina è molto radicato il tema familiare, declinato al femminile. Generazioni di donne che si tramandano leggende, storie, cose, dolori, amori, rituali, presenze che nel tempo si fanno assenze, visi che vanno e vengono, misteri nascosti negli armadi, nei silenzi. Gli uomini sono passati, accidentali, quasi non contano. Sono passati, qualcuno migliore di un altro, qualcuno ha amato poi è sparito, un altro è stato violento, uno è morto troppo presto. Sovente sono marginali, sono le donne a fare il racconto, a tessere e a disfare trame. Là, nelle case, nelle stesse case, nel tempo, negli anni, nei secoli qualche volta. Nei silenzi, scanditi nelle cucine, sugli ingressi delle dimore, baciate dal sole troppo forte, dalla pioggia che inonda. Donne che si amano, e che anche si odiano, si tramandano la vita e si sfidano, si detestano, si mentono, si proteggono, si sfaldano nell’anima prima che nel corpo e di nuovo si amano, in qualche maniera, fino alla fine si amano. Sempre custodiscono un segreto.
Qualcosa del genere, un recupero di questa tradizione, con qualche variante, accade nel romanzo della scrittrice brasiliana Aline Bei, Una delicata collezione di assenze, La Nuova Frontiera 2026, traduzione di Marta Silvetti.
in camicia da notte, il quaderno dei conti chiuso nel buio, le dita che tamburellano sulla fronte, Margarida sente un battito di mani dal cancello. va in giardino. è una di quelle notti che sembrano infinite perché c’è vento e comincia a rinfrescare […].
Qualcosa sulla trama o su quello che andiamo definendo trama.
Nonna e nipote convivono in una casa modesta, da quando, perché, per come. La casa ha un cancello arancione. Laura è la nipote, come le ragazze della sua età, vive il passaggio complesso tra infanzia e adolescenza. Margarida fa la chiromante, questo è il suo mestiere che arriva da lontano, dal passato, ma quale? Spende il suo tempo e le forze che restano per la nipote. In fondo, è lei il tessuto sottile che la lega alla figlia Glória; madre di Laura sparita da tempo, e della quale nessuno ha più notizie. C’è un’altra donna, madre di Margarida, nonna di Laura, Filipa. Arriva all’improvviso e rompe gli equilibri. Valica il cancello arancione come un tornado, carica di bagagli, amarezze, rimpianti. Pretende attenzione, occupa gli spazi delle altre due donne, si insinua nelle loro vite, disarma, rompe. C’è un cancello arancione che viene varcato, c’è una favola, una dinamica che non segue più lo schema. Laura è disorientata, in preda alla gelosia, alla solitudine. Margarida ha un nuovo fardello sulle spalle, qualcun’altra di cui prendersi cura. Attenzione che scema da un lato, attenzione reclamata dall’altro. Intanto, tra quelle mura, oltre il cancello arancione, affiora un segreto che sconvolge.
La tua vita sarà piena di donne, le amerai tutte di un amore folle, non sempre ricambieranno.
Aline Bei ci racconta di corpi familiari, di assenze, di desideri che non si possono dire. Le ferite, appunto, le cicatrici che si ereditano, come se fossero un lascito testamentario. Dove è andata Glória, che ne sarà di Laura, che vuole Filipa, qual è la storia di Margarida che ha imparato a leggere la mano in un circo e chi era il pagliaccio di cui si era innamorata, e da quale altro uomo è sfuggita.
I legami tra donne forti come corde, come catene che si allungano e si accorciano, le donne si avvicinano, si parlano, spariscono, poi si sottraggono ma mai si abbandonano, sono come quelle di Grace Paley, c’è sempre una donna che racconta una storia a un’altra donna e dopo ce n’è un’altra in attesa, così per sempre, da un’amica all’altra, da madre in figlia, da nonna a nipote, da nipote a chi verrà.
Aline Bei spinge quel cancello arancione con il senso del ritmo e lo sguardo che si ritrova nelle poesie e ci fa sentire vicine queste donne, le presenti, le assenti, quelle che spariranno ancora, quelle che tornano. Scrive una storia senza maiuscole, con una metrica sua, con una scansione del tempo che è solo di queste donne, scorre solo per loro. Bei ce le rende familiari, diventano le zie, le storie che qualcuno tempo fa alle nostre orecchie incredule ha raccontato.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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