Quando di un libro sottolinei parecchi passaggi vuol dire che ti sta piacendo, ma poi intervengono una serie di sottoragioni: la bellezza e la varietà della prosa, la capacità di saper creare un immaginario, la forza di alcune descrizioni, il divertimento. Ecco, leggendo Mio marito di Maud Ventura (Sem, 2022, traduzione di Mauro Cazzolla), mi sono particolarmente divertito, ma non perché il libro contenga battute a raffica, perché, invece, racconta un punto di vista sulla vita di coppia molto interessante. La prospettiva che adopera la scrittrice francese Maud Ventura è quella della moglie innamorata. Troppo innamorata, costantemente innamorata. Innamorata sempre un passo avanti al marito che se la ama lo fa in maniera normale, routinaria rispetto alla visione della moglie, non abbastanza.

L’attenzione, ecco cosa manca, e allora ogni dettaglio, distrazione (seppur minima) equivale a trascuratezza, a pensieri rivolti altrove, a mancata tenerezza, al (in una rapida escalation) non amore. Mio marito è un romanzo lieve e profondo allo stesso tempo che affronta la tematica della vita di coppia in maniera singolare, forse ci insegna pure qualcosa, magari a fare i conti con le cose che diamo per scontate.

Osservarli mi permetterebbe di confrontare il loro amore con il nostro. Potrei stabilire se io e mio marito ci baciamo molto o poco, valutare l’interesse e la profondità delle nostre conversazioni quotidiane. Armata di questi dati sia quantitativi che qualitativi, potrei così definire se la nostra vita di coppia è normale o glaciale.

Una coppia serena, quarantenni, con due figli, senza problemi economici, che vive in una bella casa a Parigi. Lei insegna inglese e fa la traduttrice, lei – la nostra narratrice – è ossessionata dal marito, o meglio, è ossessionata dal suo amore per il marito e per il possesso di questo amore per lui e quindi di lui. Ventura con la sua prosa scorrevole e dal buon ritmo inserisce perfettamente quel senso del possesso (non prealessandrino come canta il maestro) parigino, gestendolo nella frequente ripetizione intercalata di «mio marito» che diventa quasi una parola sola. Mio marito dopo un po’ di pagine diventa praticamente il nome dell’uomo amato, diventa un suono, diventa un modo di tenere il tempo, di battere il piede, di sbattere la testa contro il muro (o su un quaderno/diario) e il cuore chissà dove.

Moglie e marito stanno insieme da quindici anni, in superficie si direbbero una coppia perfetta: vita serena, ottimi lavori, cene, vita sociale, una certa Parigi che tutto migliora, i due figli che non danno problemi, un quotidiano che pare non nascondere polvere sotto alcun tappeto. Per lui è tempo di una relazione serena e distaccata, il tempo passa si sa, il desiderio scema, un bacio rapido ha un significato di tenerezza e affetto, ma anche di una replica. Per lei l’amore aumenta, si fa ossessione, il bacio rapido – tra le altre cose – passa da rapido saluto a insulto, un atto che reclama vendetta, anche minuscola, si capisce, ma che deve esserci, deve bilanciare. Tu non mi guardi? Io ti punisco. Tu guardi il cellulare mentre ti siedo accanto? Io non ti rispondo quando mi chiami, una o almeno due volte. Tu dimentichi una cosa? Io non mi vesto all’altezza. Tu dimentichi di raccontarmi un avvenimento? E io diventerò inflessibile quando lo scoprirò.

Mi basta mio marito. A lui invece piace la compagnia. Si anima in mezzo al calore che pervade i gruppi. Gli piacciono le uscite e gli incontri. A me però fa star male che sia così socievole. Ogni nuova persona che entra nella nostra vita contribuisce a diluire la sua attenzione, una diluzione del suo essere, una condivisione che mi terrorizza. L’energia che dispiega nei confronti degli altri mi ferisce, perché mi ricorda che io non gli basto.

La donna passa le ore, i giorni, le settimane avendo un unico scopo: dimostrare il disamore del marito. Durante la settimana annota con scrupolo le sue mancanze, immaginando le punizioni da infliggergli, addirittura i dolori. Scrive trappole, disegna inganni, studia piani elaborati per metterlo alla prova. Ti dimentichi di darmi la buonanotte di lunedì? Ebbene, di martedì non ti saranno concesse carezze, nemmeno di sfuggita.

Gli affondo il naso nel collo per cercare sulla pelle l’odore di un’altra donna. Non sento niente. Mio marito non ha un’amante. E in cuor mio lo so bene. Ma pure quando è dentro di me mio marito mi è inaccessibile. […] Quando si allontana dal mio corpo, mi lascia una lacerazione enorme, un vuoto enorme, una ferita pronta a infettarsi.

Sorridiamo, naturalmente, ma gli strati del libro contengono un certo grado di profondità che viene indagato con una buona dose di buon umore e da una decisa capacità oggettiva da parte dell’autrice. Questa non è la sua storia, è un romanzo, sua è la voglia di comprendere certe dinamiche. Cosa accade a una relazione dopo tanti anni, come si trasforma. Dopo l’innamoramento e la passione iniziale cosa accade? Il nostro amore come cambia, e che succede se questa mutazione ci ossessiona, ci fa diventare matti (uscire pazzi, come si dice a Napoli e forse pure a Parigi, chissà)? Queste sono alcune delle domande che Maud Ventura si fa e che pone al lettore, che entra in campo sovrapponendo la sua memoria e il suo immaginario a quello della scrittrice. In questo romanzo accade qualcos’altro di molto interessante, qualcosa che ha a che fare con la nostra percezione dell’altro. Pensiamo di essere attenti, e l’altro ci trova distratti, omettiamo qualcosa per non dare preoccupazioni e per l’altra parte custodiamo un segreto, in un continuo non capirsi, in un susseguirsi di sbagli e disattenzioni che nessuno vorrebbe commettere, che nessuno pensa di aver commesso.

Maud Ventura ha una prosa fluida, scorrevole, non cede mai allo stucchevole, alla retorica, al ridicolo, diamo merito anche alla traduzione di Mauro Cazzolla che restituisce non sono il tono francese, ma pure le dinamiche ambientali. L’autrice ha meno di trent’anni, possiamo sederci e aspettare le prossime prove che arriveranno.

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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