di Teresa Lussone

«Ho un’immaginazione portuale»: si apre così La Triomphante di Teresa Cremisi, storia di una donna di straordinario successo che convive da sempre con «la sensazione di essere un’abusiva». Quel particolare tipo di immaginazione, misteriosa e indefinibile, lascia traccia nella propensione per le battaglie navali, inconsueta per una bambina, ma anche nel titolo: La Triomphante è il nome di una nave, una corvetta dell’Ottocento che fa la sua comparsa nelle ultime pagine del romanzo. Quell’«immaginazione portuale» circoscrive inoltre tutta una vicenda che comincia e finisce in due città di mare: inizia ad Alessandria d’Egitto, dove la narratrice è nata in un ospedale a due passi dal porto, si conclude in un piccolo paese di mare del sud Italia, dove la donna si ritira al termine di una carriera brillante. Nel mezzo ci sono Roma, Milano, Parigi.

Impossibile incasellare in un genere questo racconto in prima persona. Il testo dapprima sembra seguire attentamente la grammatica del racconto d’infanzia, poi quella del romanzo di formazione (a cui non mancano richiami espliciti, come alla Certosa di Parma, per esempio). Il continuo movimento, però, fa pensare piuttosto a un romanzo picaresco, non solo perché la protagonista è un’avventuriera in grado, sebbene con timore, «di voltare le spalle a un mondo noto e protettivo», ma anche perché, così come prevede il genere, ognuna delle tappe geografiche corrisponde a un nuovo tassello nella costruzione della sua identità. Rispetto al modello picaresco emergono però due varianti: l’eroina è destinata fin da bambina ad affermarsi (quando è ancora piccola suo padre sentenzia: «è un ragazzo mancato ma sarà una donna riuscita») e inoltre proviene da un universo privilegiato. Certo, sono precarie tanto le ricchezze che le nazionalità (la madre ha il passaporto britannico pur non avendo mai messo piede in Inghilterra, il padre ha il passaporto italiano, il risultato è un amore incondizionato per la Francia), ma il vento è buono. Almeno fino al 1956, anno della crisi di Suez, quando la famiglia si trasferisce a Milano.

Con la traversata verso l’Italia si chiude la parabola dell’io bambina e il lettore comprende che quella vita si svolgerà, proprio come il percorso di una nave, seguendo due paradigmi fondamentali, quello della rotta e quello dei venti. La rotta è la sede delle scelte, di ciò che sfugge al determinismo: è il luogo della consapevolezza, del battesimo, della ricerca di una scuola a Milano indipendentemente dai suoi genitori, della decisione di scrivere un articolo non richiesto che cambierà la sua vita. I venti tempestosi o la bonaccia rappresentano invece quello che prescinde dalle scelte individuali, ci sono «i venti della Storia», ma anche quelli della famiglia. I venti sono inoltre il luogo dell’identità ricevuta o imposta, che si rivela a poco a poco. Talvolta sono gli altri a riconoscerla per primi, come nel caso dell’origine ebraica di cui la protagonista è a lungo ignara. L’eccezionalità dell’eroina è nella capacità di restare in equilibrio tra questi due poli, di riuscire a rimanere sulla propria rotta pur non opponendosi ai venti. Ogni passo avanti rappresenta un restringimento delle possibilità, ma non si cede mai al rimpianto. Sarebbe voluta diventare una tigre del Bengala e invece diventa un riccio di mare, «mai trionfante, sempre accortamente dissimulata», capace di accettare i cambiamenti senza stupirsene troppo, così come insegna Conrad: «Avrei dovuto essere intontito dallo stupore. Ma non lo ero. Ero proprio come i personaggi delle fiabe. Nulla li stupisce, mai. Cenerentola non prorompe in esclamazioni di meraviglia quando da una zucca salta fuori un cocchio di gala attrezzato di tutto punto per portarla al ballo. Ci monta su tranquillamente e se ne va…».

Giacomo è dal lato dei venti, dell’inatteso che viene accolto pur non avendolo scelto. Del resto, la sua apparizione è a dir poco sorprendente: senza che la narratrice abbia bisogno di presentarlo al lettore, Giacomo irrompe nella sua vita con una semplice telefonata. Da lì al matrimonio il passo è brevissimo: «scandendo le parole in modo esagerato, come si fa con i bambini mezzo addormentati o con chi è affetto da un lieve ritardo mentale, mi disse che dovevamo semplificare le cose; a tale scopo, il matrimonio era l’ideale, mi avrebbe resa per l’appunto più libera». Si tratta di una delle parti più singolari del racconto: viene infatti scardinata qualsiasi mitologia dell’innamoramento, dell’attesa d’amore, del primo incontro… Eppure proprio di amore si tratta, ma è l’amore senza smancerie o lacerazioni di «una persona pratica, con i piedi per terra».

In Giacomo, forse un po’ meno pratico di lei, la protagonista ritrova una parte di sua madre, come rivela un incredibile lapsus che a un certo punto la porta a rivolgersi a suo marito con un «Guarda, mamma!». Entrambi artisti – sua madre scultrice, Giacomo ritrattista -, i due le insegnano a guardare il mondo con un sottile senso dello humour. Mai del tutto a casa, la narratrice ha uno sguardo straniante sulla società che osserva nel corso dei suoi settantasei anni. «Paris change», diceva Baudelaire, ma la constatazione dell’esiliato che osserva «la furia del dileguare», come la chiamava Hegel, nel caso della Triomphante è priva di nostalgia. Alessandria cambia, ma se lasciarla è stata un’amputazione, la cicatrizzazione è stata perfetta, al punto che alla domanda «Alessandria? Sei piemontese?» la protagonista risponde con un garbato sorriso di assenso. Ed è forse proprio quel garbato sorriso ciò che meglio di ogni altro elemento la caratterizza. Un sorriso che diventa dolcemente demistificatorio quando si rivolge alle ragazze che nella Roma degli anni Cinquanta lanciano sguardi obliqui alla maniera di Gina Lollobrigida, quando si rivolge alle dichiarazioni di impotenza di certi padri di famiglia che vogliono farsi certificare dalla Sacra Rota un matrimonio bianco, quando si rivolge all’entusiasmo per la raccolta differenziata.

Uscito in Francia nel 2015 e pubblicato da Adelphi per la prima volta nel 2016 nella traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, La Triomphante viene oggi riedito nella collana «Gli Adelphi».

 

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