Una tensione perenne ammanta ogni cosa nel contesto urbano in cui è ambientato Melma rosa di Fernanda Trías (trad. Massimiliano Bonatto, Sur). Nel dilagare di un’epidemia sconosciuta in una città portuale, l’autrice si cala nel sentire di una donna in crisi che si interroga sul suo presente, sulla fine del suo matrimonio, sul rapporto difficile con sua madre, su un’esistenza perennemente in bilico tra fugaci euforie e drammi. Trascorre i suoi giorni al Policlinico e a prendersi cura di un bambino affetto da una sindrome che lo rende famelico e incontrollabile, con la fantasia della partenza per il Brasile.

Trías immortala la condizione che precede una deriva inesorabile generata dalla contaminazione che ricade su ogni cosa, tra immondizia, liquami, vento rosso e lo spettro dell’allarme: l’istante che anticipa la fine e che rende improvvisamente le cose tangibili, il momento di grazia prima della perdita. È una fine che però si confonde con l’inizio, aspetto affascinante affrontato sin dalle prime pagine del romanzo.

Il problema è che gli inizi e i finali si sovrappongono, tu credi che qualcosa stia finendo e invece è qualcos’altro che comincia. È come guardare il movimento delle nubi: cambiano forma man mano che avanzano, ma se non distogliamo lo sguardo vedremo che la forma rimane simile.

La nebbia, il freddo e il fetore dell’immondizia caratterizzano la visione del presente della protagonista, una visione parziale, offuscata anzitutto da una nebbia che rende impossibile vedere il sole e traccia l’assenza di prospettive per il futuro, un “benessere senza orizzonte, senza fine”. Trías compie un costante parallelo tra l’allestimento urbano e il racconto interiore, una graduale presa di coscienza della labilità delle relazioni, delle crepe di un matrimonio, dell’impossibilità di concepire su basi nuove un difficile rapporto materno.

Tutto marciva. Anche noi.

Il ritratto dell’annichilimento trova spazio nella riproduzione del non tempo. La raffigurazione di un paesaggio monotono e grigio nel silenzio della nebbia tra cupole, antenne e cisterne, “fili abbandonati senza panni, le gru inservibili del porto”, si fonde con le inquietudini di chi lo osserva, immagini che traducono il susseguirsi apparentemente incoerente di pensieri, stati d’animo e paure. Pagine dai tratti distopici che narrano un quotidiano deformato dalla contaminazione, tra fiumi pieni di pesci mutanti e alghe color vinaccia che uccidono l’ecosistema.

Perché se non c’eri passato non potevi immaginare l’odore nauseabondo, il caldo repentino, l’acqua del fiume che si gonfiava come un polipo e la spuma ocra, tinta dalle alghe. Il paesaggio si trasformava in un attimo: l’allarme ruggiva, assordante, dagli edifici spuntavano mani che chiudevano veloci le finestre, i pescatori levavano le tende.

In una città che si regge anche grazie alla produzione di carne industriale da scarti animali, Trías si interroga sul valore del cibo come miraggio, premio e castigo al contempo, con uno stabilimento che rappresenta metaforicamente la madre di tutti gli abitanti che dà nutrimento e lavoro ai suoi figli ma li opprime e li tiene legati a sé col ricatto della gratitudine.

Tra gli abusi di potere del Ministero della Salute e i soprusi subiti dalla popolazione, la condizione di reclusione imposta amplifica un disagio diffuso, un panico che uniforma i volti e causa rivolte e evacuazioni. In questo tetro campionario umano assume un ruolo di rilievo la figura del tassista, una sorta di traghettatore di anime. È il detentore della verità della strada, si sostituisce alle ambulanze per fare i trasporti sanitari, conosce i luoghi dei mercati clandestini, gli spacci della benzina, è in contatto con chi può procurare certificati sanitari falsi e far attraversare la frontiera. Si muove in un’immensa zona franca governata da un’economia misteriosa e in mutamento in cui “non c’erano più suoni” e “il silenzio era doloroso”, un luogo trasformato in un fiore terrificante, “un bocciolo che si apriva alla violenza e la accoglieva con piacere, con godimento”.

I reperti di un tempo irraggiungibile restituiscono domande nuove, rese attraverso dialoghi isolati dal resto che richiamano domande sul confine della distanza, sul colore del silenzio, sullo spazio e il corpo, sulle ore cancellate e le immagini perdute, su una relazione che come un castello di sabbia è destinata a sbriciolarsi, sul paradosso di arrendersi e lasciare andare. I ricordi infantili delle estati a San Felipe in bicicletta che la protagonista ha trascorso con quello che sarebbe diventato suo marito, la rassicurante consuetudine del rumore delle onde, diventano presagi, scene che custodiscono un seme di futuro che nessuno ha saputo interpretare nell’incapacità di guardarsi vivere.

Volevamo accelerare il tempo, diventare adulti, perché ci sembrava che la vita vera fosse lì, mentre quella che stavamo vivendo era solo un esercizio di preparazione.

Pagine che immortalano il desiderio cocente di tornare nel passato con la consapevolezza che la mente sia un luogo pericoloso. Il dialogo continuo con un’idea di passato si lega alla rassegnazione di chi è consapevole di non poter rompere il silenzio che aveva accompagnato buona parte della sua vita. Quel vaso rotto tra mille cocci e schegge di argilla che è la memoria porta a chiedersi quale parte di sé rimanga intatta se “anche il ricordo è un rifiuto riciclabile”.

L’indagine sul corpo prende forma attraverso il significato che assume la rinuncia fisica in un uomo che arriva a dominare gli impulsi e il desiderio per aspirare a evolversi in pura intelligenza, e in un bambino che finisce per logorarsi nella sindrome che lo riduce a divorare ogni cosa, persino i calcinacci e gli involucri di alluminio, pur di provare a placare inutilmente una voragine. Storie accomunate da un vuoto da riempire, incomprensibile agli altri, dove la memoria sensibile marca la conformità di corpi che diventano incidenti.

È strano voler appendere alla parete un promemoria di ciò che si è perso.

Aspetto centrale del romanzo il mistero che in realtà si trova sulla superficie delle cose e che riguarda anche la percezione di sé. Il peso di un vincolo affettivo che diventa una morsa genera una tensione dolorosa che rende tangibile l’impossibilità del ritorno, insinua il cocente desiderio di tornare nel passato e invade anche la sfera della maternità. L’autrice si interroga sul significato dell’essere madre a prescindere da ragioni biologiche, evocando nella protagonista i teneri ricordi infantili condivisi con la donna che realmente era al centro del suo mondo e le ha insegnato la cura, che le lasciava fare palline con l’impasto avanzato dal pastel de fiambre, e a cui pettinava la parrucca negli anni difficili della malattia.

Strutturata tra continui andirivieni temporali, la narrazione diventa un flusso ininterrotto in cui si mescolano il passato, il presente e l’immaginazione di un futuro irrealizzabile. La sovrapposizione di realistico e visionario genera una dimensione estranea al noto che produce smarrimento e che induce il lettore a muoversi all’interno di uno spazio che si rivela anche una forma di virtualità. In tal senso nella prosa di Trías riecheggiano richiami, tra gli altri, a Felisberto Hernández per il ricorso a immagini mentali come elementi catalizzatori della scrittura, a Mario Benedetti per l’esplorazione del concetto di patria attraverso cui attestare fratture sociali, sacche di pregiudizio e distanza, e interrogarsi sull’esilio e sull’impossibilità di un riscatto, a Sandra Cisneros per il ritmo sincopato favorito da incessanti interrogativi sull’identità.

Affine alla prosa di Virgilio Piñera per i toni grotteschi con cui immortalare l’istante che precede la fine all’interno di una realtà paranoica e delirante, l’opera richiama i tratti surreali che caratterizzano in particolare Carne, dove il protagonista finirà per divorare parti di sé per garantirsi la sopravvivenza. A uno dei suoi grandi maestri, Mario Levrero, Trías deve la tensione alla vertigine, gli affondi analitici e l’indagine su una realtà che appare al contempo familiare e estranea. Il tema dello smarrimento, esplorato da Levrero in particolare ne La città tra evoluzioni surreali e tratteggi onirici, ricorda in Melma rosa anche l’ambiente asfittico allestito da Adolfo Bioy Casares nel descrivere ne L’invenzione di Morel il dilaniante contrasto interiore generato dal mancato riconoscimento di sé e del mondo intorno.

Avevo sempre confuso la paura con l’amore, un terreno instabile, una zona di frane”.
Gli interrogativi sul modo di rendere la necessità di amore al contempo miracolo e condanna di dipendenza celano un’urgenza spenta nel nulla, associata a una ricerca a tentoni dentro a un pozzo vuoto nell’attestare una carenza d’affetto “talmente solida da potercisi aggrappare.

La necessità di riappacificarsi con la perdita porta in senso più ampio a interrogarsi sull’enigma dell’altro, sulla negazione, sul sentimento condiviso da chi è soffocato dal risentimento, annientato dal terrore e finisce per concepire il presente rassegnandosi a un’attesa affine alla fede. Con Melma rosa Fernanda Trías consegna un romanzo sull’ineluttabilità della perdita, il racconto di un’idea di salvezza tramutata in forma di resistenza, associabile all’oblio.

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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